Proponendo di seguito il nuovo editoriale, realizzato come sempre da padre Antonio Spadaro, vi diamo appuntamento al primo incontro di Officina 2009/2010, fissato per sabato 24 Ottobre e a seguire ogni 4° sabato del mese, dalle ore 15 alle 17, sempre presso la sede di Pietre di scarto in via Pio XI, trav. Putortì n. 16.

Non mancate!

Che cosa caratterizza un “genio”? L’ingegno? La sapienza? La cultura? L’intuizione? L’analisi? La sintesi? Credo tutte queste cose o almeno alcune di esse. Certamente almeno qualche opposto. Per esempio: l’intuizione e l’analisi, oppure la creatività e il metodo. Ma queste sono le “doti” di un genio, le parti di sé che lui possiede e che ha sviluppato nel tempo e che lo fanno essere quel che è. Ma non basta questo per essere un genio.

Per essere un vero genio ci vogliono le idee, le “visioni”. Ma quali? Quelle “chiare e distinte”? No. Il vero genio è mosso da idee indistinte e non del tutto chiare. Perchè il genio è colui che vive l’inizio e lì, in maniera instabile, si ferma. Il genio è come un uomo che attinge acqua alla sorgente e non al rubinetto. L’acqua sgorga senza regole e canali ma con la forza e la purezza dell’inizio. L’acqua alla sorgente sprigiona in maniera confusa e irregolare. Il genio è colui che, pensando, agendo, creando, componendo, resta sempre lì alla sorgente, in equilibrio instabile. Inizia sempre.

Ma bisogna stare attenti a non confondere l’inizio con il caos, con la confusione. L’inizio è quel momento “x”, forse impossibile da pensare veramente, che ferma la confusione e fa partire un processo di ordinamento, di orientamento. Ma il genio vive su quella “x”. Quell’inizio è luminoso: è il momento dell’esplosione, della luce… Il genio è colui che è visitato da una idea confusa e luminosa. In quel che pensa è mosso da questa idea per la quale non ha parole adeguate e forse neanche pensieri adeguati. Quest’idea muove e illumina tutta la sua attività, a volte in maniera contraddittoria persino, ma rimanendo confusa fino alla fine.

Ma questa esperienza è riservata a pochi eletti? No. Più che parlare di “genio” io parlerei invece di “esperienze geniali”, che è un altro modo per parlare di esperienze dell’inizio. L’inizio non è un fatto è un processo, un’azione. Ad esempio: avere un figlio. Avere un figlio è una esperienza talmente geniale che rivoluziona tutto. E’ un’esplosione confusa e luminosa. Un altro esempio: innamorarsi: l’amore è una realtà sorgiva che si impone sulla vita e la guida. Un altro esempio: il risveglio. Svegliarsi è quel momento che valica il caos del sonno ma non è ancora l’ordine della veglia, anche se tutto tende a quella. Un altro esempio: fare il caffè al mattino. In certe situazioni iniziare a fare qualcosa significa gustare il sapore sorgivo dell’inzio, dove gustare è sempre un pregustare. Un altro esempio: uscire di casa, specialmente se al mattino, o aprire le finestre. Questi sono gesti ordinari, ma in sè completamente carichi di genialità perché segnano la separazione tra un ordine (domestico) e un altro (cosmico). Ed è la soglia di casa o il davanzale il luogo di questa “geniale” esperienza dell’inizio. Questi elencati sono tutti gesti che, inconsapevolmente, si riferiscono all’inzio del mondo, della realtà.

Un altro esempio: scrivere una storia. Ideare un racconto non è scriverlo. L’idea, per quanto affascinante, non è creazione perché non è opera. Quando ti metti a scrivere una storia con il caos delle idee nella mente allora quel gesto ha tutto il gusto dell’inizio. E così dipingere, comporre… Se questo confronto con l’inizio manca, allora l’arte visiva diventa ombra o routine e la parole poetica e narrativa diventa caricatura o ghigno. L’arte, in quanto, creazione, è chiamata ad essere un gesto geniale, capace di confrontarsi con l’inizio del mondo.

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