di Giuseppina CATONE

Finalmente un libro!
Sento già levarsi un mormorio: “che cosa vai dicendo? non hai letto libri ultimamente?”
Certamente, ne ho letti, ed anche parecchi… ma lasciatemi gustare questo!
Ohran Pamuk non è l’ultimo arrivato sulla scena della narrativa, non è un improvvisatore o uno che scrive pensieri spiccioli di vita spicciola: è un grande narratore, dotato di quel dono che si chiama scrittura, che è tale solo quando è un dono.
In questo romanzo leggiamo la storia di un amore appassionato ed infelice, che tormenta il protagonista, ma che lo racchiude anche in quel meraviglioso universo, infantile e un po’ folle, in cui solo un innamorato può stare. Non partecipiamo, però, solo della storia di Kemal e di Fusun, ma il nostro occhio corre sulla Istanbul degli anni ’70 e ’80, su una città in bilico tra Oriente ed Occidente, che vive drammaticamente la modernità senza sapersi staccare dall’arcaico mondo che ne costituisce il sostrato di tradizioni e di usanze, di modi di essere e di pensare.
Ho amato molto “Il museo dell’innocenza” e per svariati motivi, che proverò qui ad elencare: lo stile, prima di tutto. Una prosa ricca ed armoniosa, a volte estremamente raffinata, che sa adoperare tutte le possibilità offerte dalla lingua per espandere le parole ed i periodi senza una sbavatura. Anche se a volte si dilunga in descrizioni molto particolareggiate nulla è mai buttato lì a caso, ma è funzionale alla storia. Già la storia: Pamuk racconta la storia di Kemal e di Fusun compiendo una profonda analisi introspettiva dei personaggi, di tutti i personaggi, anche di quelli secondari. Man mano che procediamo nella lettura ci sembra di conoscerli tutti, di essere loro amici e conoscenti, di partecipare dei loro discorsi. Ci sembra di soffrire con Kemal nelle ore di attesa vana di Fusun, ci sembra di condividere la freschezza della gioventù e della vanità di quest’ultima, ci sembra di provare la dolorosa mortificazione di Sibel, la fidanzata tradita, incapace di riportare a sé l’amore del suo uomo. Comprendiamo tutta la giostra dei sentimenti, veramente umani, che si muovono in questo romanzo. Li comprendiamo quasi come una commedia che rappresenta tutti noi, creature fragili, in balia di sogni e speranze, molto spesso vani. Il protagonista vive per otto anni di un amore unico e pertinace che lo porta ad annullarsi, a rompere il suo legame con Sibel, a distruggere il suo lavoro, a ridursi quasi a zimbello della società bene di Istanbul, a non tenere più in conto amici, famiglia;  e tutto questo pur di trascorrere le sue giornate accanto a Fusun ormai sposata ad un altro ed ai suoi genitori. Ma per Kemal nulla più conta se non la speranza di poter un giorno riavere l’amore di Fusun e la sua disarmante ingenuità ci fa sorridere di tenerezza. Si potrebbe notare una certa malattia dell’anima in lui, un tormento che ha come sfondo e contraltare Istanbul e il Bosforo. Ma quanti personaggi conosciamo che assomigliano a Kemal! E penso al protagonista della Recherche, penso ad Emilio Brentani. Il personaggio di Pamuk, però, è “innocente” ed a questa innocenza dedica il suo museo, che costruisce giorno per giorno raccogliendo i cimeli del suo amore per Fusun. Oggetti di uso quotidiano, mozziconi di sigarette, orecchini, tutto quello che la ragazza ha toccato, sfiorato, che le è appartenuto, tutte le testimonianze delle loro giornate insieme confluiscono in questa casa museo, dove l’amore dei due è nato.
Non posso non inserire in questo piccolo commento un altro elemento che trovo straordinario in Pamuk: il modo di descrivere la sua città. Istanbul e il Bosforo, l’ho detto prima, sono sempre presenti, entrano nella storia, ci guidano nella loro luce e nei riflessi di un oriente millenario. Si sente tutto l’amore dell’autore per la città, si sente l’afflato, il respiro, la simbiosi. Le sue descrizioni, a volte, sono quadri minuziosi e chiari, nitidi nei contorni.
Forse quello che ho scritto è poco esauriente, ma ci vorrebbero pagine e pagine per trattare ogni aspetto del romanzo e non è questo il luogo né io sono la persona! Tuttavia spero che queste poche righe abbiano fatto comprendere perché ho iniziato dicendo “finalmente un libro!”.

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