VICINO ALLO STAGNO

di Elettra GRISO

Sai?… tutto è iniziato così, almeno credo. In un certo senso potrei anche sbagliarmi: forse quella era la fine? Ma poco importa … alla luce dei fatti non è rilevante. È stato un caso? Non so. Queste sono questioni sulle quali mi soffermo poco e per troppo poco tempo, per avere una opinione in proposito. Proprio così … non rifletto mai a lungo sulle cose, forse è per questo che mi capita spesso di perdermi all’orizzonte. Trascorrono le ore e non me ne accorgo. È naturale, in questo modo perdo un sacco di tempo, ma è anche vero che se il tempo non mi attraversasse così mi passerebbe accanto senza nemmeno sfiorarmi.
Ora sto qui seduto per ore con gli occhi puntati su quei quattro quadrati di luce ed osservo l’orizzonte. Niente è più piatto di un orizzonte piatto … ti pare? … Riesco, sì, è vero, a spingere lo sguardo fino in fondo, fin dove il cielo si separa dalla terra … ma niente. Spesso stringo gli occhi, proprio come fanno i miopi. E allora la linea piatta diventa un po’ ondulata, quasi come se, in lontananza, si potessero intravedere delle montagne, ma tanto piccole da sembrare puntini. Ma non sono montagne, sono puntini … lo so. Forse, a volerli unire si potrebbe anche creare qualcosa, forse … ma l’orizzonte resta lì piatto come un liquido che scivola sotto la fessura di una porta. A pensarci, amico mio, è un gioco che facevo anche da bambino. Perché sono stato bambino anch’io. E se non fosse successo tutto il resto, lo sarei rimasto ancora per molto. Ma, a quel tempo, li chiudevo tutti e due gli occhi e ci vedevo dentro tante cose belle. Comunque deve essere durato molto poco se adesso non vedo niente né dentro né fuori e vorrei scivolare piatto sotto la fessura dell’orizzonte. Ma qui adesso contano i fatti e questo non è un fatto. Sì, è vero, a volte mi vengono dei pensieri strani ma devo ammettere che raramente mi soffermo sul mio passato. Ritengo di non avere ricordi particolari a tale riguardo. Sì, mi capita di andare indietro con la mente, ma ci trovo soltanto un paio di immagini, sempre le stesse, che ormai non significano niente, proprio come quando sfogli un album di persone che non conosci. Anche ora, se chiudo gli occhi, le vedo, una per una e te le potrei descrivere senza sbagliare di un particolare, di un tempo … ma niente.
Era proprio carina, credimi … : minuta, bianca, lucente e sempre esagerata. E che occhi! Andavano sempre lontano, stupida donna! Non era mai con nessuno, anche quando mi accarezzava e mi baciava il viso, mia madre era sempre lontana, inquieta. Ed io non mi sono mai sentito abbastanza suo. E stavo lì aspettando che poggiasse i suoi occhi su di me, che mi ricordasse. E lo faceva, per la verità, ma non era mai abbastanza. Suppongo, e questo non è un pensiero generico, che fu quella sera, nella casetta vicino allo stagno, che i suoi occhi scuri e immobili mi lasciarono per sempre.
Certo, il paese è sempre coperto dalle nubi e neanche alzare gli occhi al cielo serve granché. Ne convieni? È chiaro che l’assenza totale di prospettiva riduce notevolmente il mio campo di azione e mi costringe a ripiegarmi su di me. Sì, sì … proprio così! … come se riponessi un lenzuolo in un cassetto. Indubbiamente, all’inizio è stato complicato ma poi mi sono adattato. Si tratta di limitare al massimo i movimenti e di annullare ogni punto di fuga. Del resto tutta la mia vita ha difettato di punti di fuga. Poi ogni cosa viene da sé e stai lì come su un binario morto.
È a destra della mia vita, non al centro, che avvenne: esattamente nella casetta vicino allo stagno. Fu lì che trovai il corpo esile e bianco di mia madre sotto due natiche enormi che brillavano al buio come un faro ondeggiante in una notte di tempesta. E fu allora che gridai, che venne mio padre, mio fratello. Allora non potevo saperlo che  da lì a pochi minuti l’uomo sarebbe morto, neanche lui credo. E poi fu che le natiche si trovarono al centro dello stagno come una luna che vi si era buttata dentro. Tutto era immobile: l’aria, l’acqua, gli occhi di mia madre … 
Ora scusami, ma mi viene da ridere fino alle lacrime se ci penso, e di questo ne sono convinto … che, per l’andamento generale delle cose, sarebbe bastato che fossi nato qualche minuto prima – o dopo? – del previsto; che mia madre si fosse spostata di qualche centimetro, ma che dico, millimetro dal suo spazio circostante … e tutto sarebbe stato diverso. Oh, sì! Sarebbe stata tutta un’altra cosa! … roba da non crederci … tutto si sarebbe incastrato a meraviglia, come le tessere di un mosaico. Ci sarebbe stato un senso, una logica. E invece ogni cosa si è scomposta come i cerchi in una pozzanghera quando ci butti dentro un sasso. È diabolico considerare quanta precisione ci sia nelle cose e quanto sia importante calibrare i tempi, i movimenti.
Vedi, è a quest’ora del giorno, e non un momento prima, che la striscia di luce comincia a ritirarsi e a tagliare nettamente l’angolo della stanza. Mai prima di adesso mi è venuto da considerare quanti granelli di polvere ingoi la luce e con quanta velocità.
Mio fratello se ne andò una mattina che quasi pioveva. Ma non era una pioggia vera e propria; era “come” una pioggia: una sequenza interminabile di fili argentati che ti entravano fin dentro la schiena. Se ne andò senza neanche salutarmi e non si voltò nemmeno a guardare se lo guardavo. È così che andarono le cose, e fu così che se ne andò. Ma non successe niente di particolare: si allontanò come se stesse svoltando l’angolo. Mia madre continuò a laccarsi le unghie, alzando gli occhi distrattamente, accanto alla finestra … ed io nella casetta vicino allo stagno.
A volte, quando scende la notte … – o sale? – … insomma, quando scende o sale la notte io continuo a stare qui. Non mi sforzo nemmeno di oltrepassare il buio. Abbasso soltanto lo sguardo su quel punto della stanza, là dove c’è quella porta … la stai vedendo? … : abbasso gli occhi, ma non dormo.
Strano, ma quando scivolò dentro lo stagno non fece nessun rumore. Neanche l’acqua. Tutto rimase immobile. La guardai agitarsi disperata, fino a quando l’acqua non la coprì definitivamente. Proprio così! Del resto uno stagno è quello che è: non è un fiume, né tanto meno il mare. Ogni cosa resta lì, in casa – si fa per dire …
Mi segui? L’avevo vista scendere, sempre esagerata su quei tacchi alti e con le unghie troppo rosse. Ondeggiava come se avesse vent’anni, stupida donna! Ma uno stagno è uno stagno. Non ti porta certo via … resti lì per giorni, forse sempre.
Dunque, ti stavo dicendo, ondeggiava come se avesse vent’anni e mi lanciava, ogni tanto, qualche occhiata distratta. Fu così che scivolò, inutilmente … senza rumore. La vidi rotolare, con le gambe scomposte, fin dentro l’acqua, e mi venne da ridere. No, no … non feci nulla per aiutarla. Quando sei arrivato, lei galleggiava già da qualche ora, bianca come una luna. No, no … non l’ho aiutata.
Questo è tutto. È stato un caso? Non lo so .. non mi soffermo mai su queste questioni …  Hai scritto?

Annunci