di Tita Ferro Quattrone

L’altro fuoco di Antonio Spadaro

L’arte permette di salvare l’umanità e il gusto dell’essere interiormente liberi, anche sotto la tirannia più aspra”.
“Chi riflette sui libri ha nel dialogo lo svelamento di una delle occasioni più umane della letteratura”
“La poesia e la letteratura fanno apparire il fuoco del sublime proprio nelle piccole cose, aiutandoci a superare la soglia della loro apparente insignificanza
”.

Mi piace partire da queste tre affermazioni contenute nell’Introduzione, per parlare di un Libro che mi ha appassionata nella lettura e mi accompagna, a lettura ultimata, con un seguito di riflessioni, intuizioni, collegamenti illuminanti, come certi sapori più piacevoli da risentire in bocca nel retrogusto che nel momento stesso dell’assaggio: l’arte è salvaguardia di libertà, fonte di una comunicazione che rivela la ricchezza dell’essere umano, possibilità di scoprire la sublimità delle piccole cose tra le quali trascorre buona parte della vita di ogni essere umano.
Mi riferisco al libro di p. Antonio Spadaro, L’altro fuoco, pubblicato nello scorso mese di maggio per i tipi della Jaka Book,  che tocca i nodi vitali di un discorso sulla letteratura e sulla lettura che di essa consente  l’esperienza più piena e coinvolgente: il titolo, ripreso da un verso del poeta Bartolo Cattafi, una delle voci poetiche più interessanti del Novecento italiano, scoprire senza selci l’altro fuoco, rimanda ad una precisa concezione della letteratura su cui mi fermerò in seguito.
Tengo il libro tra le mani, guardo la copertina bianca con un quadrato rosso al centro (un’illustrazione di S. Gepner al libro di Y. Coppens sulle Origini dell’uomo) e mi sorprendo a pensare che, nonostante il parere diverso di alcune amiche, leggo i libri di p. Antonio Spadaro con relativa facilità, con il piacere con cui mi lascio catturare da un bel romanzo: trovo in essi le risposte a domande che erano in me, di cui la lettura non affievolisce il desiderio e l’attesa, anzi pagina dopo pagina ne accresce l’intensità perché le risposte che vengono date aprono ad altri interrogativi, lasciano intuire <altro>, suscitano il desiderio di andare <oltre>.
E’ che nonostante l’ampiezza straordinaria del campo di indagine, l’altrettanto vastissimo campo di richiami e di rimandi in ambito culturale, non solo letterario, sorprendente in una persona tanto giovane, non avverto la confusione e il fastidio che spesso, nelle opere di altri autori, mi comunica l’accenno a discorsi collegati, l’apertura di parentesi, il prolungarsi della riflessione nelle note: ho trovato una spiegazione nel costante richiamo ad alcune convinzioni di fondo, che fanno da base salda a tutto questo mondo, e nel linguaggio chiaro, proprio di chi comunica esperienze personali attentamente vagliate e lasciate sedimentare in un continuo lavoro di riflessione e di rielaborazione.
Leggere i libri di p. Spadaro è come lanciarsi in una scalata faticosa, non scevra di difficoltà, ma sapendo e sentendo di essere saldamente ancorati ad una guida sicura o meglio seguire il nascere di un germoglio che diventa pianta poi albero e continua a crescere dentro, anche dopo che hai chiuso il libro, in modo autonomo, ma tale che pure se non riesci più a contarne i rami, puoi indicarlo con sicurezza e senza equivoci nel tronco e nelle radici.

Il nodo fondamentale sta qui cioè nel comprendere come la spiritualità degli Esercizi di Sant’Ignazio è capace di sviluppare un metodo critico di lettura di un testo al di là del suo valore religioso. L’esperienza degli Esercizi come è stata in grado di sviluppare la “ratio studiorum”, un metodo di insegnamento che ha segnato l’Europa moderna,  così ha prodotto un metodo critico di lettura del testo. In questo volume cerco di identificare il nucleo centrale di questo metodo, che consiste nella lettura di un testo, rispetto al quale non si ha mai una interiorizzazione del contenuto, ma una interazione. La lettura è un luogo di una interazione piena. Nel primo volume sviluppo tutti i passaggi, nel secondo presento quel metodo in atto.

Il Libro è composto da due parti, precedute da un’introduzione, non tre parti, mi sembra importante puntualizzare: i nove autori presentati nella prima parte e le sei figure della seconda, sono l’oggetto dell’esperienza di lettura, di riflessione e di discernimento, da cui scaturiscono e sulla quale si fondano le intuizioni e le riflessioni dell’introduzione che si potrebbe leggere con frutto anche dopo; oltre a spiegare il titolo, essa ha la funzione di richiamare una concezione della letteratura e un  metodo di lettura presentati nel volume precedente, Abitare nella possibilità, pubblicato lo scorso anno sempre per i tipi della Jaka Book, che racchiude i principi e le caratteristiche di una concezione della letteratura collegata con la vita, che <serve> alla vita e per questo merita di essere oggetto di attenzione e di approfondimento, e della lettura come immersione interattiva nel testo: non un perdersi nel testo né una sua interiorizzazione, ma un dialogo costante tra il testo e il lettore che, mentre legge il libro, ha una visione nuova della sua vita e del mondo in cui vive.

“… lì esplicitavo i fondamenti teorici dell’esperienza della letteratura che nel presente volume è offerta. Il metodo critico che viene esposto in quelle pagine ha come elemento chiave la dimensione interattiva e non meramente interiorizzante della lettura“.

Mi è tornato in mente, nel corso della lettura, un libro che ho scoperto solo recentemente, anche se pubblicato alcuni anni fa, Leggere Lolita a Teheran, della scrittrice iraniana Azar Nafisi : altro è leggere Lolita in Russia, altro è leggerlo a Teheran. I fatti drammatici dell’Iran che si svolgono mentre la Scrittrice dà vita ad un particolare laboratorio, leggendo con un gruppo di allieve alcuni romanzi di autori contemporanei, influenzano non poco la lettura e la interpretazione dei libri, ma nello stesso tempo contribuiscono a dare una più viva consapevolezza della condizione in cui le donne iraniane si trovano a vivere, non certo a farla dimenticare.
L’introduzione chiarisce il significato del titolo spiegando con l’aiuto di alcuni quadri (e mi è piaciuto questo ricorso alle immagini che testimonia la  convinzione del profondo legame tra la letteratura e le altre arti) il senso di quel <fuoco> a cui è paragonata la parola poetica, che è <altro>, esperienza diversa da qualunque altra a cui si voglia accostarla: la letteratura è un fuoco che non consuma chi vi si accosta anzi ne potenzia le capacità, un fuoco che non muore mai completamente, se mai cova sotto la cenere, pronto a riaccendersi ad ogni nuova provocazione di lettura.
Il lettore esperto conosce bene la differenza tra il fuoco che possono dare certi libri, un fuoco che entusiasma, accende il mondo delle emozioni, delle sensazioni, ma lascia poi l’impressione di vuoto, e la letteratura creativa, l’altro fuoco, una forma di coinvolgimento ardente, una parola che interpella e, anche quando cattura il lettore, lo lascia poi libero, anzi potenzia la sua libertà di decidere l’uso che potrà e vorrà fare di quanto gli è stato donato nell’esperienza della lettura, perché vero frutto dell’arte, come afferma I. Bachman, è fare sì che ci si aprano gli occhi.

Fare esperienza della parola letteraria significa venire a contatto con la fiamma. La parola “poetica”, cioè creativa, brucia ma non si consuma, rivelando una presenza permanente che la abita: dà vita a un mondo”.

Dal poeta giapponese, Kikuo Takano p. Spadaro trae l’immagine della letteratura creativa come una corda tesa, una freccia accesa in attesa di essere scoccata, che non suscita solo desiderio, riconoscimento di una tensione verso un’alterità, ma soprattutto attesa, sapienza che aspetta una rivelazione che giunge dall’esteriorità come evento gratuito.
Il richiamo a Lucy del Mondo di Narnia nel momento in cui, attraverso un armadio, penetra in una realtà insospettata, permette all’Autore di precisare ancora la lettura come l’attraversamento di una soglia, non evasione da un mondo che imprigiona in limiti troppo stretti, ma porta di ingresso alla realtà più autentica e vera: la letteratura creativa non immette il lettore in un mondo altro, ma gli dispiega il vero senso del suo mondo, ne mette in luce l’anima, gliene dà una prospettiva ampliata ed approfondita che non potrebbe conoscere altrimenti, donde scaturisce la consapevolezza-decisione: I miei occhi non mi bastano più, voglio vedere meglio attraverso gli occhi degli altri.
Leggendo mi tornava in mente una riflessione molto interessante di Ferdinando Camon, risposta all’interrogativo <Perché leggere?>, che recentemente ho trovato in internet sul suo sito.
         
Chi vive, vive la propria vita. Chi legge, vive anche le vite altrui. Ma poiché una vita esiste in relazione con le altre vite, chi non legge non entra in questa relazione, e dunque non vive nemmeno la propria vita, la perde. La scrittura registra il lavoro del mondo. Chi legge libri e articoli, eredita questo lavoro, ne viene trasformato, alla fine di ogni libro o di ogni giornale è diverso da com’era all’inizio. Se qualcuno non legge libri né giornali, ignora quel lavoro, è come se il mondo lavorasse per tutti ma non per lui, l’umanità corre ma lui è fermo. La lettura permette di conoscere le civiltà altrui. Ma poiché la propria civiltà si conosce solo in relazione con le altre civiltà, chi non legge non conosce nemmeno la civiltà in cui è nato: egli è estraneo al suo tempo e alla sua gente. Un popolo non può permettersi di avere individui che non leggono. E’ come avere elementi a-sociali, che frenano la storia. O individui non vaccinati, portatori di malattie. Bisogna essere vaccinati per sé e per gli altri. Perciò leggere non è soltanto un diritto, è anche un dovere.

Tornando alla lettura come percezione dell’attraversamento di una soglia, è importante ricordare che essa richiede al lettore attenzione: la soglia potrebbe essere dovunque, una parola, un gesto, una circostanza, una persona, apparentemente uguali a tanti altri, ed egli potrebbe passare oltre senza accorgersi, come ammoniva già Dante rivolgendosi direttamente al suo lettore, ma esige anche non minore fiducia, disponibilità a rimettere in questione il modo ordinario, comune di vedere le cose, per aprirsi alla novità di un modo altro: chi è chiuso nella difesa del suo mondo e delle sue convinzioni non vede fuori di sé che proiezioni, in diverse forme e con parole diverse, dell’unica sua realtà.
Denso di significato il richiamo all’esperienza di Joseph Czapski che offre ancora a p. Spadaro l’opportunità di individuare nella letteratura creativa un formidabile strumento di libertà: internato in un campo di concentramento russo, lo Scrittore scopre nella letteratura l’unico modo possibile per reagire alla disumanità del luogo, non attingendo direttamente ai libri che nel campo mancavano, ma alla memoria di essi, a ciò che è rimasto dentro, e che può essere raccontato come fatto vivificato dalla persona del lettore e dalla sua vita. 

La vera esperienza di scrittura entra in osmosi con il vissuto personale. E per vissuto si intende non l’insieme dei semplici <fatti> della vita, ma l’esistenza come rapporto con la storia (che è al di là della cronaca) e con la coscienza che valuta, interpreta, discerne”.

Se l’introduzione fissa i parametri interpretativi dell’opera d’arte e chiarisce il rapporto che la lega al lettore, la prima e poi la seconda parte mostrano l’Autore in opera come critico, lettore cioè di professione, lettore che applica quanto ha teoricamente affermato nell’Introduzione e precedentemente nel volume Abitare nella possibilità,  capace di

porsi di fronte alla scrittura come <laboratorio>, dove il lavoro sopra le sudate carte compromette chi lo esercita al livello dei significati profondi dell’esistenza  …  questo è ciò che importa e qui si concentra l’arte che un critico è chiamato ad apprendere, quella di riconoscere che <alla fine di ogni libro ciò che resta è il volto di un uomo>.

Nove autori vengono guardati in una sintesi complessiva delle opere, ma da un punto di vista preciso che ne ridisegna il profilo per certi versi inedito, fa balzare fuori dalle pagine a caratteri indimenticabili il volto di ciascuno di essi attraverso una scelta, dice p. Spadaro, dei brani che mi colpivano di più, che sentivo esprimere in maniera più intensa l’anima del poeta. Leggendo le presentazioni di Pavese, Cattafi, Wilde, Hopkins, Merini, Luzi … , accostati per   un comune sentire la letteratura come fuoco, ma letti nella loro unicità, mi venivano in mente le parole di Witman in una poesia di Canto di me stesso:

Camerado, questo non è un libro.
Chi lo tocca tocca un uomo. …
Io balzo dalle pagine nelle tue braccia
,

ed anche i versi altrettanto significativi di una poesia di Gertrude Kolmar, Il Poeta:

Mi tieni completamente nelle tue mani.
Come quello di un minuscolo uccello
batte il mio cuore nel tuo pugno.
Tu che leggi, sta attento perché, vedi,
stai sfogliando una creatura
.

La scelta dei nove autori e delle sei figure risponde ad un  criterio che p. Spadaro aveva già proposto lo scorso anno in Abitare la possibilità, là dove finalizzava il lavoro del critico non ad emettere giudizi, ma a leggere e a dar voce attraverso la sua opera a persone diverse da lui con le quali ha potuto dialogare nella lettura, entrando nel loro mondo e portandole nel suo, e parlava del Canone letterario come risultato di una forma adeguata di critica militante finalizzata all’elaborazione di <percorsi di lettura>, qualcosa di più di un semplice itinerario, in quanto <spazio critico> caratterizzato dal rapporto con una totalità ed una globalità.
I nove autori letti da p. Spadaro, diversissimi l’uno dall’altro, e le sei figure, costituiscono una mappa di lettura intorno all’esperienza della letteratura come dimensione ardente, fuoco che non distrugge ma dà vita, energia, entusiasmo, che non lascia tutto come prima, ma è capace di cambiare profondamente il lettore il quale, anche se non ha percepito mutamenti nella trama esteriore della sua vita, avverte che tutto è cambiato.
Dar ragione di tutti e nove gli autori è impossibile nel raccontare questa esperienza di lettura: potrei ricordare Dagerman, così nudo nel suo bisogno di consolazione destinato a rimanere insoddisfatto o Wilde il cui volto umanissimo appare più che dallo scontato personaggio di Dorian attraverso le sofferte pagine del Diario, o Hopkins, il poeta che solo da poco tempo ho scoperto, quello della bellezza screziata, della freschezza più cara colta in fondo ad ogni cosa, ma preferisco ricordare un autore che ho letto spesso con i miei alunni, Cesare Pavese.
E mi sono trovata spiazzata da ogni conoscenza e giudizio scaturiti dalle mie precedenti letture, di fronte agli occhi del Pesce rosso, una sua  poesia che non conoscevo: quegli occhi di pesce che continuano a guardare con stupore il mondo fuori dalla boccia d’acqua in cui si trova, quasi fossero per sempre fissati nel momento in cui hanno scoperto la realtà dell’essere imprigionati, mi sono sembrati gli occhi dello stesso Pavese sul suo mondo, tanto vicini, pur con le necessarie differenze, al doloroso stupore del protagonista di The Truman show nel momento in cui tocca con mano il suo essere imprigionato in una grande soap opera.  P. Spadaro mi ha regalato un altro Pavese <tutto occhi aperti sul mondo>, una vita che si muove dall’intuizione della letteratura come stupore, quella del racconto giovanile Piscina feriale, verso la convinzione della letteratura, come nostalgia, ricordo di cose ormai morte, lasciando quasi l’impronta di un imbuto: da una situazione di apertura ampia si chiude progressivamente e si conclude in un gesto che, visto dopo, sembra perfino prevedibile. Anche la morte Pavese guarda con occhi aperti, verrà la morte ed avrà i tuoi occhi ed anche le ultime parole nel suo diario sono sempre un guardare appassionatamente e dolorosamente fuori di sé  O tu abbi pietà, alla ricerca di un tu.
Tra le figure, al di là dell’interesse enorme per Il viaggio nel quale già alcuni anni fa mi ero addentrata sotto la guida dello stesso p. Spadaro con il suo libro Tracce profonde, ho apprezzato particolarmente Il germoglio dedicato alla poesia cinese,

forme poetiche che implicano un’essenzialità radicale e una concentrazione assoluta di espressione … che danno al lettore l’impressione di essere di fronte a qualcosa di incompiuto in se stesso, di magmatico, capace di attivare la percezione, ma non di definirla e delimitarla in maniera precisa. … Lo scrittore, dice il poeta Lu Ji, offre la fragranza di fiori freschi, / un’abbondanza di germogli che sboccia.
Ma soprattutto il capitolo dedicato a Le Cose ha attirato la mia attenzione, non gli oggetti cantati dai crepuscolari, precisa p. Spadaro, che portano il segno dei tempi e sono natura morta, ma le cose che costituiscono il nostro mondo e …. custodiscono un mistero di cui si può avvertire l’alterità o col quale è possibile entrare in una sorta di dialogo, anche se silenzioso o implicito.

La vita quotidiana è piena di piccole cose che ci circondano e che usiamo o contempliamo o con le quali comunque entriamo in contatto. In realtà il rapporto concreto con le cose è il luogo in cui si gioca molta parte della nostra vita, giorno per giorno. Il significato della nostra esistenza si gioca anche nel modo in cui viviamo con gli oggetti e con esseri viventi quali le piante.
Da Francis Ponge, con la sua precisa e attenta descrizione degli oggetti più umili e quotidiani, alla poetessa polacca Wyslawa Szymborska, molto attenta alle piccole cose, perfino ad un granello di sabbia, ad W. Blake che  descrive la sublimità del

Vedere un mondo in un granello di sabbia,
e un cielo in un fiore selvaggio.
Chiudere l’infinito in un palmo di mano
e l’eternità in un’ora,

fino a Gerard Manley Hopkins che dà

Gloria a Dio per le cose variegate
pei cieli di accoppiati colori come una vacca chiazzata;
per le macchie rosee che screziano la trota nuotante;
per la cascata di castagne dal colore di carbone appena acceso;
per le ali dei fringuelli; per il paesaggio a macchie e a toppe
,

ed a Philippe Jaccottet, per il quale

Ogni fiore che si apre, si direbbe che apra i miei occhi. Nella disattenzione. Senza alcun atto di volontà da una parte o dall’altra. Apre, nel proprio aprirsi, un’altra cosa, molto più di se stesso … Attraverso quel fiore, sono attratto … dentro uno spazio che potrebbe essere sempre più aperto; come avviene che una mano ti catturi, ti tragga, in silenzio, al di fuori dei labirinti più cupi.

Ma come si fa a «vedere» veramente la realtà, come mantenere uno sguardo sempre fresco sugli oggetti?
P. Spadaro ricorda il premio Nobel irlandese Seamus Heaney il quale, citando il titolo di una sua raccolta,  afferma che si tratta di imparare a Seeing Things, a «veder cose». Ma, puntualizza, l’espressione in inglese significa anche avere visioni, riuscire ad avere uno sguardo contemplativo proprio di chi non mira ad impossessarsi della realtà attraverso i suoi sforzi, ma rimane in attesa che sia essa ad aprirsi ed a regalare il suo dono che supera ogni aspettativa, perché la realtà è sempre più grande di qualunque previsione.
Questo, in fondo, è il senso di un sguardo contemplativo: intuire la gloria, la sublimità delle piccole cose, essere profondamente convinti, come Rilke, che

Siamo forse qui per dire solo: casa,
ponte, fontana, porta, mandorlo, brocca, finestra,
o al più: colonna, torre…

o, come affermava Romano Guardini, che

non siamo fatti per esperire ed esprimere l’enorme, lo straordinario che sommerge le nostre semplici mani e ammutolisce il cuore e la parola. Siamo fatti, invece, per esperire la realtà quotidiana, che però per la sua intensità può persino superare la grandezza estensiva dello straordinario.

Pensando come concludere il racconto di questa mia esperienza di lettura, mi è venuta in mente l’esortazione di Gustave Flaubert, Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. Leggete per vivere, che più di più di ogni altra mi è sembrata adatta al libro di p. Spadaro il quale già alcuni anni fa si era posto l’interrogativo A che cosa <serve> la letteratura? ed aveva trovato la risposta, la letteratura serve per vivere.

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