Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, Feltrinelli 2009

di Tita FERRO

M’imbarcai all’ora del tramonto.
Vidi il golfo accendere le luci da Posillipo a Sorrento. Erano tanti fazzoletti bianchi, salutavano gli occhi aperti di quelli che partivano. Quelli vicini a me erano fradici di lacrime. Quelli vicini a me non sono di prima classe, non hanno biglietto di ritorno.
Ora scrivo le pagine sul quaderno a righe mentre la nave punta all’altro capo del mondo. Intorno si muove o sta fermo l’oceano. Dicono che stanotte passiamo l’equatore
”.

Sono le parole, ma molto più le immagini di grande forza poetica nella loro semplicità, con cui si conclude l’ultimo libro che ho letto di Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, edito da Feltrinelli in gennaio e già alla seconda edizione.
-Mi spiace che sia finito- è il primo commento, mentre mi fermo su quelle immagini conclusive, quelle luci-fazzoletti del Golfo in perfetta  sintonia con gli occhi fradici di lacrime, dilatati ad abbracciare un’umanità più vasta dal cambio improvviso del tempo: erano gli occhi delle persone vicine al giovane narratore, sono quelli delle persone di tutti i tempi e luoghi, che non sono di prima classe, che non hanno biglietto di ritorno.
Che poi, rifletto, siamo in fondo tutti, imbarcati per il viaggio che è la vita, sulla stessa nave, tutti senza biglietto di ritorno, anche se cerchiamo di fare distinzioni stupide, come dice A Livella di un altro grande napoletano.
Mi fermo ad assaporare, a pensare, ma avrei voglia di leggere ancora, di vedere come e dove va a finire questa vita di ragazzo diventato uomo di colpo, che va a perdersi nell’oceano, ma è un desiderio inutile ed impossibile: della vita vedi sempre solo una parte, quella che vivi in prima persona o attraverso la testimonianza di altri oppure per il <servizio> che ti rende ogni scrittore che sia tale; forse come ‘Ntoni Malavoglia, proprio quando ti sembra di cominciare a capire qualche cosa della vita, lo senti da te che devi chiuderti la porta alle spalle, senza che nessuno debba dirtelo.

Guardai i libri e i quaderni sulle ginocchia, addio alla scuola, finite le lezioni tutte insieme. La città mi aveva insegnato, la perdevo, Anna, don Gaetano, i libri di don Raimondo. “T’aggia ‘mpara’ e t’aggia a perdere”, ti devo insegnare e poi ti devo perdere” (sono le parole di don Gaetano allo Smilzo protagonista), la città mi spingeva al largo. Non potevo continuare la vita che mi era cresciuta, pronta come una pizzella nell’olio di frittura. Mi aveva girato e rigirato, infarinato e poi buttato dentro il tegame nero. In una poesia Salvatore Di Giacomo si augura di essere un pesciolino afferrato dalle belle mani di una donna Amalia che l’infarina e poi ‘o mena int ‘a tiella. Capitava a me. Donn’Amalia era la città e la tiella nera era l’oceano”.

Non sento pessimismo nell’immagine di una vita come una pizzella gettata nell’olio nero della tiella, piuttosto la consapevolezza di una condizione di vita, in cui eroico non è il protagonismo superficiale del presuntuoso, destinato ad essere inesorabilmente spezzato, ma l’obbedienza del saggio che sa quando è il momento di chinare il capo, la sua capacità di disporsi secondo che la vita richiede, accettare i fatti senza fermarsi più di tanto sulle domande che non hanno risposta, sui pensieri scimuniti, come li chiama il Protagonista, che commuovono ma non portano a niente, su ciò che è bene e ciò che è male in assoluto: l’onestà, come tutti i gesti della vita, ha il limite dei comportamenti possibili nella particolare situazione in cui ci si trova.
Il Libro racconta un pezzo di vita in un tempo e in uno spazio precisi, la Napoli degli anni 50, gli anni della difficile ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale della quale vengono recuperati solo scampoli, ma tanto significativi da permettere al lettore una visione ampia dei fatti, attraverso il racconto che don Gaetano, portiere in un grande caseggiato e testimone in prima persona, fa al ragazzino affidato alle sue cure, che da lui impara come a scuola dal maestro, anzi forse meglio.
Dai ricordi di don Gaetano riemerge quel settembre del ’43 “caldo di bombe”, ritornano le Quattro giornate, quando la città improvvisamente riconobbe il nemico intorno a sé ed in sé la forza di scrollarselo di dosso.

Le persone quando diventano popolo fanno impressione. Così arriva una mattina, una domenica di fine settembre, finalmente piove e sento in bocca a tutti la stessa parola, sputata dallo stesso pensiero: mo’ basta. Era un vento, non veniva dal mare ma da dentro la città: mo’ basta, mo’ basta. Se mi chiudevo le orecchie lo sentivo più forte. La città cacciava la testa fuori dal sacco. Mo’ basta, mo’ basta, un tamburo chiamava e uscivano i guaglioni con le armi … Poi uscivano gli uomini nascosti sotto la città. Salivano da sottoterra come una resurrezione …
… In quel punto di massima pressione, la città/pentola reagiva contro l’anticorpo esterno, l’estraneo guastatore

Don Gaetano dà parole ai ricordi mantenendo nel racconto la concretezza dei gesti, la spontaneità di comportamenti dettati da una insopprimibile esigenza di libertà troppo a lungo chiusa nel sacco della paura: la rivolta, infatti, è quel cacciare fuori la testa dal sacco, un emergere improvviso dai sotterranei della città come in una resurrezione, lo scoppio di una pentola a pressione portata al massimo della sua capacità, l’irruzione di quei guaglioni con le armi al ritmo di tamburo del mo’ basta.
Il ricordo che il portinaio condivide con il ragazzo costituisce l’epopea di quelle novantasei ore a cui ciascun napoletano ha dato il suo contributo personale ma come parte di un movimento collettivo, sentendosi e realizzandosi come popolo.

Quello che ti butti a fare in quelle ore è un poco tuo, il resto è di quel corpo che si chiama popolo…[….]E’ una cosa che somiglia alla musica. Ognuno suona uno strumento e quello che ne viene fuori non è la somma dei suonatori, ma è la musica, una corrente che si muove a onde, scortica il mare…[….]Non te la so spiegare la rivolta. Se ti troverai dentro una, la farai e non somiglierà a questa che racconto. Eppure sarà uguale, perché sono sorelle tutte le rivolte di popolo contro le forze armate“.

Dal racconto di don Gaetano emergono alcune figure indimenticabili, quella del vecchio seduto sulle macerie della sua casa che guarda ‘ncielo pe vvede’ addo’ me pozzo sistema’. Ccà ‘nterra nun tengo cchiù niente, o quella dell’ebreo che don Gaetano aveva nascosto nello scantinato del palazzo per salvarlo dai nazifascisti e che, uscito a conclusione della rivolta per tornare in Israele, gli consegna una pietra da gettare in mare.

Andate a riva di mare e buttate una pietra nell’acqua per me. … E’ un rito nostro, domani per noi è capodanno. … Con la pietra buttata nell’acqua facciamo la mossa di liberarci dalle colpe. Domani per noi comincia l’anno. Voglia il nostro che oggi sia il giorno prima della felicità”.

Già, il giorno prima della felicità, quello presentato in diversi casi del Libro e nel Libro in generale fin dal titolo, una sorta di sabato del villaggio napoletano, destinato ad essere rimpianto e raccontato come momento felice alla luce del dopo: e bisogna essere attenti ai segni, riflette il ragazzo mentre ascolta il saggio maestro, perché altrimenti si corre il rischio di non accorgersi che si sta vivendo il giorno prima della felicità, di non godere abbastanza come il   leopardiano garzoncello scherzoso che solo in età matura si accorgerà della stagion lieta  che l’ha preceduta e preparata.
E tutto il Romanzo è una storia scritta dal “dopo”, per voce del suo protagonista io narrante, su un quaderno a righe su cui ha cominciato ad annotare per non dimenticarli i saggi consigli, le riflessioni di don Gaetano e della vita stessa che gli insegna attraverso i casi in cui si viene a trovare.
Erri De Luca ha affermato in una intervista: la felicità in questa storia è rischiosa, carica di agguato. Questo commento che ho aggiunto sulla quarta di copertina mi è venuto dopo, per evidenza dei fatti raccontati. Non era titolo dal quale far partire svolgimento. La felicità qui non è una scampagnata, una domenica, ma un colpo di frusta dentro i nervi in piena giornata feriale, in piena battaglia
La felicità è sconosciuta fino a quando non se ne fa esperienza, è assolutamente gratuita, dono da accogliere e per il quale ringraziare, diversa dalla libertà che bisogna guadagnare e poi difendere, di cui si è responsabili anche di fronte agli altri.

Il giorno prima della libertà don Gaetano era andato a combattere, non si era chiuso in casa ad aspettare. E se la libertà lo trovava morto il giorno dopo? Era peggio se lo trovava nascosto. La felicità no, quella è un regalo, non dipende se uno fa bene il portiere e para i rigori. La felicità: come mi permettevo di nominarla senza conoscerla?… Di Anna e della felicità sapevo quello, il nome: se non veniva dove la cercavo? Non mi dovevo permettere certe confidenze. Dopo che sarà venuta potrò dire cos’è questa famosa felicità”.

Il Libro presenta la storia d’amore davvero singolare tra il Protagonista ed Anna che da bambina, dietro i vetri di una finestra in alto, lo guardava giocare a pallone nel cortile, e che lo cerca e lo incontra da grande in brevi intensi momenti di felicità; un amore nato in tenerissima età, sbocciato all’alba della maturità, per concludersi nella tragedia che costringe il giovane ad allontanarsi dalla città di cui era appena arrivato a sentirsi parte. E’ un amore che non lascia il tempo per descrizioni, riflessioni: i fatti, i gesti parlano da soli.

La sua voce attraversò le età. Iniziò infantile e finì adulta. Quando arrivò al tu, mi toccò il braccio. Seguii la sua mano che me lo sollevava fino alla sua spalla. L’altro braccio andò da solo al giro del suo fianco: la figura d’inizio di un ballo.” “Ti ho aspettato fino a dimenticare cosa”. 
“Senti anche tu la stessa cosa, una ceralacca che chiude i bordi di una lettera?” “Sei la parte mancante che torna da lontano a combaciare
”.

Il Protagonista senza nome è detto lo “smilzo”, ‘a scigna, per il modo con cui da piccolo riusciva, a prezzo di contorsioni, ad arrampicarsi e a riprendere il pallone e per questo poteva giocare con i più grandi: è rimasto solo poiché la madre, dopo la sua nascita, è stata uccisa per gelosia dal padre che lo ha affidato al portinaio  prima di partire per l’America. E don Gaetano lo ha tenuto con sé e gradualmente lo ha iniziato alla vita, sfruttando qualunque occasione, il lavoro in portineria, l’abilità di elettricista e di muratore, perfino il gioco delle carte, per trasmettergli insegnamenti di vita.
Mi è venuta in mente, mentre leggevo, la mitica Reneé dell’Eleganza del riccio, che insegna, senza averne la pretesa, a Paloma: ma la Barbery non è De Luca, Parigi non è Napoli, neppure l’enorme e disordinato caseggiato è il condominio di cui si occupa la colta Reneé, camuffata da portinaia, lontana anni luce dal saggio don Gaetano che sa apprezzare nel giusto valore la cultura, ma non ha certo tempo per la musica sinfonica o per i maestri della pittura ed ha imparato la sua filosofia dalla vita, dalle esperienze fatte in prima persona: secondo questi principi cerca di indirizzare il ragazzo, intuendo quando è il momento di lasciargli sperimentare l’arte difficile di gestire la propria libertà, ma senza  perderlo mai d’occhio.
Attraverso le storie raccontate da Don Gaetano, lo Smilzo da orfano, figlio di nessuno, trova un’appartenenza collettiva, trova il suo popolo, se ne sente  parte, e, a conclusione del racconto, sente di essere umanamente cresciuto.

Ascoltavo le storie della città e la riconoscevo come mia (…) I suoi racconti diventavano ricordi miei. Riconoscevo da dove venivo, non ero figlio di un palazzo, ma di una città. Non ero orfano di genitori, ma la persona di un popolo. Ci congedammo a mezzanotte. Mi alzai dalla sedia che ero cresciuto, ero più alto, sotto i piedi c’era una suola che mi alzava di nuovi centimetri. Mi aveva trasmesso l’appartenenza. Ero uno di Napoli, per compassione, collera e pure vergogna di chi arriva tardi a nascere”.

I racconti di don Gaetano creano l’occasione anche per una riflessione generale sulle storie, sul loro valore e soprattutto sulle condizioni perché l’esperienza possa farsi parole ed essere comunicata.

In mezzo al golfo c’era una portaerei americana, intorno s’inseguivano cento barchette a vela in corsa tra le boe. Con tutto il mare intorno si affollavano in un piccolo spazio. Pure le storie di don Gaetano erano assai e stavano in una persona sola. Lui diceva perché aveva vissuto in basso, e le storie sono acque che vanno in fondo alla discesa. Un uomo è un bacino di raccolta delle storie, più sta in fondo più ne riceve”.

E per riceverle chi scrive, ma anche chi legge o ascolta, deve farsi piccolo proprio come lo Smilzo  “apprendista di tutto”, solo occhi e orecchie nella sua disponibilità ad imparare dai racconti di don Gaetano come dai maestri a scuola e dai libri che gli fornisce don Raimondo, dai quali  la sua testa impara a prendere luce.

Lo scrittore dev’essere più piccolo della materia che racconta. Si deve vedere che la storia gli scappa da tutte le parti e che lui ne raccoglie solo un poco. Chi legge ha il gusto di quell’abbondanza che trabocca oltre lo scrittore”.

Bellissime sono le riflessioni sulla scuola fatte dallo Smilzo che mostra di capire l’importanza della cultura, che è interessato alla storia e alla geografia, che sa farsi parte dei mondi e delle storie che gli vengono raccontate.

Mi piaceva la scuola, il maestro parlava ai bambini. Venivo dallo stanzino dove nessuno parlava a me e lì c’era uno da stare a sentire. Imparavo tutto quello che diceva. Era una cosa bellissima un uomo che spiegava ai bambini i numeri, gli anni della storia, i posti della geografia. C’era una carta colorata del mondo, un o che non era mai uscito dalla città poteva conoscere l’Africa che era verde, il Polo Sud bianco, l’Australia gialla, gli oceani azzurri. I continenti e le isole erano di genere femminile, i mari e i monti maschili”.

E quando la vicenda si avvia alla conclusione, negli ultimi giorni di scuola, lo Smilzo dimostra di apprezzare ancora di più ciò che la scuola può fornirgli.

A scuola ascoltai a fondo le lezioni. Mi accorsi di come erano importanti le cose che imparavo. Era bello che un uomo le metteva davanti a un’assemblea di giovani seduti, che avevano uno slancio nell’ascolto, nell’afferrare al volo. Bella un’aula in cui stare per conoscere. Bello l’ossigeno che si legava al sangue e che portava in fondo al corpo il sangue e le parole. Belli i nomi delle lune intorno a Giove, bello il grido di “Mare, mare” dei Greci alla fine della ritirata, bello il gesto di Senofonte di scriverlo per non farlo smettere. Bello pure il racconto di Plinio sul Vesuvio esploso. Le loro scritture assorbivano le tragedie, le trasformavano in materia narrativa per trasmetterle e per superarle. Entrava luce in testa come ne entrava in aula. Fuori era un giorno lucente, uno di maggio finito nel mazzo di dicembre”.

Quanto attuale sia poi la riflessione sulla scuola pubblica, oggi così poco sostenuta di fronte allo strapotere del privato, può testimoniarlo ogni cittadino, ogni genitore di condizione modesta o di etnia diversa che sia cosciente del valore dell’istruzione e cerchi di assicurarla ai figli in ogni modo.

C’era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita, che permetteva a uno come me di imparare. Ci ero cresciuto dentro e non mi accorgevo dello sforzo di una società per mettere in pratica il compito. L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori”.

Le differenze tra ricchi e poveri non danno luogo a violente critiche o amare riflessioni, sono gesti e comportamenti colti con straordinaria semplicità e concretezza dallo sguardo di un bambino.
 
A scuola c’erano i poveri e gli altri. Quelli della povertà come me ricevevano alle undici un pane con una marmellata di cotogne portata da un bidello. Con lui entrava un profumo di forno che squagliava la bocca. Agli altri niente, loro avevano una merenda portata da casa. Un’altra differenza era che quelli della povertà in primavera avevano la testa rasata per i pidocchi, gli altri conservavano i capelli….
Noi della povertà asciugavamo il foglio con il fiato caldo. Sotto il soffio, il blu dell’inchiostro tremava cambiando colore. Gli altri asciugavano con la carta assorbente. Era più bella la nostra mossa che faceva vento sopra il foglio steso. Invece gli altri schiacciavano le parole sotto il cartoncino bianco
.

Qua e là improvvisamente si aprono nel Libro squarci di paesaggio e subito è evidente il tocco di un grande scrittore che, nella brevità e semplicità delle frasi, sa offrire immagini di straordinaria pregnanza poetica, sa coinvolgere il lettore e comunicargli l’emozione dello Smilzo nel contemplare la natura vista per la prima volta nella sua immensità, nel sentirsi destinatario di un dono di cui non può se non ringraziare senza parole, con gli occhi perduti nello spettacolo di cui si sente parte. Forse a questo scopo don Gaetano, da saggio maestro, crea l’occasione per fargli fare un’esperienza in mare insieme ad un pescatore di Margellina suo amico.

andammo alla marina, spingemmo la sua barca e guadagnammo il mare con i remi. Era una sera che allargava i pori, dove giravo gli occhi mi meravigliavo. Niente luna bastavano le stelle alla vista lontana. Le luci dell’isola si persero dietro di noi. Davanti e sopra il cielo traboccava di galassie. Dal cortile del palazzo non si poteva vedere quanto ammasso c’era. Studiato a scuola, l’universo era una tavola imbandita per ospiti con il telescopio. Invece stava disteso ad occhio nudo e somigliava ad una mimosa di marzo fiorita a grappoli, stracarica di punti scombinati, gettati alla rinfusa nella chioma, così fitti da nascondere il tronco. Scendevano fino al bordo della barca, li vedevo tra i remi e sopra il basco ben calcato sulla testa. Quell’uomo, il pescatore, non ci faceva caso. Davvero poteva un uomo abituarsi a quello? Stare in mezzo alle stelle e neanche scrollarsele di dosso? Grazie, grazie, grazie dicevano gli occhi per essere lì”.

E quando al mattino spunta il sole il pescatore, imitato puntualmente dal ragazzo, dopo essersi bagnato la testa, prepara il caffè e, prima di bere, solleva la tazzina quasi in un saluto personale al nuovo giorno.

Il sole già splendeva di sudore in faccia. Dacci oggi il pane azzurro attaccato all’uncino dell’amo, c’era nelle sue mosse lente la preghiera, non la pretesa. Il mare così richiesto, si faceva raccogliere. Calammo le lenze innescate a pezzetti di totano. Primo salì dal fondo il bianco scintillante dell’ombrina, poi lo scorfano rosso, scatenato”.

Spero che le righe da me riportate per un -assaggio- di lettura, possano suscitare curiosità ed invogliare ad un’esperienza personale con Il giorno prima della felicità: è una lettura da fare con calma, quasi per percorrere un tratto di strada in compagnia di un bravo narratore come Erri De Luca.
La storia dello Smilzo è in fondo per certi versi e con qualche variante anche una parte della sua storia. Almeno è quello che penso io.

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