Da Il Quotidiano del 05/04/2009

di Elisabetta Viti

La vanità, fotografica e letteraria, di una turista sessuale negli anni’50 e del “Paparazzo” albergatore calabrese che ispirò a Flaiano l’omonimo personaggio della Dolcevita. O la potenza comunicativa della tragedia greca, prototipo irripetibile di tutte le sinergie espressive. Sono le due polarità del dialogo, possibile e  necessario, tra “la letteratura e le altre arti”, rilanciato, nel centenario del futurismo, movimento multi artistico per antonomasia, e nel suo sesto convegno nazionale, dall’associazione culturale “Pietre di Scarto” della Federazione Bombacarta: una tre giorni che ha portato in riva allo Stretto, tra istituti scolastici e il Dipartimento di Scienze Storiche e Giuridiche, personalità del calibro di Saverio Simonelli, responsabile dei programmi culturali dell’emittente Sat2000, Antonio Spadaro, gesuita e redattore di Civiltà Cattolica, lo scrittore Andrea Monda, il regista Roberto Andò, lo storico della fotografia, Diego Mormorio, e la docente Rosa Elisa Giangoia.
A sipario chiuso, ci soffermiamo sugli originali contributi di Mormorio e Giangoia per testimoniare la “convinzione – premessa stessa delle Pietre di Scarto secondo la presidente Tita Ferro – che la letteratura sia in stretto contatto con la vita”.
Il primo intervento ricostruisce il rapporto tra lo scrittore Ennio Flaiano (“per anni a rischio di oblio perchè senza patente comunista”) e la fotografia, attraverso due testi: il racconto “Le fotografie” e un brano del 1959 “dove – spiega Mormorio – Flaiano traccia un quadro impietoso della fotografia praticata come gioco borghese, attraverso la confessione di una signora americana che faceva vacanze sessuali in Franca e in Italia, ogni anno per tre mesi, complice lo psicanalista, il marito e la macchina fotografica”. Con quest’ultima ritraeva, prima o dopo rapporti sessuali, i suoi soggetti, preferibilmente nudi, fino a comporre un ricco archivio per i mesi invernali. Attuale e distaccata l’analisi di Flaiano: “Penso che questo archivio rappresenti il tributo che ella paga al culto moderno che fa di ogni turista un fotografo preoccupato di raccogliere testimonianze della sua stessa vita (per avere la certezza di avere vissuto)”. Stesso distacco, secondo Mormorio, all’inizio de “Le fotografie”: “Non mi si venga a dire che Pasqualino non è sprecato per la sua professione che del resto esercita benissimo; ma perchè, di questi tempi, fare il fotografo alla fiera delle vanità?”
Pasqualino è Pasquale De Antonis, grande amico dello scrittore e uno dei più grandi fotografi italiani del ‘900. Il suo atelier ospitò i più importanti personaggi del tempo, non solo “dive, dee e sacri mostri”, ma pittori, registi, scrittori, attratti dal carisma di un artista completamente diverso da quello che proprio Flaiano avrebbe definito per la prima volta,  per la Dolce Vita di Fellini, “Paparazzo”. Dal nome di un albergatore calabrese che compare nella traduzione italiana di un libro di George Gissing (By the Ionian Sea) e in antitesi a Pasqualino.
Risale alla tragedia greca il contributo di Giangoia: alla base, la consapevolezza (prefuturista) “di utilizzare, nella tragedia, tutte le forme di espressione che in quel momento i greci avevano a disposizione (parola ritmica, danza, voci recitanti, suoni e scena) per realizzare la massima efficacia comunicativa e un impatto emotivo finalizzato alla catarsi”.
 

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