A partire da… Il Bos primigenius della grotta del Romito a Papasidero (CS)

Partendo da questa breve presentazione, nel pomeriggio del 28 dicembre 2008 le Pietre si sono ritrovate a casa di Giuseppina per portare il loro contributo all’Officina del mese e, con  l’occasione, per scambiarsi gli auguri di fine anno.
Dopo avere preso una tazza di tè ed aver mangiato qualche dolcetto, il gruppo ha iniziato a “costruire” l’Officina, ricca di apporti sempre validi e suggestivi e sempre aperta a spunti di dibattito. Per iniziare Giuseppina Catone, coordinatrice dell’Officina, ha letto il breve brano di introduzione, quindi ha dato al parola agli interventi in ordine libero.

 

I CONTRIBUTI

1) Franca Crucitti ha iniziato leggendo il seguente brano di Rainer Maria Rilke, tratto da Lettere ad un giovane poeta che si era rivolto a lui per avere un giudizio sulle sue composizioni e consigli.

Entrate in voi stesso, cercate il bisogno che vi fa scrivere: esaminate se trae le sue radici dal profondo del vostro cuore. Confessate a voi stesso: morireste se vi fosse vietato di scrivere? Questo, anzitutto, chiedetevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: “Sono veramente costretto a scrivere?”. Scavate dentro di voi in cerca della più profonda risposta. Se questa risposta sarà affermativa, se voi potete far fronte a una così grave domanda con un forte e semplice: “Io devo”, allora costruite la vostra vita secondo  questa necessità. La vostra vita, fino nella sua ora più indifferente, più vuota, deve diventare segno e testimone di un tale impulso. Allora avvicinatevi alla natura. Provate a dire, come se voi foste il primo uomo, quello che voi vedete, quello che voi vivete, amate, perdete. Non scrivete poemi d’amore. Evitate all’inizio questi temi troppo comuni: sono i più difficili. Dove tradizioni sicure, talvolta brillanti, si presentano numerose, il poeta non può dare del proprio che nella piena maturità della sue forze. Fuggite i grandi soggetti per quelli che vi offre la vostra giornata.  Dite le vostre tristezze, i pensieri spontanei, la vostra fede in una bellezza. Dite tutto ciò con sincerità intima, tranquilla e umile. Utilizzate , per esprimervi , le cose che vi circondano, le immagini dei vostri sogni, gli oggetti dei vostri ricordi. Se la vostra giornata vi sembra povera, non accusatela. Accusate voi stesso di non essere abbastanza poeta per chiamare a voi le sue ricchezze. Per il creatore niente è povero, non esistono dei luoghi poveri, indifferenti.
Perfino se voi foste dentro una prigione le cui mura soffocassero tutti i rumori del mondo, non vi resterebbe sempre la vostra infanzia, questa preziosa, questa regale ricchezza, questo tesoro dei ricordi? Volgete ad essa il vostro spirito. Tentate di rimettere a galla del vostro passato le impressioni sommerse. La vostra personalità si irrobustirà, la vostra solitudine si popolerà e diventerà per voi una dimora  per le ore incerte della giornata, chiusa ai rumori dell’esterno. E se da questo ritorno in voi stesso, da questo tuffo nel vostro proprio mondo nasceranno dei versi, allora non penserete lontanamente a chiedere se questi versi sono buoni.

Franca ha scelto questo brano intenso e significativo, simbolicamente rintracciando nello spunto di Officina un richiamo alla preistoria dell’artista, al nascere dello spirito artistico nell’animo umano.
A proposito poi di incisioni sulla roccia risalenti ad epoche preistoriche, ha trovato immagini molto belle e da confrontare con quella del Bos in alcune incisioni e pitture ritrovate nel Sahara nel volume: Una pinacoteca nel deserto.

La prima civiltà del Sahara è raccontata sul più straordinario affresco murale  che si conosca. Le incisioni e le pitture rupestri illustrano l’avvicendarsi di culture e popolazioni.:
– Il celebre bassorilievo dei “bovini all’abbeverata”, intagliato nel faraglione di Terarart, presso Djanet, così chiamato perché l’ignoto artista ha scolpito gli animali nell’atteggiamento di bere alla pozza d’acqua che si formava dopo le piogge all’angolo del faraglione.
– Raffinate pitture policrome che si trovano a Jabbaren nel Tassili-n-Ajjer rappresentano la figura umana, motivo principale del periodo pastorale più antico
.

Come ultimo contributo Franca legge un brano di Nik Spatari in cui c’è un raffronto tra La Croce di Polsi ed alcune incisioni rupestri in Cappadocia:
la croce di Polsi ne rammenta un’altra da me scoperta in una delle chiese rupestri di Cappadocia, nel villaggio di Goreme. Sono le più antiche croci a interpretazione simbolica. I quattro cerchi laterali rappresentano gli apostoli evangelisti, mentre il segno all’apice della  croce descrive il natante della missione di San Paolo via mare“.  

2) Maria Aldarese ha rintracciato nel graffito di Papasidero un richiamo al mondo classico: in un brano tratto dal “De rerum natura” di Lucrezio (l. V. 925 – 972) sottolinea l’ammirazione dell’Autore per la forza fisica degli uomini primitivi che, pur non conoscendo il fuoco, l’agricoltura e le leggi, riuscivano a vivere una vita sana, servendosi dei prodotti che la natura offriva loro spontaneamente e ad avere ragione delle fiere, a cui spesso assomigliavano, con armi rudimentali come sassi e clave di legno.

… “ At genus humanum multo fuit illud in arvis
Durius, ut decuit, tellus quod dura creasset,
…”
“Ma quella razza fu molto più dura nei campi, come si addiceva a quella che aveva creato la dura terra, strutturati all’interno con ossa più grosse e più solide connessa attraverso le viscere da nervi forti e che non era facilmente presa dal caldo né dal freddo né dalla novità del cibo nè da qualche malattia del corpo. E  per lunghi periodi del sole che si avvolgevano per il cielo, passavano la vita secondo il costume errabondo delle fiere.
E’ non vi era nessuno che, vigoroso reggesse l’aratro ricurvo, né che sapesse smuovere col ferro i campi, né piantare nella terra i virgulti recenti né tagliare con le falci i vecchi rami dagli alti alberi. Ciò che avevano dato il sole e le acque, ciò che la terra aveva creato spontaneamente, questo dono soddisfaceva abbastanza gli animi. Curavano per lo più le membra tra le querce cariche di  ghiande e quei  corbezzoli che ora vedi nella stagione estiva diventare maturi di colore rosso, la terra allora ne offriva di più e anche più grandi – Inoltre, la giovinezza allora florida del mondo produsse molti rozzi alimenti, abbondanti per gli infelici mortali. I fiumi e le sorgenti invitavano a placare la sete come ora il  sonoro scrosciare dell’acqua dagli alti monti attira per gran tratto le razze assetate delle fiere.
Infine, raggiungevano le dimore silvestri delle Ninfe note a chi vagava, dalle quali sapevano che correnti di acqua fluente con larga vena bagnavano umide rupi, umide rupi stillanti sopra di verde muschio e che in parte scaturivano nella pianura ed erompevano nel piano.
Né ancora sapevano trattare il fuoco per le cose né usare le pelli e rivestire il corpo delle spoglie delle fiere, ma abitavano boschi e caverne e selve e nascondevano le ruvide membra fra i cespugli, costretti ad evitare le sferzate dei venti e le piogge. Né potevano mirare al bene comune né sapevano usare tradizioni né leggi. Ogni preda che la sorte offriva a ciascuno, la prendeva, ammaestrato dall’istinto naturale a vivere e a star bene solo per sé. E Venere univa i corpi degli amanti nei boschi, infatti piegava ognuna il reciproco desiderio o la violenta forza dell’uomo e l’incontenibile brama o una ricompensa: ghiande e corbezzoli o pere scelte. E confidando nella straordinaria forza delle mani e dei piedi cacciavano le selvagge schiere di fiere con pietre scagliate e il grande peso dalla clava. Molte ne vincevano, poche fuggivano nei nascondigli e simili a cinghiali setolosi, affidavano le membra selvagge nude alla terra, sorpresi dalla notte, avvolgendosi tutt’intorno con foglie e fronde.
 

3) Carmela Ferro ha fatto una riflessione su come nasce l’arte ed ha trovato una risposta in un passo di Marcel Proust tratto da La Strada di Swann e in un passo de L’eleganza del riccio di Muriel Barbery.

Cosa ha spinto l’uomo preistorico di Papasidero a incidere sulle pareti della sua grotta l’immagine di un bos producendo così una delle prime forme di espressione artistica? Forse il ricordo di un’esperienza terrorizzante o il sollievo per un pericolo scampato? O ancora la soddisfazione trionfante per una caccia ben riuscita? Forse lo spettacolo di una mandria di bisonti in corsa. espressione della forza selvaggia e misteriosa della natura. Oppure sarà stato un gesto propiziatorio nella convinzione di potere, grazie a quell’immagine, determinare in senso favorevole eventi rischiosi a cui era impossibile sottrarsi.
Qualunque sia stata, la spinta a creare ha attinto ad un’emozione forte. Una scossa energetica ha squarciato un’ombra, illuminando un angolo della coscienza, ha toccato una corda vibrante dell’interiorità. L’espressione artistica, realizzata o goduta, ci consente di penetrare in zone profonde e altrimenti insondabili del nostro essere uomini e quindi a conoscere quelle realtà invisibili (Proust: La strada di Swann) che ne sono custodite. E quando ciò avviene, cioè quando l’arte porta alla luce le emozioni più nascoste e sotterranee creando bellezza, ci sentiamo improvvisamente proiettati in una dimensione diversa sine materia (Proust). E’ possibile allora vivere istanti di bellezza , attimi di sospensione in un altrove, dove il tempo non è più lo stesso (Muriel Barbery: L’eleganza del riccio) , anzi è come vivere fuori dal tempo.
Forse anche l’uomo di Papasidero, quella notte nella sua caverna, migliaia di anni fa, si è ritrovato in una dimensione fino ad allora sconosciuta e ha vissuto attimi di eternità.

4) Katia Marino ha ritrovato, invece, il tema della soggettività e dello spirituale nell’arte secondo la definizione di Kandinsky, e ci ha offerto la lettura di una poesia molto suggestiva di R. Carver, Chiarore residuo, commentandola con un riferimento a Cattedrale dello stesso autore:

Scende il crepuscolo. Poco fa è caduta
un po’ di pioggia. Si apre un cassetto e dentro ci si trova
la foto di un uomo e ci si rende conto che ha solo altri due anni
di vita. Lui questo non lo sa, è chiaro,
è per questo che posa sorridente davanti all’obiettivo.
Come può sapere cosa gli sta mettendo radici nella testa
in quel momento? Se si guarda verso destra
tra i rami e i tronchi, si intravedono
macchie rossastre di chiarore residuo. Non ci sono ombre, né
chiaroscuri. L’aria è umida e calma…
Lui continua a posare sorridente. Rimetto la foto
a posto con le altre e concentro
invece l’attenzione sul chiarore residuo lungo i monti lontani,
che si posa dorato sulle rose del giardino.
Poi non posso fare a meno di lanciare un’altra occhiata
alla foto. Il suo ammiccare, il gran sorriso,
l’inclinazione spavalda della sigaretta.

5) Tita Ferro si è soffermata sul valore dell’arte, partendo dalle riflessioni di uno studioso della storia calabrese, Mario Caligiuri, il quale afferma che la Calabria nacque sotto il segno del toro, nel senso che l’immagine più celebre della Regione è proprio il famoso Bos primigenius, e del suo scopritore, Paolo Graziosi, il quale la giudicò “una delle più belle ed importanti manifestazioni di tutta l’arte preistorica italiana“.
Di fronte all’immagine suggestiva del Bos si è posta due interrogativi:
1°) Che cos’è il Bos primigenius?
a) Può essere un simbolo apotropaico, rappresentazione cioè di un oggetto o persona ritenuti atti a scongiurare, allontanare o annullare influssi maligni: l’aggettivo apotropaico, dal greco -apotrepein-, allontanare, conferisce a tutti i simboli e gli oggetti a cui viene accostato un senso di allontanamento da qualcosa, bisogno di “tenere a distanza” non solo le cause della paura ma la paura stessa. Un modo di superare la paura, infatti, è quello di rappresentare l’oggetto che la provoca per impossessarsene, di vincerlo rappresentandolo vinto: ha ricordato la tecnica del <fai come se…>  proposta da V. Frankl.
Nelle Sacre Scritture, nel 21° capitolo dei Numeri, si legge che, per punire la ribellione del popolo contro Mosé,   il Signore mandò fra il popolo serpenti  velenosi i quali mordevano la gente e un grande numero d’Israeliti morì. Il popolo venne a Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te…” (Nm.21,5 – 7). Mosé pregò per il popolo e Dio gli disse di far costruire un  serpente di bronzo: guardandolo gli Israeliti venivano guariti dalla peste provocata dal morso di serpenti velenosi.
b) La rappresentazione del Bos primigenius poteva simboleggiare una divinità che dava vita, oppure essere un modo di propiziarsi la caccia, vincendo la paura del grosso animale, o ancora una forma primitiva di arte, espressione cioè di un bisogno dell’uomo del tempo, il Cro-Magnon, di comunicare qualcosa del mondo e del modo in cui  viveva.

2°) Qual è il valore dell’arte?
1) il valore dell’arte, cioè il fine che l’artista si propone, è un bisogno di impossessarsi del reale oppure  di comunicarlo, di donarlo?
(La domanda che è stata posta a molti scrittori <perché scrivo?>, ma anche ad altri artisti, pittori, scultori … , ha avuto differenti risposte conseguenti al modo con cui il singolo artista sentiva e concepiva la propria opera).
2) L’arte copia, riproduce la realtà oppure è opera della fantasia creatrice che pur dal reale prende sempre l’ispirazione?
Il bos è la rappresentazione di una forma vivente che il Cro-Magnon ha certamente visto, ma, nello stesso tempo contiene qualcosa che nella realtà non c’è, il complesso cioè di emozioni, sensazioni, impressioni dell’uomo che ha visto quella parte di realtà: egli racconta la sua esperienza attraverso quell’immagine, come dopo di lui infiniti altri hanno fatto servendosi di strumenti (linguaggi) vari, la parola, il suono, il marmo …
Il valore dell’arte non sta nella fedele ripetizione del reale ma nella comunicazione dell’esperienza che di esso l’artista ha fatto per permettere a chi ne fruisce di rifare la sua stessa esperienza (potrebbe essere questo il tratto distintivo di una vera opera d’arte rispetto a ciò che arte non è, il criterio di giudizio).
3) L’arte produce una rinnovata consapevolezza di sé e delle proprie capacità: mentre l’artista comunica la sua esperienza, ne diventa più consapevole, la comprende meglio rivivendo il fatto e le sue reazioni di fronte ad esso.

6) Il contributo di Maria Suraci è relativo ad un vaso sumero del III millennio a. C. , il cosiddetto vaso di Entemena, in argento cesellato. Sul vaso, destinato come omaggio al re Entemena, sono incise immagini di animali, molto precise nel dettaglio; Maria sottolinea il valore dell’oggetto e l’uso dell’incisione come strumento politico.

7) Maria Iaria, pur non presentando alcun brano, ha colto il suggerimento che riguarda il legame dell’uomo alla propria umanità attraverso l’arte, nei momenti drammatici e cita le opere di Hetty Hillesum e il romanzo Fahrenheit 451.

8) Teresa Cantaro ha letto un capitolo del saggio Il terzo scimpanzé di Jared Diamond sulle origini animali dell’arte.

9) Giuseppina per concludere l’Officina con un tono più lieve e sorridente, ha letto una pagina tratta dal romanzo di Roy Lewis Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, in cui uno dei giovani ominidi protagonisti inventa l’arte, disegnando sulla parete della caverna… le fattezze da scimmione dello zio Vania e destando sconcerto, ira e paura tra i componenti della famiglia!

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