Questo intervento è di una delle partecipanti al laboratorio di lettura consapevole e scrittura creativa, “Carta, penna e… “, che coordino presso la Libreria Universalia.
Abbiamo stabilito di leggere mensilmente un libro scelto da me o dal gruppo: il mese scorso ho proposto Il giorno prima della felicità di Erri De Luca.

Tita FERRO

di Romina ARENA

Domani per noi comincia l’anno. Voglia il nostro che oggi sia il giorno prima della felicità.
Qual è il giorno prima della felicità?
Sdraiarsi sul letto in attesa che arrivi. Il giorno prima della felicità è quello in cui tutto il dolore si raggruma per poi sciogliersi nel più sublime dei piaceri. Febbrile è l’attesa nel terrore di non accorgersi che quello, proprio quello, è il giorno della felicità. Oppure fare come se non esistesse per poi stupirsi e rimanere confusi e turbati quando esso arriva; per non guastarsi il gusto della sorpresa, ma anche per l’incapacità di nominarlo (Se non veniva come lo dovevo chiamare quel giorno? Non lo dovevo chiamare. Sarebbe stato uno dei soliti, con dentro le cose necessarie).
Ma quanto dolore bisogna accumulare per godere di quel tepore intimo, del tutto personale che la felicità ci sbatte addosso? Il vuoto causato da un’assenza, un duro colpo sul naso, la nostalgia per quel senso di sconfinata libertà lasciata dall’altro lato del Pacifico. In Argentina. E la guerra, la semplicità dei gesti e l’ineluttabilità delle azioni tanto ovvie da stupirsi dello stupore altrui. Oppure l’amore, quello definitivo che si percepisce scalando una grondaia, quello che s’intuisce dietro un vetro appannato, a cui bisogna credere senza controllare, come si fa con gli angeli custodi.
C’è la vita di due persone che corre parallela e spesso si confonde tra le maglie di quella città, Napoli, che fagocita tutti ed a tutti imprime un marchio indelebile sulla pelle, ma soprattutto sull’anima. Una città finita in Italia per sbaglio. In essa c’è quel ventre nel quale si racchiude un microcosmo palpitante, profondo, denso di vita e traboccante di storia, sensazioni. Sangue.
Un ragazzo e Don Gaetano, portinaio. Legati da uno stesso filo e dalla stessa solitudine: quella solitudine così profonda e semplice, ed umana da penetrare i pensieri della gente; quelli più pudichi o quelli più vergognosi (l’umanità da dentro fa spavento, carne da arrostire all’inferno).
T’aggia ‘mpara e t’aggia perdere”. È qui, in questa frase, racchiusa tutta l’essenza del loro rapporto: un rapporto di padre e figlio senza essere mai stati, nessuno dei due, né padre né figlio. Don Gaetano ha la capacità di anticipare gli eventi, superarli, capirne l’andamento, fino al loro precipitare. Non c’è affetto nel fare crescere questo ragazzo, ma solo l’inesorabile dispiegamento della vita e del suo percorso, il dischiudersi di una natura sconosciuta, l’intimità della paste patate, la rivelazione del suo passato così lontano dal presente, così identico al suo futuro. Gli porge il senso dell’esistenza, Don Gaetano, nella sua semplicità, attraverso quello che è stato in quella Napoli del ’43, con i tedeschi in fuga e gli americani alle porte; con l’Argentina estremo sogno di riscatto, raccontato con un’altra lingua e una seconda voce e quelle mine da disinnescare perché la sua condizione di essere solitario non avrebbe sparpagliato lutti in giro (è un pensiero che ti fa leggero). Vede se stesso riflesso nel ragazzo, guagliò, ‘a scigna, in quell’anima sopraffatta sospesa in un’attesa talmente lunga da dimenticarsi quello che stava aspettando (aspettare mi ha fatto scordare quello che aspettavo): Anna, quell’amore necessario e senza uscita (io non sono al tuo fianco, Anna, io sono il tuo fianco) se non la morte quando il futuro, domestico lento, ma fedele saldava un debito contratto da bambini in cambio della vita, della libertà.
È tutto scritto ed incontrovertibile. Don Gaetano si porta appuntata sull’anima la tristezza incallita di capire e soltanto assecondare il destino con un coltello o un biglietto per l’America, una salvezza secondaria, perché per quelli come lui, per quelli come loro ci pensa il mare a pareggiare i conti.

Il giorno prima della felicità lascia dentro quello che una leggera brezza può lasciare dentro una stanza: la sensazione di una frescura passeggera, ed il rimpianto per la fugacità intensa di quell’attimo. Come la libertà che scivola via quando il senso di appartenenza diventa forte, autentico; quando finalmente ci si sente parte integrante di qualcosa e quei lacci appena stretti si spezzano per allontanarci da quel nucleo che ci ha fatti grandi, maturi, sorprendendoci, senza accorgercene. Il conto da pagare per una sensazione, un dono, un’emozione attesa per tanto tempo; un conto lungo quanto rapida è la discesa del riverbero del sole nella corte interna di un palazzo.
Si cresce assieme al libro e si precipita nella voragine come il sole rimbalzando sulle finestre, sentendo come proprio quel dolore altrui dentro il quale non ci si sente estranei. Si fa tesoro di quell’amore febbrile, che si è aspettato perché non si poteva fare altro; quel sentimento così crudo ed imprescindibile per il quale anche un no è inevitabilmente un si incondizionato, secco, inappellabile.
Si impara a sentire con tutto il corpo, come seduti su un immaginario greto, quel qualcosa che non si sa chiamare per nome, che si fa finta di non sapere riconoscendo o intuendo quei fili che muovono questo breve passaggio e s’impara ad aspettare il giorno prima della felicità.

Romina Arena, laureata in Scienze politiche nel 2004 con una tesi in storia contemporanea, dopo un master in storia dell’integrazione europea, sta per concludere presso l’Università di Siena un dottorato di ricerca in ambito storico.
E’ impegnata nello studio delle conseguenze della globalizzazione e dell’occidentalizzazione sul terzo e quarto mondo, in chiave storica, economica, politica, giuridica ed ambientale.
Tra i suoi interessi: lettura, scrittura, musica, sport, pesca, giardinaggio, agricoltura e natura, natura, natura.

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