Report di Officina del 24 Ottobre 2009

a cura di Giuseppina CATONE e Carmela FERRO

Sembra semplice dire “iniziare”, come se ogni avvio fosse soltanto un cammino aperto verso il futuro: in realtà questo verbo contiene infinite varietà di senso se si riflette su ciò che ha preceduto il momento di partenza e che può essere stato anche traumatico o sofferto o che, al contrario, può innescare un processo di trasformazione e rinascita.
Dai brani presentati in occasione dell’incontro di Officina sono emerse tutte le diverse possibili sfaccettature di significato: alcuni si riferiscono ad una nascita reale, alla concretezza dei fatti; altri, invece, sottolineano un momento di passaggio relativo alla maturazione psicologica del personaggio; altri ancora sottendono un cambiamento politico o antropologico.
Al primo contesto sono riferibili i contributi di Tonino Moscato, di Tita Ferro e di Maria Giglio.
Tonino ha presentato il trailer del film-documentario Il Primo respiro di Gilles de Maistre: il regista filma il momento della nascita in diversi ambienti geografici e contesti (nell’acqua, tra la sabbia, nella neve), dimostrando, così, che, pur se la cultura e la geografia determinano la diversità nelle fasi precedenti il parto, tuttavia questo culmina in un identico “primo respiro”.
Dei diversi contributi di Tita, la poesia Specchio di Salvatore Quasimodo è quella in cui l’inizio si riferisce

 al concreto germogliare della vita sul tronco di un albero:

 
«Ed ecco sul tronco
si rompono gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.
E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era

 
Secondo l’interpretazione di Tita, nell’iniziare c’è un cambiamento, qualcosa di nuovo, che prima non c’era, e la parola ecco ne indica l’improvviso apparire: anche quando il tempo di preparazione è stato lungo, l’iniziare rappresenta sempre uno stacco, un fatto improvviso, un salto nel buio tra ciò che c’era e ciò che si pensa, si immagina ci sarà.
Maria legge una pagina tratta da “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta, in cui appare descritto l’inizio del giorno e non solo:
E’ un’alba di mezzo agosto, un’ora in cui l’estate ancora piena cede alla passione dell’autunno. Fra poche ore tutto sarà diverso, ma intanto  io vivo questo annuncio di una stagione che è più propriamente la mia.”
Si passa quindi al contributo di Maria Iaria che prende in esame il significato antropologico del verbo iniziare, più precisamente con un riferimento all’iniziazione presso le antiche società. La riflessione parte dal fatto che questo momento essenziale del passaggio verso la maturità presuppone anche una sofferenza o un dolore, il dolore della prova. Un momento di maturazione e di passaggio si può cogliere nella pagina conclusiva del Pinocchio di Collodi, in cui il nuovo Pinocchio ormai trasformato in bambino, guarda il burattino senza vita compiacendosi del suo nuovo stato. Il burattino rimane perché sia possibile un confronto tra il prima e il dopo:

Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia quando, svegliandosi, si accorse che non era più un burattino di legno: ma che era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri. Dette un’occhiata all’intorno e invece delle solite pareti di paglia della capanna, vide una bella camerina ammobiliata e agghindata con una semplicità quasi elegante. Saltando giù dal letto, trovò preparato un bel vestiario nuovo, un berretto nuovo e un paio di stivaletti di pelle, che gli tornavano una vera pittura.
Appena si fu vestito, gli venne fatto naturalmente di mettere le mani nelle tasche e tirò fuori un piccolo portamonete d’avorio, sul quale erano scritte queste parole: «La Fata dai capelli turchini restituisce al suo caro Pinocchio i quaranta soldi e lo ringrazia tanto del suo buon cuore». Aperto il portafoglio, invece dei  soldi di rame, vi luccicavano quaranta zecchini d’oro, tutti nuovi di zecca.
Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d’essere un altro. Non vide piú riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l’immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose.
In mezzo a tutte queste meraviglie, che si succedevano le une alle altre, Pinocchio non sapeva piú nemmeno lui se era desto davvero o se sognava sempre a occhi aperti.
— E il mio babbo dov’è? — gridò tutt’a un tratto: ed entrato nella stanza accanto trovò il vecchio Geppetto sano, arzillo e di buon umore, come una volta, il quale, avendo ripreso subito la sua professione d’intagliatore, stava appunto disegnando una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi animali. […]
__  … quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie.
— E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?
— Eccolo là — rispose Geppetto: e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.
Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza:
— Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di esser diventato un ragazzino perbene!…

 
Il verbo iniziare può leggersi anche in chiave psicologica, come il cambiamento che nasce da una resa o dalla ribellione: è il caso dei brani presentati da Carmela Ferro e da Giuseppina Catone.
Nel brano tratto da “Padre Sergij” di Tolstoi, Carmela intravvede il nuovo che inizia da una resa, dal riconoscimento di un proprio limite:

Ecco dunque cosa significava il mio sogno. Pasenka è proprio ciò che io dovevo essere e non sono stato. Io ho vissuto per gli uomini con il pretesto di Dio, e lei vive per Dio, immaginandosi di vivere per gli uomini. Sì, una sola azione buona, una tazza d’acqua offerta senza pensiero di ricompensa, è più preziosa di tutti i benefici che io ho portato alla gente. Ma c’era in me almeno un poco di desiderio sincero di servire Dio?”, domandava a se stesso, e la risposta fu: “Sì, ma tutto è stato sporcato, soffocato dalla gloria degli uomini. Sì, non c’è Dio per chi ha vissuto come me per la gloria degli uomini. Lo cercherò.” […] Se riusciva ad essere utile alla gente o con un consiglio,  o perché sapeva leggere e scrivere, o perché ricomponeva una lite, non vedeva la gratitudine di coloro per i quali l’aveva fatto, giacché se ne andava subito. E pian piano, Dio cominciò a manifestarsi in lui.

Giuseppina presenta, invece due passi che, sia pur nella diversità del contesto, possono essere considerati simili: il nuovo corso di due vite esemplari, quella di San Francesco e quella di Siddharta, inizia con un gesto di ribellione all’autorità paterna ed a quello che questa rappresenta economicamente e socialmente. Una ribellione che non nasce da mancanza di rispetto, ma dalla consapevolezza che la strada da intraprendere è più grande e più importante e costituisce una svolta definitiva:

Dante, Paradiso XI, 55-63
Non era ancora molto lontan da l’orto,
ch’el cominciò a far sentir la terra
de la sua gran virtute alcun conforto;
ché per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun diserra;
e dinanzi a la sua spirital corte
et coram patre le si fece unito;
poscia di dì in dì l’amò più forte
.

H. Hesse, Siddharta:
Siddharta comunicò a Govinda: “Domani mattina per tempo, amico mio, Siddharta andrà dai Samana. Diventerà un Samana anche lui”. A queste parole Govinda impallidì, e nel volto immobile dell’amico lesse la decisione, inarrestabile come la saetta, scagliata dall’arco. Subito, al primo sguardo, Govinda si rese conto: ora comincia, ora trova Siddharta la sua via, ora comincia il suo destino a germogliare, e con il suo il mio.[…] “O Siddharta,” esclamò “te lo permetterà tuo padre?” […]
Le prime luci del giorno entravano nella stanza. Il Brahmino vide che Siddharta tremava leggermente sulle ginocchia. Nel volto di Siddharta, invece, non si vedeva alcun tremito: gli occhi guardavano lontano. Allora il padre s’accorse che Siddharta non abitava già più con lui in quella casa: Siddharta l’aveva già abbandonato. Il padre posò la mano sulla spalla di Siddharta. “Andrai nella foresta,” disse “e diverrai un Samana.

Katia Marino, che legge alcuni passi di Mille splendidi soli di Khaled Hosseini, ha trovato in questo libro altre chiavi di lettura, altri possibili significati da rintracciare nel testo. Prima di tutto l’inizio che è legato al cambiamento politico, al sovvertimento dello stato:

E finalmente la sua attesa fu ricompensata. Nell’aprile del 1992, l’anno in cui Laila compiva quattordici anni.
Najibullah alla fine si arrese e ottenne asilo presso la sede delle Nazioni Unite vicino a Darulaman Palace, a sud della città.
La jihad era finita. I vari regimi comunisti che avevano tenuto il potere dalla notte in cui era nata Laila erano stati tutti sconfitti. Gli eroi della mamma, i compagni d’armi di Ahmad e di Nur, avevano vinto. E ora, dopo oltre un decennio in cui avevano sacrificato tutto, lasciando le famiglie per vivere in montagna e combattere per la sovranità dell’Afghanistan, i mujahidin, veterani di tante guerre, si presentarono a Kabul in carne ed ossa – ossa martoriate dalle battaglie.
La mamma conosceva tutti i loro nomi. […] Per la mamma questo era il giorno tanto agognato. Questo era il premio per tutti quegli anni di attesa. Finalmente la veglia funebre era finita e i suoi figli avrebbero potuto riposare in pace.
Il giorno della resa di Najibullah, quando la mamma si alzò dal letto era una donna nuova. Lavò i vetri, spazzò il pavimento, arieggiò la casa e fece un lungo bagno. Per la prima volta da cinque anni, dopo che Ahmad e Nur erano diventati shahid, non si vestì di nero. Indossò un abito di lino color cobalto a pois bianchi. La sua voce era stridula per l’eccitazione.
Il giorno successivo, Kabul fu invasa dai camioncini dei talebani. […] Su ogni pck-up, un altoparlante trasmetteva annunci a tutto volume… Il comunicato era scritto anche su volantini che venivano lanciati per le strade. Mariam ne trovò uno in cortile.
“Il nome del nostro watan è ora Emirato Islamico dell’Afghanistan. Queste sono le leggi che noi applicheremo e alle quali siete tenuti a obbedire
…”

Sara Puntillo, Maria Bambace e Vittoria Mallamaci presentano tre brani diversi per la valenza di significato del verbo iniziare.
Nella Caverna di J. Saramago, Sara evidenzia questo passaggio:

Autoritarie, paralizzanti, circolari, a volte ellittiche, le frasi a effetto, dette scherzosamente briciole d’oro, sono una piaga maligna, tra le peggiori che hanno infestato il mondo. Diciamo ai confusi, […] Comincia dal principio, come se quel principio fosse il capo sempre visibile di un filo male arrotolato che bastasse tirare e continuare a tirare per giungere all’altro capo, quello della fine, e poi, fra il primo e il secondo, avessimo fra le mani una linea retta e continua dove non c’era stato bisogno di sciogliere nodi né districare strozzature, cosa impossibile che accada nella vita dei gomitoli e, se ci è consentita un’altra frase a effetto, nei gomitoli della vita. Marta ha detto al padre, Cominciamo dal principio, e sembrava mancasse solo che si sedessero entrambi davanti al bancone a modellare statuine fra dita repentinamente agili e precise, con l’antica abilità recuperata dopo una lunga letargia. Puro inganno di innocenti e sprovveduti, il principio non è mai stato il capo nitido e preciso di una linea, il principio è un processo lentissimo, tardivo, che richiede tempo e pazienza perché si capisca la direzione in cui vuole andare, che tasta il cammino come un cieco, il principio è solo il principio, ciò che ha fatto vale tanto quanto niente.

Maria nella poesia Storia d’un fiore di R. Tagore mette in evidenza la nascita di un fiore intesa come dono di sé alla natura circostante

Una mattina di primavera
un fiore di gelsomino
aprì gli occhi
per la prima volta,
per la prima volta
guardò in tutte le direzioni.
Le api ronzando dicevano.
“Dov’è il miele, dateci il miele!”
Col cuore spezzato dalla gioia
il fiore disse “Eccolo, prendilo!”
Il vento arrivò
E disse all’orecchio:
“O fiori datemi profumo!”
Il fiore piangendo di gioia disse:
“Porta via tutto quello che ho!”
Sotto la pianta,
con lo stelo spezzato,
al momento di chiudere i suoi occhi,
il fiore di gelsomino
guardò in ogni direzione.
Venuta vicina l’ape disse:
“Dov’è il miele, voglio miele!”
Piano piano, tirando un sospiro,
il fiore disse:
“Nulla, non ho più nulla!”
Venuto accanto il vento disse:
“O fiore, dammi profumo!”
Piegatosi, il fiore,
con volto triste disse:
“Che c’è ancora?”

Vittoria legge la poesia di A. Rimbaud Alchimia del verbo in cui l’inizio è inteso come trasformazione del linguaggio poetico e come ritorno al silenzio nell’impossibilità di cambiare il mondo:
All’inizio,/scrivevo silenzi,/annotavo l’inesprimibile,/fissavo vertigini./Mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili./Inventai il colore delle vocali./Regolai la forma e il movimento/di ogni consonante e,/con ritmi istintivi,/m’illusi d’inventare un verbo poetico/accessibile a tutti i sensi.[…]
Sembra contrastare con questi versi un breve testo poetico di Emily Dickinson, offertoci da Tita:

Una parola è morta
quando è detta,
c’è chi dice così.
Io dico invece/
ch’essa comincia a vivere
proprio quel giorno
.

Infine Katia propone una breve lettura in cui iniziare non abbia altri significati, non sottenda altre chiavi di lettura, ma sia un puro e semplice incipit di racconto:

da Firmino di Sauvage
Avevo sempre immaginato che la storia della mia vita, se un giorno l’avessi mai scritta, sarebbe cominciata con un capoverso memorabile: lirico come il “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi” di Nabokov o, se non altro, di grande respiro come il tolstojano: “Tutte le famiglie si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”. La gente ricorda espressioni del genere anche quando del libro ha dimenticato tutto il resto. Comunque, a proposito di incipit, il migliore a mio avviso non può che ritenersi quello del Buon soldato di Ford Madox Ford: “Questa è la storia più triste che abbia mai sentito”. L’ho letto decine di volte, ma ancora mi lascia di stucco. Ford Madox Ford è stato Un Grande.

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