Dal Laboratorio di scrittura creativa “Carta, penna e… ” presso la Libreria Universalia 

un racconto di Romina Arena

 

Shri Ganesha

483ea557be6731_97381370Nuova Delhi è un’iperbole in cui le esagerazioni si schiantano fra loro, in cui si esaspera il parossismo dei colori e degli odori, in cui la radice della tradizione e la gramigna del progresso si pestano i piedi nell’eccentricità dell’assurdo. A mettervi piede per la prima volta ci si accorge della superfluità e della sovrabbondanza dei sensi, che per intuirla bastano solo il naso e gli occhi.
Le strade sono un intricato dedalo in cui quotidianamente si riversano uomini, donne, storpi e mendicati a confondersi col traffico provocato dalle macchine, dai carri trascinati dai cavalli quando va bene, da straccioni quando va male. Il percorso, stretto come un budello, diventa presto un viluppo di sari svolazzanti dai colori vivi: il senape, l’ocra, il rosso, l’arancio. La serafica inconsistenza dei bonzi si mischia alla frenesia delle donne che si accalcano, vocianti, intorno ai banconi delle spezie o delle polveri colorate. Sotto il sole, Delhi è un tripudio di colori sgargianti, di odori sublimi che suggellano il paradosso, l’assurda confusione che si crea tra la bellezza disarmante e la miseria più nera.
Miasmi insopportabili di sterco e sporcizia si mischiano alle fragranze intense e pungenti rilasciate dal fumo dei bastoncini di incenso accesi ed ai profumi del cibo esposto sui carretti.
I piedi che calpestano la terra battuta sollevano una polvere fitta che s’interseca coi raggi del sole a mattina alta ed i gas che ammorbano l’aria alzano un velo, una coltre di nebbia che arrossa gli occhi e serra la gola.
Le vacche aggiungono la loro ingombrante sacralità al caos, affondando i musi turgidi in ogni cesta e lambendo con la lingua le bancarelle dei mercati. Il loro status le rende immuni da qualsivoglia improperio: al di sopra dell’accattone col ventre scavato, dal quale affiorano tentacoli di costole o del bambino impiastricciato di muco, scalzo e stracciato che si guarda intorno con lo sguardo inebetito ed attonito, attraverso due occhi lucidi di febbre.  
Abhijat e Chandana sono in città per la prima volta, vanno a bagnarsi nel Gange, per purificarsi e portare con sé un pò di quell’acqua divina, loro Ganapatya, devoti al Dio Ganesh. Sono confusi dal traffico, dai rumori. Per loro che vengono dalla campagna deve essere ben strano.
Giunti con mezzi di fortuna da Chandan Nukat nello Stato del Meghalaya, a est di Delhi, male si accordano alla congestione metropolitana. Per loro il massimo della confusione è qualche branco di elefanti ubriachi che dopo aver intinto la proboscide nelle damigiane di birra di riso seminano il panico tra la gente, distruggono tutto quello che trovano e mettono a soqquadro il raccolto. Ogni tanto scappa anche qualche morto che una pira accesa si porta subito via, per non imprigionarne l’anima.
Hanno il volto cotto dal sole in cui i colori accesi dei loro indumenti rimbalzano e riverberano. Abhijat, è confuso, inturbantato nel suo copricapo bordeaux; si guarda intorno e cerca un punto di riferimento. Sembra sorridere sotto i baffi ispidi, ma potrebbe anche essere una smorfia affiorata sulle labbra per l’affanno o lo stupore, mostrando comunque una dentatura corrosa dal tartaro. Ha una camicia bianca ed incredibilmente pulita, che lo circoscrive con fierezza, nel suo busto ossuto e smunto, e che sembra essere il tornaconto del suo nome, Abhijat: nobile, saggio.
Chandana, legno di sandalo, come la sua pelle, come le macchie nere della vecchiaia che le solcano il viso assieme a rughe profonde e decise, ha lo sguardo incuriosito, una postura scarmigliata e scomposta di chi è sopraffatto da un ambiente sconosciuto. Sembra chiedersi cosa sia quel trambusto, così lontano dal silenzio della sua campagna nuda e restia e come fare per raggiungere il fiume, in mezzo a quel magma di anime febbrilmente concitate. Nel suo immaginario di donna semplice, abituata al lavoro, al sacrificio ed alla frugalità, Delhi non era esattamente in quel modo. Ma certo lei che ne poteva sapere, abituata a qualche villaggio limitrofo di Chandan Nukat o al più a Shillong, dove andava a vendere i prodotti della sua terra. Una volta sola era uscita dal Meghalaya, all’età di sei anni, con suo padre, verso il Brahmaputra a commerciare sementi ed a combinare il matrimonio con Abhijat che però non aveva mai visto fino al giorno delle nozze.
A Delhi è tutto così intricato, così stratificato e complesso che è costretta a serrare gli occhi in  due fessure che scrutano con interrogazione e meraviglia, mezzo nascosti dal velo giallo e lercio portato con noncuranza sul capo.
Dalla narice si staglia orgoglioso l’orecchino, simbolo della tradizione, mischiato allo sviluppo arrembante che avanza col rombo dei motori, le esalazioni dei tubi di scappamento ed i cartelloni della Pepsi che campeggiano tronfi a dire che sì, mancherà pure l’acqua, e che vuoi che sia, ma almeno gli indiani hanno le bollicine.

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