Il nuovo editoriale di Antonio SPADARO per l’incontro di Officina di Pietre di scarto del 27 Febbraio 2010

Il tratto comune a tutte le cadute è il passaggio da uno stato “alto” a uno stato “basso”, un movimento che, se anche è orizzontale (immaginiamo quando finiamo per terra “stesi”), è sempre e comunque verticale. Parlare di “cadere” implica in se stesso un rinvio a una altezza, a qualcosa di superiore. Ogni caduta è un richiamo verso una condizione diversa, alta, in genere intesa come quella più propria, più adeguata a noi che cadiamo. Ma anche una mela che cade lo è. Una mela va in basso dignitosamente se è “raccolta”, non se “cade”. Se cade vuol dire che è marcia. E così un libro che “cade” da uno scaffale. Il libro scende in basso dignitosamente se è “preso”, non se cade. Se poi parliamo di movimenti del tutto indifferenti rispetto a una connotazione negativa, allora diciamo che le cose si “spostano” dall’alto verso il basso, e non che “cadono”. Se cadono, come le stelle, questo implica il sentimento della loro caducità, della fine. Dunque: la caduta implica di per sé un rinvio che la trascende. Necessariamente.

Immaginiamo di riprendere una persona che cade con una cinepresa e poi di rivedere la sequenza al ralenti. Che cosa vedremmo? Possiamo immaginare così: una persona che si muove bene e che poi all’improvviso subisce un mutamento radicale di tutti i suoi muscoli, compresi quelli facciali. Se prima tutto era armonico e ordinato, adesso gli occhi si spalancano, le mani si sollevano, la gambe cedono, il corpo comincia a “danzare” un ballo incomprensibile, perdendo un asse centrale attorno al quale tutto ruotava. La persona sembra non avere più un riferimento, un ordine, un senso. Pian piano si accascia e si ritrova per terra senza averlo voluto, con uno sguardo stupefatto e sgomento. Per un attimo il mondo come quella persona lo aveva conosciuto non c’era più.

Ma perché si cade? A mio avviso per capire davvero che cosa significa cadere occorre capire le sue motivazioni, il motivo per cui facciamo questa esperienza antropologica: la caduta. Si cade per tre motivi:

Il primo è l’inconsistenza. Il caso tipco è quello di una persona affetta da osteoporosi: le sue ossa si sfaldano e per questo può cadere facilmente. La caduta di qualcosa implica il fatto che “non sta in piedi” da sola (oppure che lo può ma solamente con appoggi che poi vengono a mancare). La caduta indica in questo caso una friabilità, una fragilità intrinseca. Ma essa può essere intesa anche come una intrinseca “tenerezza”, che fa appello a una “cura”, che può essere un “sostegno”.

Il secondo motivo per cui si cade è la confusione della forma: quando non riusciamo a renderci conto in maniera corretta del luogo in cui siamo e di come questo luogo sia fatto possiamo inciampare, sbattere, fare movimenti falsi e… cadere. In questo caso, allora, si cade non per fragilità intrinseca, ma per mancanza di percezione della forma di ciò che ci circonda. Basta non vedere una mattonella rotta per finire per terra. Si cade quando non si percepisce la forma o la si percepisce in maniera indistinta, falsata. Ma può essere intesa anche come un momento di apprendimento necessario: quando impariamo a camminare necessariamente cadiamo non solamente per capacità muscolare ma perché non sappiamo come mettere i piedi al posto giusto al momento giusto al posto giusto. Dunque si tratterebbe di un momento critico di passaggio che implica una “guida” alla comprensione e all’adattamento, un accompagnamento.

Un terzo motivo può essere una spinta: cadiamo se qualcuno ci spinge. Ma, tutto sommato, questa terza causa potrebbe risolversi nella seconda. Infatti non sempre cadiamo se veniamo spinti. Cadiamo perché non riusciamo a fare in tempo a bilanciare la forza della spinta in relazione al posto in cui siamo o ci muoviamo.

Queste tre cause dicono come l’uomo possa perdere il controllo della sua esistenza senza che ne abbia più il pieno controllo. L’uomo, facendo l’esperienza della caduta, impara l’inconsistenza, la confusione, la passività. Impara che ci può essere una forza che non riesce a dominare e che lo supera. E’ interessante che nel caso di San Paolo, la sua conversione viene immaginata, forzando persino la lettera del racconto biblico, come una caduta da cavallo. Una caduta, dunque. Per convertirsi (metànoia, in greco, cioè “cambiare mente”) è necessario fare i conti con una caduta, con l’esperienza che tutto ciò che sosteneva te e la tua percezione del mondo a un certo momento viene sospesa per far posto a un’altra, o comunque a un rimescolamento dei riferimenti e delle solidità presunte.

A questo punto si delinea una possibilità: perché qualcosa “ac-cada” davvero nella vita di una persona o di un personaggio è necessario che ci sia una “caduta”. Un evento “accade” davvero se si relaziona a una ricostruzione della percezione dovuta a una confusione che l’ha appannata, oppure se si relaziona a una fragilità scoperta e sperimentata, oppure se percepisce una spinta, una forza, che sospende gli equilibri precedenti.

Un esempio del linguaggio? Come si dice in inglese “innamorarsi”? “To fall in love”, cadere in amore… Si fa esperienza della realtà se questa disabilita il pilota automatico della nostra esistenza. Così a volte, se momentaneo, anche un “vuoto d’aria” può avere un grande valore esistenziale.

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