Proponiamo qui di seguito alcuni dei racconti realizzati quest’anno nell’ambito del Laboratorio di scrittura creativa, in quanto punto d’arrivo dei nostri incontri e preziosa testimonianza del nostro impegno e della nostra passione.

   RICORDO DELLA MADRE

di Maria BAMBACE

Man mano che Vera saliva i gradini della scala di casa sua, un intenso profumo di pane appena cotto la investiva e paralizzava non solo il suo olfatto, ma tutti i sensi al fulmineo ricordo di quella frase che la madre un giorno le aveva detto: “La tua vita è legata ad un forte odore di pane” – La frase l’aveva colpita, ma, data l’età di bambina, non ne aveva capito la portata, ma un giorno quando la mamma era ormai avanti negli anni, e Vera a sua volta era madre aveva chiesto spiegazioni di quella frase così oscura. La madre, quasi volesse spiegarle il suo destino, le racconta l’episodio.
Era giovane, sposata da pochi mesi, innamorata del marito, si era accorta da poco di aspettare un bambino. E Vera durante il racconto, cerca di trasferirsi agli anni della giovinezza della madre e di vederla nella sua bellezza di donna semplice, ma dagli occhi vivi e penetranti che dimostravano grande intelligenza e acume di giudizio. Anche anziana, manteneva la regolarità dei lineamenti, la freschezza della pelle e una testa incorniciata da riccioli ormai completamente bianchi.
C’era un tale legame fra madre e figlia che non poteva essere spiegato solo con i 19 mesi di allattamento, ma risaliva a quello a cui era legata quella frase.
Un tempo, le spiegò, il pane si faceva in casa e non ogni giorno, ma una volta al mese e si conservava in una cassapanca e veniva consumato giornalmente con parsimonia. Un giorno di febbraio caratterizzato da un cielo terso e una considerevole tramontana, era nella vigna intenta a spogliare le viti delle foglie inutili, insieme con il padre non più giovane, che aiutava da sempre in questi lavori e improvvisamente sentì un forte odore di pane che il vento le portava da una casa vicina. In quel momento desiderò la fragranza di una pagnottella, ma si vergognò sia di chiederla alla padrona della casa che conosceva bene sia di confessare al padre il suo disagio e andarsene a casa. Sarà stata una coincidenza o il lavoro eseguito piegata sulle viti, ma la sera abortì ed era un maschio.
“Se non ci fosse stato quell’aborto, non ci saresti stata tu” disse a Vera, accarezzandola con lo sguardo e interrompendo il suo lavoro di ricamo che accompagnava da sempre le sue ore di riposo. Ecco perché Vera aveva visto sempre nella madre un senso protettivo che andava oltre misura e che si concretizzava in gesti di abnegazione totale. A Vera venivano in mente i frequenti ma brevi ricoveri della madre in ospedale, quando lei era bambina e come capì dopo, la mamma aveva tentato di darle un fratello o una sorella, ma per ben quattro volte era stato un tentativo fallito e qualche volta aveva perfino rischiato la vita. Quando la madre tornava a casa dall’ospedale, per  Vera era una festa grande e pregava la madre di non lasciarla mai più.
Un altro episodio che a Vera torna in mente è il giorno in cui finalmente nata viva l’unica sua sorellina, all’ora della scuola, dopo solo due ore dal parto, la mamma l’aveva fatta sedere sulla sponda del letto e le aveva intrecciato i lunghi e folti capelli neri, perché la figlia a scuola doveva andare ordinata, qualunque cosa succedesse a casa. E poi, durante l’adolescenza di Vera, la mamma le era stata sempre accanto, discretamente vicina, sveglia fino a tardi quando studiava, pronta ad incoraggiarla nei momenti di difficoltà, pienamente determinata a farla arrivare alla laurea e a un lavoro gratificante.
Così, attraverso Vera e la sorella, la mamma ha potuto concretizzare i suoi sogni culturali che non aveva potuto realizzare nella  sua adolescenza, perché nonostante l’intelligenza sveglia, non aveva potuto studiare, perché aveva dovuto aiutare il nonno nei suoi lavori nelle vigne.
Comunque, grazie alla sua lungimiranza, era riuscita a guidare entrambe le figlie fino alla meta propostasi e a godere delle loro soddisfazioni.
Spesso, sorridendo, ormai anziana diceva: “Abbiamo speso, papà e io, molti soldi per mantenervi, ci toccherebbero alcuni vostri stipendi e invece ancora sono io a farvi regali, ma mi rifarò con i nipoti e questi li ha visti sposati, al lavoro e tanto grati nei suoi confronti da farle veramente un regalo con il loro primo stipendio.
Grazie al profumo del pane che il marito aveva preparato in sua assenza, Vera ha potuto rivivere in tutte le sue fattezze e dolcezza la madre che ormai non c’è più fisicamente, ma è pur sempre presente nella sua vita quotidiana, nei suoi modi di fare e prova piacere quando quelli che conoscevano la mamma dicono. “Tutta tua madre, perfino nella voce”.

 

UN SOGNO MAGICO

di Franca CRUCITTI

Affacciata al davanzale della veranda con l’esile corpo poggiato sulla gamba destra guardava estasiata la pianura che si stendeva davanti. Il sole sorgeva all’orizzonte e faceva brillare il verde degli alberi e del prato punteggiato da papaveri rossi e da margherite gialle e bianche.
Spingendo lo sguardo verso l’orizzonte scorse una figura che si avvicinava a grande velocità. Ecco, un cavaliere in groppa ad un cavallo percorreva il sentiero che, attraverso i campi, conduceva a casa sua. In pochi minuti fu davanti alla sua finestra, festosamente la salutava e le faceva cenno di avvicinarsi.
Ora anche lei era in groppa al cavallo che, prima con un trotto leggero e poi con il galoppo sempre più veloce si allontanava verso l’orizzonte sconfinato. Il sole già alto illuminava il suo volto aperto al sorriso e rendeva rosee le sue guance di adolescente. Nuvole dorate passeggiavano nel cielo sereno diradandosi a poco a poco ai raggi del sole,i fiori e le erbe alzavano il capo chinato dalla brina notturna. Gli alberi sussurrando soavemente facevano tremolare contro la luce le gocce trasparenti della rugiada, mentre il venticello dell’aurora asciugava l’umore delle piante e scompigliava i suoi capelli castani e lei, Luisa, con gli occhi socchiusi assaporava  l’aria fresa del mattino e il profumo dei tigli.
Un’impennata improvvisa del cavallo lungo il viale dei pioppi la fece rimbalzare e aprì gli occhi. Non vide gli alberi e il prato verde, né la camera bianca e asettica dell’ospedale, ma fu colpita  dai colori vivaci della sua cameretta animata da quadri, fotografie e pupazzi.
Un flash back improvviso presentò alla sua mente la scena infernale, lei sul motorino e l’urto violento con la macchina che le attraversava la strada, l’urlo straziante e poi…il buio.
Qualcuno si avvicinava al suo letto, non era l’infermiera tutta bianca, ma la sua mamma vestita di verde veniva a svegliarla accarezzandole la fronte.
Istintivamente  lasciò  scivolare  le mani lungo il suo corpo e toccò la gamba
destra,  poi la sinistra,  ma  da  qui nessuna sensazione, il legno freddo e liscio
della protesi era insensibile.
“Luisa, alzati” disse la mamma “tra poco arriverà la fisioterapista”.
“Si, mamma, ce la metterò tutta, anche la gamba sinistra dovrà rispondere agli stimoli del mio cervello. Sarà il mio cavallo di battaglia”.

 

UN INIZIO DI INVERNO

di Maria GIGLIO

Un inizio di inverno di tanto, tanto tempo fa, una grande cucina in una casa di campagna: una fuligginosa stufa nera troneggia in fondo alla stanza, al centro un vecchio tavolo di noce circondato da numerose sedie robuste, ad una parete un camino acceso con ai lati due seggiole basse: le fiamme danzano luminose e il camino sembra ruggire mentre il fuoco aggredisce i ceppi odorosi.
Accostata all’unica finestra c’è una donna piccola, minuta; i capelli corti e bianchi le incorniciano il viso dai lineamenti delicati, illuminato dagli occhi del color dell’iris. Indossa un golf di lana pesante sopra un vestito di flanella, ai piedi un paio di scarpe informi. Si chiama Rosina, ma la nonna dice che è l’angelo della nostra casa. Rosina guarda fuori e ad un tratto sospira: “Che bellezza! Arriva il Natale” e il fiato appanna i vetri. La persona alla quale si rivolge sono io; ho cinque anni, lei più di sessanta. Viviamo nella stessa casa da quando posso ricordare. Altre persone abitano con noi, ma io e lei formiamo un mondo a parte e, quando a volte gli altri ci fanno piangere, ci rifuggiamo nella nostra cucina e lavorando insieme sentiamo pian piano allontanarsi, sciogliersi il risentimento nei nostri cuori e, alla prima occasione, scoppiamo a ridere e ci abbracciamo.
Rosina mi rende partecipe di tutte le sue attività, mi ha nominata sua aiutante. Il pane, il sapone, il bucato, i dolci, la raccolta della frutta e dei fiori sono operazioni che non compie mai da sola perché io le trotterello sempre accanto pronta ad aiutarla. Sono la prima ad assaggiare il pane o i dolci appena sfornati, la pasta appena condita, i primi frutti di stagione appena colti, a respirare il profumo che emana dai panni ormai asciutti. Ogni tanto Rosina, forse per lusingarmi, sospira abbracciandomi con lo sguardo,“se non avessi te, non potrei fare tutte le cose che faccio”, io la ricambio la sera rifugiandomi tra le sue braccia mentre mi porta a dormire nella mia camera. …
I ricordi si presentano senza alcun legame apparente, Rosina, la cucina, il profumo del pane caldo, la gioia del Natale … non so se sono immagini dello stesso periodo o di periodi diversi; mi ritornano improvvisamente come fotogrammi staccati di un vecchio film, mentre riposo nel patio della mia casa, in un pomeriggio d’estate assolato in cui è ancora più piacevole stare sdraiati all’ombra in assoluto riposo …
… E’ mattino, faccio colazione quando Rosina sorridendo mi dice: “Finisci presto la zuppa del latte ed infilati dentro l’agnellino intanto che io scendo in cantina a prendere la carriola”. L’agnellino è una pelliccetta morbida e calda che mamma mi ha comprato a Roma e che diventa ogni anno più stretta e corta, ma che d’inverno non mi sognerei mai di abbandonare se devo uscire fuori di casa. Rosina si avvolge in un grande scialle nero di lana ruvida, si copre la testa con un fazzoletto scuro a fiori rossi e mi dice: “Ora siamo pronte”. Usciamo e ci incamminiamo con la carriola che cigola come il richiamo di un uccello sconosciuto. Appena fuori da paese, imbocchiamo la strada che rasenta il castello, poi scendiamo lentamente verso l’arco delle rose attraverso il quale si va ai poderi coltivati e poi al bosco. La strada è umida perché ha piovuto durante la notte e mi piace il profumo delle erbe e della terra e il vento che mi accarezza e mi rinfresca il viso. Oltre la strada si vedono i vasti campi dove, come mi racconta Rosina, il grano riposa sotto le zolle in attesa del sole che lo farà germogliare, più avanti i filari delle viti sono neri e desolati come stecchi da ardere, ma io penso invece alla dolcezza degli acini che quasi per un miracolo, indoreranno i tralci rinverditi in piena estate. Ora incominciano i boschi di olivi dai tronchi neri e contorti, ma tra le chiome di argento occhieggiano frutti lucenti. Rosina li osserva e quasi tra sé e sé mormora: “Il pane, il vino, l’olio … cosa ti serve di più?” Adesso la strada  si restringe e procediamo in fila indiana, Rosina davanti ed io dietro, ognuna intenta più a guardare che a pensare. Quasi senza accorgercene siamo arrivati ad un bivio: proseguendo a sinistra si va al podere di zio Gregorio, a destra si arriva al mulino vicino al fiume che scorre trasparente tra grossi massi di pietra bianca levigata sulla superficie, il lavatoio nei giorni di bucato. Rosina si ferma un attimo indecisa, poi bisbiglia quasi a se stessa: “Al mulino ci andiamo più tardi, tanto il sacco di noci Teresa l’ha messo da parte; ora andiamo a fare una visita a Gregorio”. Seguiamo il viottolo tra il fitto bosco degli ulivi, ci fermiamo ad un’edicola con l’icona della Madonna delle grazie: Rosina si fa il segno della croce e prega, mentre io, come al solito, cerco intorno dei fiori di campo che crescono abbondanti. Oggi non trovo neanche una minuscola margherita, vi sono solamente ciuffi di muschio di un bel colore smeraldino: ne raccolgo alcuni e li sistemo accanto accanto all’immagine sacra aiutata da Rosina; dal bianco azzurro dell’icona la Madonna mi sorride benevola, mentre allatta il suo bimbo. Il latrato di un cane ci riporta alla realtà e riprendiamo a seguire il viottolo che, sempre più scosceso, degrada verso un avvallamento in fondo al quale si ergono quattro maestose querce centenarie. Ogni volta che passiamo io e Rosina ci fermiamo ad ammirarle come se le vedessimo per la prima volta, sono alte, imponenti, con tronchi enormi: i rami più alti carezzano le nuvole, gli altri si intrecciano tra loro come in un abbraccio; le foglie che sono ancora attaccate ai rami, sono color marrone ed accartocciate; ai loro piedi tra le zolle di terra umida e le radici che qua e là affiorano, si intravvede qualche grossa ghianda sfuggita ai cinghiali. “E’ il nostro posto magico, vero piccola?”, mi dice Rosina prendendomi per mano. “In primavera torneremo per una merenda”. Nell’aria il latrato del cane si fa sentire sempre più vicino, finalmente lo vediamo apparire, Bobby, il cane di zio Gregorio, che appena ci riconosce, ci corre incontro scodinzolando. Lo accarezzo mentre cerca di leccarmi il viso, cerco di scansarlo ma perdo l’equilibrio e finisco a terra: lui sembra impazzito di gioia per il nuovo gioco, scodinzola, mi lecca il viso, io chiudo gli occhi e mi arrendo alle sue coccole. Finalmente riesco ad alzarmi e corro verso Rosina che ora cammina più in fretta: scorgiamo la casupola di zio Gregorio ormai poco distante. Dal comignolo sul tetto di tegole rosse esce un filo di fumo: lo zio è sulla porta e ci accoglie sorridendo. “Quando non ho più sentito abbaiare il cane, ho capito che avrei avuto visite amiche; entrate, ho appena finito di fare la ricotta, mangeremo qualcosa insieme”. L’unica stanza della casupola di zio Gregorio ha il pavimento in cemento grezzo, in un angolo un rustico camino in pietra, un tavolo, due panche e sulle pareti illuminate da una finestrella numerose mensole con gli utensili necessari in cucina. Lo zio prende da una di esse tre ciotole e tre cucchiai di legno e li posa sul tavolo, poi estrae da un sacchetto di stoffa tre formelle di pane biscottato e mette sul tavolo anche quelle, infine, dopo aver mescolato il contenuto di un pentolone ancora fumante, versa nelle ciotole il siero e la ricotta. Ci sediamo in silenzio e, improvvisamente affamati, spezziamo il pane duro e lo immergiamo nel liquido ancora bollente. “E’ una delizia, zio Gregorio”. “Sono contento che ti piaccia. Prima che tu vada via ti darò delle uova  e della frutta”. Poi, rivolto a Rosina, “come mai da queste parti?” “Devo andare al mulino, mi servono farina e noci per i dolci di Natale, devo cominciare un po’ in anticipo per pensare a tutti”. “Ecco perché siete venute con la carriola, ora capisco”, riprende zio Gregorio, “sono sicuro che se vi regalo uova e miele mangerò i vostri dolci nelle prossime feste”. “Il dolce più grande sarà per te anche se non ci darai le uova e il miele”, gli dico e corro a sedermi sulle sue ginocchia: lui mi abbraccia e carezzandomi sulle guance con le mani ruvide, mi dice: “Faremo una grande festa quando tuo padre tornerà dalla guerra”. Un’ombra sembra oscurargli il viso mentre Rosina asciugandosi le lacrime con il grande fazzoletto che ha tirato fuori dalla tasca del grembiule, dice: “Speriamo che succeda presto: sono già tre mesi che non abbiamo più notizie”. “Posso andare a vedere i conigli?”, chiedo scendendo dalle ginocchia dello zio. “Vai pure ma non allontanarti”, risponde lo zio Gregorio con un fil di voce che sembra un sospiro. Davanti alla gabbia dei conigli comincio a saltellare per la contentezza e, accompagnando i movimenti, canto a voce alta una filastrocca …  “Stella stellina, la notte si avvicina …” Nella conigliera sono nati tanti coniglietti, neri, bianchi, grigi, alcuni con qualche macchia su un occhio o sul corpo; sono così carini che mi vien voglia di toccarli, ricordo la sensazione di morbidezza del pelo e di calore del corpo. Infilo la manina in un rombo della rete metallica, ma i conigli arretrano spaventati, si radunano tutti insieme tanto vicini da formare una montagnola di pelliccia colorata. Tremano e muovono le zampine come per dirmi, non ci toccare, ci fai paura. Sono rassegnata a guardarli soltanto quando arrivano Rosina e lo zio. “Adesso ne prendo uno piccolo e te lo faccio carezzare”, promette il vecchietto avvicinandosi. Proprio in quell’istante un rombo cupo, forte, sinistro rompe il silenzio della campagna, stormi di uccelli si disperdono terrorizzati, il cane comincia a ringhiare e ad abbaiare furiosamente. Guardiamo in alto e vediamo all’orizzonte numerosi bombardieri americani che avanzavano minacciosi. Lo zio e Rosina mi afferrano per le mani e corrono a ripararsi in un anfratto tra i cespugli. Quando gli aerei sono su di noi il cielo sembra oscurarsi e le loro ombre ci passano sopra. “Dove andranno questa volta a seminare morte”, dice zio Gregorio con voce accorata. “Credimi, Rosina, avrei voglia di restare nascosto tra questi cespugli per sempre. Ma andiamo dentro a bere qualcosa, la bambina sembra troppo pallida”.
Ecco ora ricordo che mi prese per mano ma non facemmo in tempo ad entrare in casa: sibili acutissimi e boati potenti squarciarono l’aria: ci trovammo abbracciati stretti insieme per un tempo che sembrò interminabile, io ad occhi chiusi e con le mani sulle orecchie. Quando ritornò il silenzio vidi lo zio e Rosina che piangevano strappandosi i capelli: “Hanno certamente bombardato il paese, i colpi erano troppo vicini. Presto, torniamo indietro”. Prima che potessi capire mi trovai nella carriola avvolta in una coperta che Rosina spingeva correndo dietro zio Gregorio, con gli occhi spalancati nel vuoto, come un cieco che procede solo perché conosce la strada. Avvolta nella coperta calda, anche se sballottata in quella scomoda culla, mi addormentai.
Improvvisamente mi sveglio, come la volta in cui sono caduta dal lettino: sono in un posto sconosciuto, ho male dappertutto, sento a distanza urla di gente che corre e nell’aria fumo e polvere che tolgono il respiro. Ho paura, chiamo la mamma gridando ma nessuno accorre, cerco di alzarmi e le ginocchia mi tremano, urlo ancora più forte, ma nessuno pensa a me come se sia diventata invisibile. Finalmente la voce di Rosina: “Non piangere, piccolina, sono scivolata nel fossato senza rendermene conto, non aver paura vengo subito da te”. La vedo riapparire di lì a poco, emergendo dal fossato, e correre da me per confortarmi, prendendomi in braccio ed asciugandomi le lacrime, mentre riprende la sua corsa verso casa scansando massi e buche che si sono formate nel terreno. Ritroviamo più avanti zio Gregorio con la figlia Mariannina che insiste per prendermi a cavalluccio sulle spalle: è la mia cugina preferita e con lei dimentico la brutta avventura: accarezzo i suoi capelli scuri e il viso morbido. “Tutti si dirigono verso il convento”, dice intanto zio Gregorio a Rosina, il ponte di Cotola è saltato, dobbiamo passare per il castagneto, anche se la strada è più lunga, ma ormai non abbiamo fretta, ho già avvisato che siamo salvi. La mamma e la nonna della piccola ci aspettano  al convento. Le nostre case per grazia di Dio sono rimaste intatte, ma le povere donne non hanno avuto il coraggio di restare da sole in paese”.
Credo che arrivammo al convento spinti dal vento gelido più che dalla forza delle nostre gambe: ricordo che era ormai buio: gli alberi si levavano scuri verso il cielo anch’esso scuro, senza stelle. La facciata del convento era invece illuminata: i frati avevano acceso un grande fuoco al centro del sagrato, con sopra una caldaia fumante. Gli abitanti del paese erano in fila, con la ciotola in mano in attesa che frate Giulio versasse a ciascuno la porzione di pasta e ceci che bolliva nella caldaia.
In prossimità della piazza ecco la mamma e la nonna: ritorna l’immagine, stiamo abbracciate come se il tempo si sia fermato e non esista se non questo lungo abbraccio. Abbiamo anche noi la scodella di minestra fumante che consumiamo lentamente, seduti sui gradini della chiesa. Cominciano poi le preghiere di ringraziamento e i canti religiosi. Ma le immagini sfumano: la giornata è stata per me molto pesante, risento ancora le carezze dei miei cari che mi sfiorano il viso come ali di farfalla e poi più nulla.

 

L’ABBRACCIO DELLA TERRA

di Tita FERRO QUATTRONE

In una giornata umida e fredda di fine novembre, alle sette del mattino, l’Eurostar puntuale lasciava la stazione di Reggio diretto a Roma. La nebbia rara nella ridente cittadina calabrese, avvolgeva come un velo le case affacciate sul Lungomare che scorrevano in fila ordinata, e gli alberi secolari che si facevano incontro, quasi per un rapido saluto, e poi sparivano sempre più velocemente fino a quando, oltrepassata la stazione Lido, furono i campi di aranci e di limoni a farsi vedere, con i primi frutti ancora verdi; dall’altro lato le spiagge prive di ombrelloni e il mare avevano dismesso i vivaci colori abituali, sfumati da un grigio uniforme che suggeriva la fine non l’inizio di un nuovo giorno.
Il treno era pieno di gente soprattutto nelle carrozze di seconda classe con i sedili di due o quattro posti separati da tavolinetti. Uomini, donne, bambini erano intenti a sistemarsi meglio, soprattutto coloro che erano arrivati in ritardo, appena in tempo per salire sul treno in partenza. Le spiegazioni, i commenti, le scuse si intrecciavano in un mescolarsi di intonazioni e di accenti tra i quali prevaleva certamente la parlata calabrese con le e e le o allargate, le r e le s raddoppiate, qualche parola in dialetto infilata qua e là per  rendere più fiorita l’espressione o perché non se ne poteva proprio fare a meno. Alcuni  si vedevano chiaramente assonnati per una levataccia insolita, altri, forse abituati a spostarsi per lavoro, erano già spariti dietro il giornale aperto, alla ricerca delle ultime notizie.
In uno scompartimento dell’unico vagone di prima classe quattro donne parlavano animatamente, anticipando i momenti del loro soggiorno romano, gli amici che avrebbero incontrato e i familiari che si erano informati sul loro ritorno ancora prima della partenza.
“Nicola ha cominciato a chiedermi quando tornerò già al momento in cui gli ho comunicato l’intenzione di fare questo breve viaggio”, disse ridendo la signora bruna seduta accanto al finestrino: aveva circa sessanta anni, i capelli neri a caschetto, probabilmente tinti, non stonavano con il viso ancora fresco, leggermente abbronzato, e con il corpo asciutto a cui donava una raffinata eleganza il tailleur verde bottiglia, lo stesso colore dei suoi occhi, e la camicetta bianca di cui si intravvedevano il collo e i polsini sotto la giacca. “Mario, invece, non si è interessato più di tanto”, rispose l’amica seduta accanto a lei, che portava i capelli biondi raccolti in una crocchia sulla nuca ad evidenziare il profilo greco ancora degno di un cammeo, la pelle chiara e il collo ben fatto che completava un bel decoltè. Si era tolta la giacca nera che aveva posato sulla reticella sopra la sua testa e mostrava la silhouette piacevole nell’abito di un caldo marrone che le fasciava il corpo. “Ho viaggiato tanto”, continuò, che per me è diventato un fatto abitudinario. Pure mi capita di sorprendermi ancora, quando torno, nel trovare qualcuno che mi attende, alla stazione, in casa: Lester, poi, lo conoscete, ogni volta mi salta addosso per manifestarmi la sua gioia nel suo linguaggio canino”.
“E’ quello che sperimento sempre anch’io”, disse la giovane signora seduta di fronte a lei, spostandosi in  avanti sul sedile, quasi per farsi più vicina alle amiche: i suoi capelli ricciuti di colore rosso tizianesco sembravano non sopportare la coda di cavallo in cui erano costretti e sfuggivano disordinatamente a carezzarle il viso spruzzato di lentiggini. Era la più giovane del gruppo, vestiva casual con jeans e maglietta azzurri, ma non aveva rinunciato ad un tocco di eleganza, abbinando una giacca di velluto rosso con bottoni dorati. “Quando ritorno anche da viaggi brevi, appena entrata in casa, provo il bisogno di girare per le stanze, di guardare la disposizione dei mobili, degli oggetti,  quasi per ritrovare il mio posto, per risentire un’attesa”, aggiunse guardando le amiche con gli occhi di un intenso colore azzurro che si accendevano mentre parlava. “Non mi so immaginare senza tutte quelle piccole cose tra le quali passo buona parte delle mie giornate, e, forse con presunzione, penso che anche loro non possano esistere senza di me”.
“Io ho viaggiato, ora non più”, disse la signora più anziana, mentre sorseggiava con calma il caffè che aveva versato per tutte da un grande thermos: aveva tolto gli occhiali da sole che portava anche se inutili in quella mattina d’autunno inoltrato, piuttosto grigio e nuvoloso. Gli occhi scuri spiccavano sotto le sopracciglia nere spruzzate di bianco, lo stesso colore dei suoi capelli, che contrastava con il viso senza rughe, illuminato da un sorriso disarmante. “Raramente mi capita ora di lasciare casa per molto tempo. Sono come un marinaio”, aggiunse dopo una breve esitazione, quasi avesse trovato solo in quel momento un paragone soddisfacente, “un marinaio che nella sua giovinezza ha visto spalancarsi davanti paesaggi sempre nuovi, con negli occhi la distesa del mare in albe, tramonti, lunghe notti a contare le stelle e poi, nella vecchiaia, rimane prigioniero di un interminabile racconto, tra un bicchiere di vino e l’altro, incalzato dalle domande di bambini desiderosi di ascoltare e di sognare a loro volta lo spalancarsi di un orizzonte lontano. Anch’io come lui, ma non proprio”, si corresse con un sorriso: “ricordo, sì, alcune immagini si sono impresse nella memoria, ma sono sempre protesa con un entusiasmo strano per la mia età, verso il futuro, ogni giorno diverso dall’altro, anche di fronte al pensiero della morte,  del dopo …”
Le amiche stavano ad ascoltarla con attenzione, ma mostrarono un certo disappunto nel sentirla accennare alla morte: protestarono debolmente  “che vai pensando”, ma furono subito interrotte. “Se avete desiderio e pazienza per ascoltarmi, posso anch’io raccontarvi un’attesa incredibile, qualcosa che non si è più ripetuto, almeno non uguale. Tornavo da Milano per il solito periodo di vacanze natalizie giunte quell’anno in anticipo per un inverno con neve e bufere, rigido come pochi. Ero partita nel tardo pomeriggio insieme ad altri studenti  reggini, lasciando una fiera di Sant’Ambrogio, appena iniziata, con scandalo dei colleghi ambrosiani: <Non potete partire con una fiera degli Obei Obei appena allestita, con la nostra Università in piazza Sant’Ambrogio, che sarà al centro della festa>.
Come al solito andavamo e tornavamo in gruppo, passando le ore di viaggio a raccontare gli uni agli altri di Milano, il presente, e di Reggio e della Calabria, diventate per noi il passato, anche se a Milano c’eravamo da poco tempo. Ci addormentavamo poi nello scompartimento tutto nostro, saremmo arrivati a casa l’indomani, riuscivamo a dormire seduti negli stretti spazi dei vagoni di seconda classe, riscaldati dal calore dei nostri fiati e dei nostri corpi, più che dall’impianto di riscaldamento spesso mal funzionante: non avevamo ancora vent’anni e questa espressione che spesso a chi li ha dice poco, spiega ora tutto ai miei settanta anni.
Mi svegliai quella volta improvvisamente, senza sapere che ora fosse e senza un motivo preciso: era il mio primo ritorno a casa dopo l’iscrizione all’università e i mesi di avvio a Milano. Dormivano ancora tutti vicino a me: Laura raggomitolata con i piedi sotto il sedere, Franca appoggiata a Nino, Maria con i piedi allungati sul sedile di fronte dove aveva trovato un piccolo spazio tra Luisa e me. Con gli occhi ancora velati dal sonno e muovendomi piano per non svegliarli, aprii la porta dello scompartimento e nell’incerta luce notturna mi inoltrai nel corridoio: alle tende abbassate bussava insistente un filo di luce, non sapevo se dei lampioni lungo la strada ferrata o dell’alba. Volevo vedere dove eravamo, alzai le tendine e … la luce, il sole e il mare azzurro della Calabria dilagarono esplodendo in un caldo abbraccio. Non c’era nessuno nel corridoio, dormivano tutti, quello spettacolo era per me, solo per me il saluto della mia terra che mi aspettava. Non ero io che guardavo, erano il mare, il cielo, il sole che mi venivano dentro con una prepotenza da cui non potevo difendermi: mi aspettavano rivendicando il loro posto dentro di me, facendomi sentire quanto forti e profonde fossero le radici che alla terra di Calabria mi legavano.
<Milano vuol dire molto per me>, tentavo di difendermi sempre più debolmente, <Milano mi ha rivelato chi sono, … a Milano sto imparando a comunicare, ad affrontare da sola difficoltà e rischi, … a Milano cresco, giorno dopo giorno…>.
<Mi manchi>, dissi invece al mare luminoso e palpitante nella striscia di luce del sole sorto da poco, <mi manchi>, confidai all’aria trasparente come in una dolcissima primavera, <mi mancate>, dissi alle nuvole che in batuffoli bianchi si spostavano velocemente nel cielo azzurro, assumendo forme sempre diverse, e, sporgendomi dal finestrino, <mi mancate>, urlai, ma senza voce, agli scogli che per me in quel momento erano affiorati dal mare, soltanto per me che allora li avevo scoperti in attesa”.
Tacque e si rimise gli occhiali l’anziana signora quasi per difendere la sua commozione dall’ammirazione delle amiche che la sollecitavano: “E’ troppo bello quello che ci hai raccontato, devi scriverlo, Catia lo posterà sul nostro blog”.
Lei sorrise per il complimento che, evidentemente, le faceva piacere, poi si volse a guardare fuori dal finestrino: la nebbia si era diradata, un timido sole faceva capolino tra le nuvole, il tratto di autostrada che correva parallelo ai  binari, cominciò a scorrere più lentamente, il grande Centro Commerciale si presentò con l’allegria delle insegne colorate, poi le prime case di Villa San Giovanni vennero incontro per un fuggevole saluto e si allontanarono, una dopo l’altra, ma sempre più lentamente: il treno stava ormai per entrare in stazione.
Un vocio  e  un’animazione  insolita  sembrarono  attraversare il corridoio e gli scompartimenti e confondersi con altre voci, quelle che giungevano dalle pensiline tra i binari, richiami fatti a voce più alta per farsi sentire, nomi, saluti, raccomandazioni: i viaggiatori diretti a Roma si affacciarono ai finestrini a guardare.

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