di Gianni CARTERI

Ora che mamma non c’è più vado due, tre volte al mese a trovarla portandole margherite bianche e garofani. Glielo avevo promesso da sempre: non te li farò mai mancare. Un modo dolce per sentirla sempre accanto. Talvolta mi accompagna mio fratello Mimmo, taciturno e solitario.
Raccoglie i tanti bei gigli bianchi della sua campagna in contrada Piraino e li distribuisce con tanta delicatezza. Stamane, essendo solo, sono ritornato nella mia Brancaleone a passarvi una giornata e rivedere così i luoghi della mia infanzia, veri e propri stampi mitici che mi accompagnano da sempre rendendomi la vita più leggera. In fondo il mio paese io ce l’ho nella memoria tutto quanto, sono io stesso il mio paese .
Prima di partire avevo riletto le solite notizie storiche di Grabriele Barrio: “Oltre c’è Brancaleone, un debole castello posto sul ciglio di un monte; dista un miglio e mezzo dal mare e quattromila passi dal promontorio di Ercole. Vi si produce un ottimo miele, cotone, olio di sesamo; si fanno cacce di cinghiale e altri quadrupedi, uccellagioni di piccoli alati, nascono i tartufi, cresce il terebinto, nasce la pietra di mola, frumentaria e olearia, come pure la pietra di magnesia, della quale si servono i vasai”.La nostra vecchia casa, molto grande, dava sulla piazza più importante, l’unica che ci fosse. Sorgeva come tutte le case sulla roccia, accanto al vecchio castello, un complesso fortificato voluto da Alfonso d’Aragona per potenziare le difese del regno. Non restano che pochi ruderi, come si legge su internet “a causa dei maggiorenti del paese  che dall’epoca lo distrussero per appropriarsi dei pregiati materiali al fine di costruire i loro palazzi gentilizi”. 
L’invito di mio fratello è perentorio: “Saliamo un poco al vecchio paese?”. Come faccio a dirgli di no, mentre pavesianamente guardo verso la collina, “alla vetta biancorocciosa di muraglioni”, dov’è la frazione antica del paese. Mi incanta “quella lucidità di cielo, che alleggerisce e vela ogni cosa”.
Leggo e rileggo spesso le pagine di Pavese, dedicate al mio paese e vi trovo sempre qualcosa di nuovo, segreti stimoli per il mio mestiere di scrivere:
“Giù per la strada qualche volta m’incontravo in villani sopra l’asino. Più piccolo del padrone, l’animale trotterellava paziente e mi passava accanto senza guardarmi, mentre il villano si toglieva il berretto. (…) Qualche volta una bassa contadina vestita di marrone, cotta dal sole e dalle rughe, passava a piedi nudi con una cesta in capo, o un maialino alla corda, trotterellante per le tre zampe libere. Non mi dava uno sguardo: fissava innanzi gli occhi immobili”.
Mentre saliamo verso il poggio mio fratello fa insolitamente non solo da Caronte, ma anche da Cicerone. Rallenta quando ci imbattiamo in qualche vecchio casolare e rievoca fatti e persone.  Mi sorprende la sua loquacità, la sua memoria nitida. Un vecchio pastore ci saluta e scendiamo dalla macchina per ricambiare. Le tante capre si inerpicano ostinate e sicure sui dirupi spelacchiati: “Al di là delle gialle colline c’è il mare, / al di là delle nubi. Ma giornate tremende/ di colline spelacchiate ondeggianti e crepitanti nel cielo/ si frammettono prima del mare. Quassù c’è l’ulivo/ con la pozza dell’acqua che non basta a specchiarsi, / e le stoppie, le stoppie, che non cessano mai”.
Ecco la fonte di Bova, teatro del via vai giornaliero di noi bambini con le bumbuleglie e i cuccumi pronti a dissetarci nelle calure estive. Mentre Mimmo continua a parlare oltrepassiamo il vecchio cimitero e d’improvviso ecco il vecchio paese in tutta la sua bellezza ferita per sempre. Vacche e vitelli entrano ed escono dalla vecchia chiesa sventrata e ci guardano quasi sorpresi. Un cartello ben visibile ci informa che si sta lavorando ad un “parco archeologico do Brancaleone vetus”. Quasi una sorta di beffa. Mio fratello indica le case e le famiglie che le abitavano con precisione storica. Il campanile ormai cadente e scrostato senza le vecchie campane rubate dai soliti ignoti. Ripenso a quella domenica d’agosto del 1954 quando arrivò l’arciprete Don Iriti. L’anziano Rosu, servo fedele in casa nostra per oltre vent’anni, si affrettò a suonarle quando intravide la ciurma di giovani vocianti che dalla frazione Razzà accompagnava il nuovo parroco. Rosu continuava a suonare le campane, abbandonandosi alla corda pazza che lo infervorava e lo faceva andare spesso in escandescenze. Per noi bambini valeva oro. Mentre l’arciprete gli intimava di smetterla lui continuava a rispondergli : “E chi li portasti tu di Bova?!”
Mentre ci arrampichiamo verso casa passiamo sotto in nostri balconi e Mimmo rievoca ad alta voce “Vi adoro mio Dio e vi ringrazio di avermi  creato, fatto cristiano e conservato in questa notte, vi offro tutte le azioni della giornata…”. Lui lo recitava distratto, tutto preso da un congegno di sveglia, trovato in una casa abbandonata e buttato da mamma negli orti sottostanti. Non fu mai più possibile trovarlo.
Il vecchio acciottolato è ricomparso più lucente che mai. Mi emoziono e ripenso al Pavese del Carcere: “Per tutto il giorno Stefano s’era isolato come fuori dal tempo, soffermandosi a guardare le viuzze aperte nel cielo. Avrebbe potuto mescolarsi con gli altri e dimenticare il lucido pomeriggio esterno cantando e gridando in quella stanza dalla volta bassa di legno, dove gli orci di vino erano appesi al davanzale a rinfrescarsi. (…) Quella finestra bassa aperta nel vuoto alla nuvola azzurra del mare, gli era apparsa come lo sportello angusto e secolare del carcere di quella vita”.
Davanti a nostri occhi ecco la vecchia piazza sventrata per ripulire le vecchie grotte. Provo un senso di fastidio, quasi che la mano dell’uomo abbia violentato per la seconda volta la storia del mio paese. Solo noi ci ostinammo a restare, pur senza luce elettrica e acqua fino al 28 settembre del 1958. Ora si tenta di farlo rivivere, inseguendo piccoli guadagni e speculando sulla memoria di un passato da tutti dimenticato. Mi vengono in mente le parole dell’antropologo Marc Augè: “La storia futura non produrrà più rovine. Non ne ha il tempo”. A lui fa da contrappunto l’amico Vito Teti: “Soltanto creando legami, rapporti, consuetudini è possibile penetrare, o almeno pensare di aver un poco penetrato il senso dei luoghi. Focalizzai lentamente che quello dell’abbandono era non soltanto un problema del passato, ma il racconto di ferite aperte, di una storia in corso”.
Mio fratello di colpo si ammutolisce, continua a guardare incantato il paesaggio. Gli occhi gli si inumidiscono di nostalgia, lui così coriaceo. Saliamo verso la vecchia chiesa per annegare con lo sguardo fino a punta Stilo. Ritorniamo verso la nostra vecchia casa. Riemergono volti antichi, grida improvvise, feste paesane. Entriamo nella grotta della Carcereglia, deposito di legna. C’è un piccolo spazio di terra e Mimmo ricorda ancora: “Qui papà preparava a caseglia delle piantine di pomodoro”. Ci addentriamo nelle grotte sotto casa. E lui riprende: “Qui c’era la paglia e il fieno, qui le caprette, qui i maialini”. Mi guarda e sorride ripensando al fedele servo Rosu che tagliava il lardo di maiale sulle ginocchia tra la disperazione di mia madre. Sulle pareti della Carcereglia pare ci sia disegnato un pavone. Gia usato nel mondo pagano, indica l’immortalità. Forse su un tempio pagano era sorta una chiesa del Cristianesimo delle origini. Anticamente era molto diffuso, decorava le lucernette che esprimevano la fede nella luce di Cristo risorto.
Il sole sta per tramontare e mio fratello mi porta per le campagne dietro il vecchio paese abbandonato, non senza una sosta alla grotta della Madonna del Riposo. La lampada era sempre accesa e facevamo a turno per controllare se mancava l’olio, incantati dal viso dolce e pensieroso della Madonna che adorava il suo bambino.
Dal vecchio frantoio ormai sventrato per sempre ricompaiono gli zimbuni  dove i contadini sistemavano le olive in attesa della macinatura. Facevamo a gara a chi dovesse tenere la cavezza delle vacche che trainavano la pesante ruota. Tutto riemerge con nitidezza: la caldaia dell’acqua, le fette di pane abbrustolite e condite con l’olio novello.
E’ straordinario come mio fratello di ogni pezzo di terra conosca i proprietari, mi fornisca dettagli curiosi, non smetta più di raccontare. Mi sento un po’ come Edipo che si rivolge al mendicante dei Dialoghi con Leucò:
“La libera strada ha qualcosa di umano, di unicamente umano. Nella sua solitudine tortuosa è come l’immagine di quel dolore che ci scava. Un dolore che è come un sollievo, come una pioggia dopo l’afa, silenzioso e tranquillo, pare che sgorghi dalle cose, dal fondo del cuore. Questa stanchezza e questa pace son forse l’unica cosa che è nostra davvero”.
Quando ritorniamo verso casa è scesa già la sera. Nessuno ha voglia di pronunciare più parole, chiusi in un mutismo improvviso. Ogni volta che risalgo al mio vecchio paese, esso rivive come una cosa antica, quasi selvaggia. Ogni cosa il cuore già la sapeva e la serra a sé. C’è un fiato leggero che sa di frescura e di mare. Mimmo è riuscito a dare nomi alle cose e ai luoghi che abbiamo attraversato, familiari e cari. Una voce che da tempo taceva e che il mio cuore attendeva.
Ogniistante della nostra vita, anche il più apparentemente futile sgorga dal silenzio delle origini che ci portiamo sempre dentro. E’ bello reimparare di tanto in tanto a sentire il tempo per riprendere coscienza della nostra storia.

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