Sei anni

di Elettra GRISO

Qualche piccola cancellatura con la gomma ed ho finito. Questa letterina mi ha impegnata tutto il pomeriggio. E’ perchè la mia grafia non è molto sicura e perdo molto tempo anche per riconoscere le e con l’accento. Sono certa però, che alla fine dell’anno scolastico, sarò in grado di scrivere correttamente. Dentro la grande scatola delle matite colorate ho trovato tante sfumature di colore per i miei disegni, ed anche le farfalle sulle margherite, che ho scelto per la mia cornicetta, sono venute proprio bene. La mamma è stata contenta di me, anche se la data l’ha dovuta scrivere lei: “Fiumefreddo, 12 Marzo 1956”. In più ho chiesto solo una volta cosa dovevo dire e, per non fare sbavature sulle letterine grandi, ho seguito i consigli del mio papà. Ho intinto due volte il pennino dentro l’inchiostro per rafforzare le pance grandi della P di “Papà” e della B di “Baci” e per sistemare il codino della c di “caro”. Dopo ho pressato la carta assorbente senza farmi tremare le mani ed alla fine ho disegnato una grande casa con me, la mamma, papà e mio fratello. Sono sicura che il mio babbo mi risponderà subito. Non ha problemi, lui, con le letterine. Lo si vede da come scrive il mio nome, “Bambinalla”. Ecco: da grande vorrò scrivere a quel modo.
Fra poco arriverà sulla sua bicicletta sgangherata e con un grande borsone di pelle consumata in spalla. Lo sento anche dal fischio che fanno i freni non appena imbocca la curva che dalla cascina di Timante porta al rettilineo della nostra pensione. Lo vedo avanzare a zig-zag traballando vistosamente sulla bicicletta. “Per bilanciare il peso della borsa” – mi dice con il fiato a mezza gola, mentre frena, con i piedi, a due passi da me – “sono sicuro che uno di questi giorni tutta questa posta mi farà cadere”. Compare sempre intorno alle nove del mattino e, quando c’è nebbia, il che succede quasi sempre, copre i folti baffi con una larga sciarpa rossa per via della nevralgia che lo tormenta durante l’inverno. Da lì sotto vedo spuntare a malapena gli occhi, sempre vivaci e sereni. “Lo farò questo passo, lo farò” – mi dice togliendosi i guanti scuciti. “Mi trasferirò al Sud giù da voi e prenderò tanto di quel sole che i miei dolori diventeranno un ricordo”. Non fosse per me, ospite occasionale della pensione, nessuno lo aspetta mai sul cancello. Sono tutti al lavoro nei campi, la mattina, e la pianura, sospesa nella nebbia, sembra il luogo delle fiabe. Fra poco anche i rospi dello stagno diventeranno principi e il mio papà comparirà da una di quelle grandi foglie che galleggiano lente e mi porterà via su un bellissimo cavallo dorato. Chissà se le lettere lasciate in quelle buche solitarie avranno mai una risposta! Poi il postino comincia a rovistare con aria furba e sorridente dentro la sua borsa. ”Avrà qualcosa per me” – penso tutte le volte, con il cuore che mi batte forte forte -. Ma lui mi lascia in ansia per dei lunghissimi secondi prima di porgermi la tanto attesa busta e stringe gli occhi in tante piccole rughe. Poi mi tira le trecce, gira la sua bicicletta cigolante e lascia i saluti per la signora maestra, mia madre.

Anche se non so leggere bene, riconosco le lettere del mio papà. Stanno in una busta piccolina con una sottile riga celeste in basso ed una stellina disegnata accanto al mio nome per dirmi  che la lettera è solo mia. Ma per aprirla dovrò aspettare lo stesso stasera. La mia mamma la leggerà vicino al caminetto. E sarà bellissimo, perché la sua voce salirà trasparente come il fumo della polenta che riempie i piatti sul tavolo: 
“Reggio Calabria, 18 Marzo 1956.
Bambinalla, Bambinalla, giochi ancora con la palla? Serenella, Serenella, come il sole tu sei bella. Quando a casa tornerai un pranzetto troverai: certo, ti piacerà,  perché è fatto da papà”.

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