di Tita FERRO QUATTRONE

Quando p. Spadaro ha comunicato il tema dell’Officina di ottobre, Iniziare, la prima immagine che ho avuta in mente è stata sul tronco si rompono gemme, quella con cui si apre Specchio di Salvatore Quasimodo. Il motivo poteva essere semplice: la lirica presenta un inizio, quello della primavera con i rami degli alberi che sembravano morti e incominciano a far vedere il primo verde dalle gemme spaccate, ma sentivo che questa non era tutta la risposta, alcune parole infatti hanno cominciato ad assumere particolare rilievo in funzione dell’iniziare.

«Ed ecco sul tronco
si rompono gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.
E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era

Nell’iniziare c’è un cambiamento (di cui si può essere consapevoli o no, “Io non so ben ridir com’io v’entrai”, dice Dante quando cerca di ricordare il momento in cui ha lasciato la via diritta per entrare nella selva), qualcosa di nuovo, che prima non c’era, e la parola ecco ne indica l’improvviso apparire: anche quando il tempo di preparazione è stato lungo, l’iniziare rappresenta sempre uno stacco, un fatto improvviso, un salto nel buio tra ciò che c’era e ciò che penso ci sarà, che prevedo, ma ancora non conosco nei particolari quando muovo il primo passo. In secondo luogo l’inizio non è un’idea o il semplice desiderio della primavera, ma è colto in fatti visibili, tangibili, che cambiano l’aspetto consueto invernale del paesaggio: si rompono gemme, il verde spacca la scorza dei rami, anche fonicamente questo inizio ha una forza impensata, ma, sembrerebbe un paradosso, riposa il cuore, quasi risposta alla fatica che ha caratterizzato l’attesa, l’oscuro presagire ed in qualche modo prevedere e attendere quello che ancora di fatto non c’era. Talmente improvviso il cambiamento, espresso con ecco e con pure stanotte non c’era, talmente visibile che il Poeta non trova altro modo per farlo capire se non accostarlo ad un fatto altrettanto improvviso e inspiegabile, il miracolo. E mi veniva da pensare che forse in fondo ogni inizio è un “miracolo”.

Alla poesia di Quasimodo, ho accostato il secondo brano tratto dalla Storia Infinita di Michael Ende, perché aggiunge qualche elemento in più all’iniziare: Bastiano, cedendo finalmente all’appello di Atreiu e dell’Imperatrice entra nella storia per salvare Fantasia e si trova con Fiordiluna ma non la vede, la sente soltanto, e lui, al buio, si sente spiazzato perché non immaginava così l’inizio.

«“Fiordiluna”, sussurrò, “questa è la fine?” “No”, rispose lei, “è il principio.” “Dov’è Fantàsia, Fiordiluna?” ………….. “Fantàsia rinascerà dai tuoi desideri, Bastiano mio. E grazie a me, essi si muteranno in realtà.” ………….. “Perché è così buio, Fiordiluna?” domandò. “Il principio è sempre buio, Bastiano mio.” ……….. “Un granello di sabbia, è tutto ciò che è rimasto del mio Regno. Te lo regalo.” “Grazie”, mormorò Bastiano stupito. Non sapeva davvero che cosa avrebbe potuto farsene di quel dono. Se almeno fosse stato qualcosa di vivo! Mentre stava ancora chiedendosi che cosa Fiordiluna si aspettasse da lui, avvertì d’un tratto un lievissimo pizzicore sul palmo della mano. Osservò attentamente. “Guarda, Fiordiluna!” sussurrò. “Comincia a luccicare, guarda, lo vedi, ne esce una minuscola fiamma. No, è un germoglio! Fiordiluna, questo non è un granello di sabbia! E’ un seme luminoso che comincia a germogliare

I due autori non avrebbero potuto trovare immagini più significative per dire l’iniziare: in Quasimodo è il verde (colore considerato simbolo di speranza) che fa capolino dalle gemme spaccate, in Ende è un germoglio luminoso che nasce da un seme esso pure luminoso. Iniziare è nascere, ma anche morire: la fine di un mondo è necessaria per l’inizio di un altro. I due momenti, il finire e l’iniziare, sono caratterizzati entrambi da una situazione di buio, quella della soglia che sta tra la possibilità e l’attuazione, lo spazio-tempo dell’attesa, della speranza, e quello della realizzazione: buio della fine, perché bisogna necessariamente lasciarsi alle spalle il mondo che si conosce e dà sicurezza per aprirsi al nuovo, buio del nuovo che, anche quando è immaginato, previsto, perfino conosciuto attraverso il racconto di chi quella esperienza l’ha già fatta, non è ancora sperimentato nella sua realtà e soprattutto nell’impatto che avrà sulla carne di chi si appresta ad affrontarlo.

Il terzo brano, tratto da Mai senza l’altro, del gesuita Michel De Certau, esprime bene il travaglio e la fatica dell’attesa che precede l’inizio anche come posizione fisica, il desiderio che è connesso ad essa, talmente intenso da diventare preghiera che travalica le parole, le rende superflue.

«A mo’ di immagine, partirò dall’esperienza di certi monaci dei primi tempi della chiesa, nel III e IV secolo. Di notte essi stavano in piedi, nella posizione dell’attesa. Si ergevano lì all’aperto, dritti come alberi, con le mani alzate verso il cielo, rivolti verso il luogo dell’orizzonte da cui doveva venire il sole del mattino. Tutta la notte il loro corpo abitato dal desiderio attendeva il levar del giorno. Era la loro preghiera. Non avevano parole. Che bisogno c’era di parole? La loro parola era il loro stesso corpo in travaglio e in attesa. Questa fatica del desiderio era la loro preghiera silenziosa. Erano là, semplicemente. E quando al mattino i primi raggi del sole raggiungevano la palma delle loro mani, essi potevano fermarsi e riposare. Il sole era giunto.»

In tutti questi testi l’iniziare è momento conclusivo di una tensione fatta di attesa, speranza, anticipazione, desiderio, sogno, buio da superare, tensione tale che il momento dell’inizio è sentito come un sollievo, un riposo per il cuore. E mi pare importante sottolineare che l’iniziare non appartiene al momento in cui penso, mi propongo, progetto qualcosa, desidero, e di fatto sono ancora sulla soglia, ma quando muovo il primo passo per un cambiamento rispetto alla situazione precedente, quando oltrepasso la soglia: l’inizio per il figliol prodigo non è quando prende coscienza della sua situazione, momento importantissimo, né quando con un futuro che ha la forza di un imperativo decide “mi alzerò, andò dal padre mio e gli dirò” , in cui già prevede addirittura passo dopo passo la strada che percorrerà, ma quando muove di fatto il primo passo, “Si alzò”. E quel primo passo, quel cambiamento proprio dell’inizio porta con sé la complessità e la ricchezza che ha caratterizzato la soglia: attesa, speranza, ascolto, visionarietà, rimangono nell’inizio, gli danno una particolare forza significativa a cui sempre ci si potrà riferire per richiamare, riattualizzare la preziosità di quel momento.

Ho trovato in due scritti di Cesare Pavese due modi diversi di sentire l’inizio: nel primo, una famosa pagina de Il mestiere di vivere, c’è un inno alla gioia dell’iniziare, nel secondo, Steddazzu, invece, è presentata la stanchezza dell’inizio, quella di chi sa già che tutto si ripeterà uguale, non spera nulla di nuovo, ne è talmente convinto che ha ucciso in sé la speranza e l’attesa. Ripete quindi con calma i gesti di ogni giorno, prigioniero di un a routine di cui non conosce neppure il motivo.

«L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità – si vorrebbe morire.»

«L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio
e le stelle vacillano. Un tepore di fiato
sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,
e addolcisce il respiro. Quest’è l’ora in cui nulla
può accadere
. Perfino la pipa tra i denti
pende spenta. Notturno è il sommesso sciacquìo.
L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami
e lo guarda arrossare il terreno. Anche il mare
tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno
in cui nulla accadrà
. Non c’è cosa più amara
che l’inutilità. Pende stanca nel cielo
una stella verdognola, sorpresa dall’alba.
Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco
a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;
vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne
dov’è un letto di neve. La lentezza dell’ora
è spietata, per chi non aspetta più nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare
e la lunga giornata cominci? Domani
tornerà l’alba tiepida con la diafana luce
e sarà come ieri e mai nulla accadrà
.
L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.
Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,
l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende

L’inizio di un nuovo giorno o di un’attività qualunque, di ogni cosa, ha grande importanza, può condizionare, quanto meno influenzare il seguito con la sua energia positiva/negativa/neutrale, ma la forza di cambiamento che lo caratterizza può essere inficiata da un comportamento molto diffuso che porta a classificare tutto, ad inserire il nuovo nei vecchi schemi di conoscenza (il vino nuovo in otri vecchie): una persona nuova che conosco allora mi fa pensare a qualcuno che ho già conosciuto, una nuova esperienza è un po’ come un’altra fatta precedentemente, una innovazione di cui vengo a conoscenza, mi fa pensare a situazioni conosciute. Nihil novi sub sole. Il nuovo rientra bene e rapidamente nelle categorie vecchie della nostra classificazione mentale, e ciò fa di noi esseri-disincantati che sanno tutto … che non sanno aspettare più niente di nuovo: iniziare vuol dire attivare, o meglio mantenere viva, la capacità di lasciarsi stupire.

Nella poesia di Emily Dickinson, Alcuni dicono che, mi sono imbattuta per caso, ma dovrei forse non attribuire frettolosamente al caso quella che è invece la risposta ad un’attesa: quando ti porti dentro un’immagine, un pensiero, sembra che essi funzionino da campo magnetico che attira tutto ciò che ad essi può riferirsi. Emily riflette su una convinzione diffusa: la parola quando è detta, comunicata, è parola morta. E’ esperienza comune l’inadeguatezza della parola ad esprimere il mondo che dentro ci appare in tutta la sua vivezza, la delusione di una parola che non riesce ad essere mezzo di comunicazione.

«Una parola è morta
quando è detta,
c’è chi dice così.
Io dico invece
ch’essa comincia a vivere
proprio quel giorno.»

Emily non ha dubbi, il suo I say è perentorio: anche col rischio di non trovare chi la accolga, la parola deve essere detta, perché comincia a vivere nel momento in cui è detta all’interno di una comunicazione tra un io e un tu, cioè non nel momento in cui è detta o scritta materialmente, ma quando incontra il tu che la raccoglie: allora, anche a distanza di anni, uscendo magari da un vecchio libro dimenticato in cui era stata sulla soglia, in attesa appunto di essere detta veramente, la parola comincerà o ricomincerà a vivere, ed anche il libro scritto e stampato ritornerà in vita e si rigenererà, diventando “altro”, trasformandosi in un altro libro, tanti altri libri, quanti saranno i suoi lettori.

Perché poi questa poesia mi abbia ricordato Stelle di Giuseppe Ungaretti, non so di preciso, forse perché ho interpretato il soffio sia come ispirazione del poeta sia come respiro di accoglienza del lettore, capace di riprodurre l’incanto dell’inizio nella sua ricchezza.

«Tornano in alto ad ardere le favole.                
Cadranno le foglie al primo vento.
                  
Ma venga un altro soffio,
ritornerà scintillamento nuovo.»

Un’ultima osservazione. Iniziare può essere anche riiniziare, anzi lo è quasi sempre: Ricominciamo, dice la nota canzone di Adriano Pappalardo. L’inizio porta con sé la forza e la ricchezza di quel “miracolo” che è sempre il passaggio dalla possibilità alla realtà, è qualcosa a cui bisogna sempre tornare per ritrovare nuova vita, nuova ispirazione, nuova forza, non per ripetere l’inizio, copiandolo quasi, per una malintesa fedeltà, ma per riattualizzarne, farne rivivere la sostanza, la forza cioè dell’intuizione di un progetto futuro, la passione della visionarietà, della possibile realizzazione, l’apertura al sogno dei particolari che lo caratterizzeranno, l’abbandono fiducioso alla speranza. L’inizio ha una ricchezza che va al di là della stessa comprensione e possibilità di chi lo vive, come il seme porta in sé molto più di quello che si vede e si tocca: ha il suo presente, ma anche il suo sviluppo e tocca a colui coloro che cominceranno sempre di nuovo, ridare nuova vita a ciò che c’era e non ha trovato forse ancora il tempo o lo spazio per realizzarsi. E che l’inizio abbia una potenza e ricchezza capace di riproporsi ogni volta che viene richiamato, l’ho trovato nei versi di Dante, Inferno canto 1°, quando Dante pieno di paura di fronte alla prima delle tre fiere trova forza e conforto nel mattino e nella primavera, che gli richiamano il momento “magico” della creazione.

«Temp’era dal principio del mattino,             
e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle           
ch’eran con lui quando l’amor divino 
         
mosse di prima quelle cose belle;                                                                   
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione

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