A partire da  … Into the  wild
introdotto da Sara Puntillo e Maria Carpenteri

Siamo partiti dall’interrogativo con cui si concludeva la presentazione di Antonio Spadaro: La bellezza è armonica o selvaggia?
Il selvaggio, in natura, è l’incontaminato dalla civiltà, qualcosa di puro, di primordiale che non è soggetto ad alcun controllo. L’armonia invece, è la corrispondenza tra i vari elementi, ciascuno nel rispetto dell’altro.
Forze diverse e contrastanti che appartengono però alla stessa dimensione, quella della libertà, sono quelle in cui si muove anche il protagonista del film.
La vera libertà nasce da scelte e Chris sceglie di confrontarsi con il “selvaggio”, di scontrarsi con esso alla pari, lontano dai condizionamenti, dalle agevolazioni, dai ruoli della vita sociale. Vuole sentirsi veramente sé stesso, ritrovarsi e far chiarezza dentro il suo animo.
Nel film c’è l’esaltazione della libertà, sottolineata dalla splendida colonna sonora e dall’eccezionale fotografia che accompagnano lo sviluppo della trama.
In questo contesto, dunque, la caratterizzazione più specifica della bellezza, ci è sembrata quella che accompagna ogni espressione di autonomia e d’indipendenza. La bellezza è libera. C’è bellezza dove non ci sono condizionamenti.

La vicenda di Chris è struggente e triste anche perché sappiamo, tra l’altro, che è una storia vera. Vorremmo convincerlo a tornare a casa, Chris che ad ogni costo cerca superare da solo le ragioni del suo disagio, per dimostrare a sé stesso che può lottare e vincere senza l’aiuto di altri. E’ sempre stato attratto dall’avventura, perciò la solitudine, gli spazi sterminati, gli animali non gli fanno paura. Sa che il mondo che intende abbandonare è falso, studiato, finalizzato all’interesse e alla forma, incurante del male che può colpire gli altri. Solo quando succede qualcosa di veramente sconvolgente si prende coscienza di questo estremo modo di comportarsi. Quante volte abbiamo sentito dire:” Doveva accadere proprio questo perché capisse!” Capita così anche ai genitori di Chris, che appaiono quasi addolciti dopo aver tanto sofferto per la sua scomparsa.
La solitudine che ha scelto non è totale A volte si apre a nuovi incontri: la coppia di hippy, i due giovani, il vecchio, la sua ragazza…, che non riescono tuttavia a convincerlo a rinunziare ad andare in Alaska.
 Chris ha i caratteri propri della gioventù: l’idealismo e la rigidezza , l’entusiasmo e la tenacia nel perseguire le mete prescelte, il desiderio di cambiamenti radicali, di conquistare esperienza e saggezza, di giungere alla verità, al senso delle cose. E tutto questo sempre vissuto con grande emozione, “Se ammettiamo che l’uomo possa essere governato dalla ragione, ci precludiamo la possibilità di vivere”, ma anche con lo stupore e la meraviglia tipici del bambino che entra in armonia con il mondo.
            
Vedere un mondo in un granello di sabbia
< e un cielo in un fiore selvaggio.
 Chiudere l’infinito in un palmo di mano
e l’eternità in un’ora.
 
(Szymborska)

Chris non accetta compromessi, neppure con sé stesso, va dritto alla meta rinunziando anche alle cose indispensabili: all’acqua, scioglierà la neve, alla caccia, si nutrirà di bacche, all’orologio, al contatto con gli altri… Pensa che la prudenza sia falsità e si abbandona completamente alla natura che lo fortifica e con i suoi spettacoli lo commuove. Le braccia levate al cielo, le grida di gioia di fronte all’immensità e alla bellezza di certi paesaggi ricordano ciò che provava il gabbiano Jonathan Livingston quando volava libero nel cielo.

Ogni giorno… apprendeva nuove cose. Imparò che venendo giù in picchiata a tutta birra, puoi infilarti sott’acqua ad acchiappare pesci più prelibati, quelli che nuotano in branchi tre metri sotto la superficie: non aveva più bisogno di battelli da pesca e di pane raffermo, lui, per sopravvivere. Imparò a dormire sospeso a mezz’aria, dopo aver stabilito la sera la sua rotta, nel letto della corrente d’un vento fuoricosta, e coprire così un centinaio di miglia dal tramonto all’alba . Con uguale padronanza ora volava attraverso fitti banchi di nebbia sull’oceano, o sennò si portava al di sopra di essi, dove il cielo era limpido e il sole abbagliava.. (Richard Bach)

Ogni cosa che trova in natura gli appare meravigliosa, anche una mela e dei mirtilli non hanno eguali.  Nel mondo che ha lasciato invece, tutto è negativo. Chris è così determinato nelle sue certezze da non vedere che l’affetto della sorella potrebbe essere per lui un’ancora di salvezza. Rifiuta decisamente tutto della società civile, anche il suo nome. Durante il suo viaggio si chiamerà Alexander Supertramp. Le continue citazioni, le letture dei suoi autori preferiti sono un modo per accentuare il distacco dal mondo, gli strumenti di cui si serve per trovare la forza di vivere nel modo più estremo.
Alexander dissoda il terreno, libera il cuore, prepara la strada per ritornare ad essere  nuovamente Chris quando troverà la verità: la felicità è reale solo quando è condivisa.
Forte di questa consapevolezza, decide di ritornare, ma rimarrà vittima delle sue scelte così radicali
A questo punto appare chiaro come accanto all’esaltazione della libertà, nel film, sia presente anche il senso del mistero che spinge gli uomini alla ricerca del significato vero dell’esistenza attraverso la strada che conduce alla realizzazione di sè nell’incontro con l’assoluto.

E’ sempre però, una questione di scelte. Ci si può ritrovare anche in mezzo agli altri, spostando, però, il proprio punto di vista come Cesare Pavese consiglia a Fernanda Pivano, in due lettere datate maggio, giugno 1943. 
                                     

Roma domenica 30 maggio1943

“Cara Fern,
la Sua lettera mi ha molto commosso e se potessi prenderei subito il treno per provarLe che non è vero che la circondi il gelo e l’ostilità. Ma non capisco perché si trovi tanto male adesso che sa di poter lavorare nove ore al giorno e quindi pressoché mantenersi. Non ha sempre aspirato all’indipendenza ?..
Si ritorna cioè a quanto Le ho sempre consigliato: si faccia una vita interiore-di studio, di affetti, d’interessi umani che non siano soltanto di “arrivare”, ma di “essere”- e vedrà che la vita avrà un significato…..
Si tratta di un problema morale prima che sociale e Lei deve imparare a lavorare a esistere, non solo per sé ma anche per qualche altro, per gli altri.
Fin che uno dice” sono solo” sono”estraneo e sconosciuto”, “sento il gelo”,starà sempre peggio. E’ solo chi vuole esserlo, se ne ricordi bene. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri, bisogna umiliarsi e servire. E questo è tutto.
 
                                                                                   

 Roma, venerdì 4 giugno 1943    

Cara Fern,
…………..Donarsi come?
Donarsi vuol dire rispettare se stessi, anzitutto, cioè passare la propria giornata a crescere le proprie forze, il proprio valore, la propria anima e cultura, per farle servire a qualcosa. Donarsi vuol dire non aver tempo di guardare al passato e quindi non compiangersi…….
Non Le scrivo che cosa faccio né chi vedo perché tanto Lei non s’interessa degli altri.
Brontolo!
                                                                             

La letteratura è piena di soggetti in cui il conflitto, il mistero e la ricerca interiore hanno dato vita a capolavori.
L’alternativa tra vita attiva e contemplativa si ritrova, per esempio, in tutta l’opera di Herman Hesse.
L’autore, che come Chris, ha avuto gravi disagi conflittuali con i genitori e la società, interpreta con acutezza la crisi contemporanea e in “Siddharta” riprende un tema che gli è caro cioè la necessità per l’uomo moderno di scendere dalle regioni dello spirito assoluto per immergersi nella vita, una vita lontana dai falsi valori e vicino alle fonti della saggezza.
Anche Gauguin, stanco e deluso della città contaminata, cerca un ambiente primitivo e selvaggio e lo trova nella foresta vergine in una capanna di bambù col tetto di foglie dove il pollame e la frutta gli basteranno per vivere libero.
Il Pittore affida ai colori il compito di rappresentare il simbolismo di questo ambiente e quando decide di ritornare in città ha già compreso di essersi arricchito interiormente di immagini, di visioni e di pensiero e di poter trasferire nei suoi quadri i colori della foresta.
Tutto questo ci insegna che l’uomo deve mettersi in ascolto e ricercare la propria Alaska dove si trova ed essere convinto, come dice Wojtyla, che la verità la portiamo in noi, fa parte della nostra debolezza, la dobbiamo esplorare, non possiamo rifiutarla perché rifiuteremmo noi stessi.

 

 Il contributo di Maria Bambace

La visione del film “Into the Wilde” mi fa pensare a Pablo Neruda che nei suoi componimenti è capace di descrivere panorami dalla bellezza selvaggia della sua terra, cioè l’Araucanìa, e la forza dirompente del mare che “scava profondi solchi”, come si evince dalla poesia  “La frontiera”( 1904):

La prima cosa che vidi
furono alberi, dirupi
decorati con fiori di selvaggia bellezza,
terreni umidi, boschi che bruciavano
e, dietro il mondo, l’inverno straripato.
La mia infanzia furono scarpe fradice, alberi tronchi
caduti nella selva, divorati da liane
e scarabei, dolci giornate sull’avena,
e la barba dorata di mio padre che usciva
verso le maestose ferrovie.
Di fronte alla mia casa l’acqua australe scavava
profondi solchi, pozzi di mota nera,
che d’estate erano pulviscolo giallo
dove carrette scricchiolavano e gemevano,
gravide di nove mesi di grano.

Fugace sole del Sud:
stoppie, grandi fumate
su strade di terra rossa, sponde
di fiumi di buona razza, cortili e pascoli
su cui riverberava il miele del mezzogiorno.
Il mondo della polvere entrava gradualmente
nei capannoni, tra i canapi e i barili,
in granai stracolmi del compendio rosso
del nocciolo, di tutte le palpebre del bosco
….

Ma tra le liriche del poeta cileno non mancano quelle che descrivono paesaggi che trasmettono all’anima serenità, perché tutto appare calmo, perfetto come nella poesia “Ode a un mattino del Brasile”:

Questo è un mattino
del Brasile. Vivo dentro
un violento diamante,
tutta la trasparenza
della terra
si è materializzata
sulla
mia fronte,
si muove appena
la ricamata vegetazione,
il rumoroso cinto
della selva:
ampia è la chiarità, come una nave
del cielo, vittoriosa. …..

Le farfalle
ballano
rapidamente
un
ballo
rosso
nero
arancio
verde
azzurro
bianco
granata
giallo
violetto
nell’aria,
sui fiori,
sul nulla,
volanti,
successive
e remote. …

Il meriggio
arriva
quieto,
si propaga
la luce quasi fosse
comparso un nuovo fiume
che scorresse e cantasse
colmando l’universo:
bruscamente
tutto
rimane
immobile,
la terra, il cielo, l’acqua
son pura trasparenza,
il tempo si è fermato
e tutto è dentro il suo scrigno di diamante

 
Se la prima lirica è un inno alla bellezza selvaggia, la seconda mi appare come un inno alla bellezza armonica.

N. B. Il testo delle liriche è stato ridotto per questioni di spazio.

 

Il contributo di Tita

Nel film ho isolato, tra tanti argomenti, il tema del viaggio, tema presente in tutta la letteratura dalle origini più lontane ai giorni nostri, dagli eroi di Omero, e ancora prima di lui, fino ai contemporanei viaggiatori protagonisti inquieti di romanzi, di poesie, di film, tutti spinti a muoversi da una situazione ad un’altra spesso del tutto sconosciuta, con modalità differenti anche in rapporto alle motivazioni da cui in ciascuno scaturisce la scelta del viaggio:
– può essere la fuga da una realtà sentita come insostenibile, unica soluzione, via di uscita, “scappare” da quella che è la situazione di tutti i giorni per recarsi in “nuovi luoghi”, preferibilmente mai visti e mai conosciuti, alla ricerca di novità, o solo di riposo (fisico e mentale);
– può essere un movimento verso l’ignoto, motivato dall’attrazione che esso esercita sull’immaginario individuale e collettivo;
– può essere un allontanamento giustificato dalla necessità di prendere le distanze dal mondo in cui si vive per poterlo vedere meglio e capire, alla ricerca di una nuova consapevolezza di noi stessi, di quel che siamo o vorremmo essere. In questo senso il viaggio è quasi sinonimo del processo di individuazione quale è presentato soprattutto da Jung, cammino lungo tappe fondamentalmente uguali per tutti e pure sempre nuove, calate in quella unicità e originalità che sono proprie di ogni singolo individuo.
 
– Viaggiare. Andare via, lontano. Da tutto e da tutti. Se è questo il motivo che porta Chriss a lasciare la sicurezza della famiglia, il desiderio cioè di allontanarsi dalla vita quotidiana, dalle preoccupazioni, dallo stress o da una  determinata situazione, penso che sia esperienza comune, espressa in talune liriche di autori contemporanei.
Nell’Antologia di Spoon River di E. L. Masters, per esempio, Griffy “il bottaio” si rivolge a chi con presunzione e forse nel tentativo di difendere il suo quieto vivere, crede di conoscere la vita e di possederla tutta all’interno del suo guscio.

“Il bottaio deve intendersi di botti.
Ma io conoscevo anche la vita,
e voi che gironzolate fra queste tombe
credete di conoscere la vita.
Credete che il vostro occhio abbracci un vasto
orizzonte, forse,
in realtà vedete solo l’interno della botte.
Non riuscite a innalzarvi fino all’orlo
e vedere il mondo di cose al di là,
e a un tempo vedere voi stessi.
Siete sommersi nella botte di voi stessi –
tabù e regole e apparenze
sono le doghe della botte.
Spezzatele e rompete la magia
di credere che la botte sia la vita,
e che voi conosciate la vita!”
 
Montale in “Maestrale” vede questo continuo oltrepassare i confini come bisogno insopprimibile dell’uomo, costante esigenza di qualcosa d’altro: la ragione non svela il Mistero, ma ne evidenzia la presenza in ogni esperienza umana.

Sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
«più in là»

Non diversamente Dante, nel XVII canto del Purgatorio, vv.127-129

Ciascun confusamente un bene apprende
nel qual si queti l’animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende

Ungaretti nella famosisima “Dannazione” constata l’incongruenza di questo bisogno di ulteriorità nell’uomo e si chiede da dove nasca:

Chiuso tra cose mortali
(anche il cielo stellato finirà)
perché bramo Dio?
 
(C’è una variante interessantissima di questa breve lirica, dove il punto interrogativo è eliminato, quasi che il Poeta abbia trovato una risposta alla domanda)

– Spesso si decide di andare via, lontano, a seguito di problematiche sentimentali: una storia finita, un periodo di riflessione, ma anche la consapevolezza di un amore impossibile o di una situazione familiare insostenibile e di impossibile soluzione, come potrebbe essere il caso di Chriss che scopre il segreto che i genitori gli avevano nascosto ed assiste tutti i giorni al lento naufragare dell’amore tra padre e madre.
Il viaggio diventa così “strumento di cura”. Cura soprattutto per la mente.

Nel libro, come nel film, a me è sembrato di vedere un esempio evidente del processo di individuazione come è descritto da Jung, un cammino verso la conoscenza e la realizzazione della propria identità.
Ogni uomo che non abbia compiuto questo processo di individuazione vive in modo inconscio e irriflesso, attingendo la propria auto comprensione e il senso del proprio valore dal fatto di appartenere ad un gruppo, sia esso la famiglia, il proprio popolo, il partito politico, la chiesa, le amicizie di persone influenti o vincenti.
L’identificazione o equiparazione con i genitori, il coniuge, i figli, non è intenzionale, ciascuno se le ritrova, ma essa impedisce di rientrare in sé e di gestire autonomamente in maniera creativa la propria vita nella quale si dà libero spazio e si lascia l’iniziativa agli altri.
Non è possibile esprimersi in autenticità, spontaneità, creatività senza deporre la maschera, cioè la persona esteriore, il ruolo preciso con determinati comportamenti che ogni individuo assume di sua iniziativa o accondiscendendo alle richieste dell’ambiente per poter essere accettato, amato, stimato: per scoprire il proprio nucleo, il proprio essere profondo e viverlo, l’uomo deve essere pronto a prendere le distanze dal proprio ambiente, pronto perfino a sopportare il disprezzo di coloro che gli sono più vicini, che gli danno sicurezza.
La motivazione decisiva per incamminarsi sulla via dell’interezza è un avvenimento o una situazione, vicenda assolutamente personale, come dice Jung, “che estranea l’uomo dal proprio ambiente e lo isola agli altri”, facendo emergere aspetti dell’esistenza completamente nuovi ed insospettati: l’esperienza iniziale della novità produce un senso di felicità mai provato (lo si vede nelle sequenze in cui Chriss arriva fino ad urlare il proprio senso di liberazione e di gioia) che pone in ombra tutto ciò che si è vissuto fino a quel momento ed è questo senso di felicità che sostiene nei primi passi decisivi del processo di individuazione, nel distacco dai beni, dalle persone, dalle sicurezze che la condizione abituale prometteva.
E nel film si vede in pratica questo cammino, il modo con cui Chriss  impara progressivamente ad essere autonomo, l’incontro con figure caratteristiche e simboliche, la coppia di hippye, la giovane, il vecchio che vorrebbe adottarlo, giungendo a capire che la vera felicità deve essere condivisa.
Il contrasto col proprio gruppo di riferimento, infatti, il distacco dal modo di pensare del proprio ambiente, cioè dal modo di pensare abituale, irriflesso, tradizionale, non crea singoli individui isolati, ma rende possibili nuove, autentiche e quindi vere relazioni in cui l’altro è amato per se stesso e non perché e fintanto che appartiene allo stesso gruppo e segue le sue norme.
E il cammino di Chriss, a mio parere, giunge alla meta, la comprensione che la felicità deve essere condivisa, indipendentemente dal fatto che, per un banale incidente, non possa realizzarla: nel film, le sequenze degli ultimi momenti di vita di Chriss mostrano il ragazzo con gli occhi spalancati sul sogno di riabbracciare i genitori e sul cielo azzurro.

Anche nella Bibbia molti personaggi importanti, a partire da Abramo fino a Gesù ed oltre attraversano la stessa esperienza: devono allontanarsi dal luogo di origine, lasciare i vecchi legami familiari per aprirsi ad una nuova realtà nella quale tutte le loro potenzialità, le loro non quelle che gli altri avrebbero voluto vedere in loro, vengono espresse in modo unico.
A me piace ricordare il Figlio prodigo, il quale solo dopo essersi allontanato da casa, aver fatto esperienza di sé, essere disceso nella profondità del suo cuore ed averne toccato la debolezza e la nullità, è capace di decidere in piena libertà e responsabilità il ritorno e la richiesta di perdono, motivata dalla fiducia nel padre su cui sa di poter contare.
A riprova sta il fatto che l’altro figlio, il maggiore, apparentemente ineccepibile nella sua obbedienza e nell’essere ligio a quella che egli pensa sia la volontà del padre, in realtà di lui non capisce niente, è rimasto al suo posto ma accumulando invidia e insoddisfazione che emergono nel drammatico confronto con il padre dopo il ritorno del fratello.
Un bellissimo esempio di allontanamento dal sentire comune per vedere il nuovo ho trovato in Zaccheo che al comportamento abituale di uomini del suo rango, sostituisce il gesto infantile, scandaloso in un uomo del suo rango, di salire su un albero per vedere Gesù: è tanto diverso dal gesto di Chriss di andare in Alaska?

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