A partire da… “Foglie d’erba” di Walt Whitman
Coordinatrici: Giuseppina CATONE e Maria IARIA

A) La preparazione del lavoro

Quando si è trattato di selezionare le poesie da proporre all’Officina, ci siamo trovate un po’ in difficoltà: non ci piaceva quasi nulla di quel vorticoso fluire di versi che è Foglie d’erba  di Whitman, ci sembrava un volume ampolloso e retorico, troppo legato alla realtà americana lontana da noi anni luce. 
Era uno stile in cui non ci riconoscevamo, un insieme di temi non consoni al nostro gusto di lettrici. Infine, ci siamo fermate su tre poesie dell’ultima fase che, al di là di ogni contenuto, ci sembrava che potessero essere evocative di un qualcosa …
Ci ha confortate in questa scelta lo stesso Whitman, che nel 1888, sul finire di una vita lunga e variamente vissuta, nello scrivere la prefazione all’edizione delle Foglie, parla di Suggestività: forse era questo che percepivamo senza saperlo, forse questo è il segreto con cui leggere l’opera. L’autore dice chiaramente (e definitivamente), che vuole suggerire una chiave di lettura per la comprensione della sua poesia: “il lettore o la lettrice avrà sempre una sua parte, importante quanto la mia”.
Allora abbiamo capito che la scelta fatta era quella giusta, in linea con il lavoro di Officina.Non è questo lo scopo del particolare tipo di laboratorio che è Officina, cercare cioè una suggestione di lettura che ci permetta di fare un collegamento e di far apparire i significati nascosti che solo noi leggiamo o sentiamo all’interno delle poesie? E’ come se Whitman ci dicesse: “io ti metto nelle mani questo testo tu completalo con il senso che vuoi, che riesci a cogliere o che in quel momento ti sembra di cogliere“.
Il poeta è allora la voce più intima e vera dell’animo umano: “Egli è un veggente”, come egli stesso scrisse nella prefazione del 1855 (quando era molto più giovane, sano ed impregnato di esaltazione romantica anche nell’enfasi delle parole).
Di seguito le tre poesie scelte da noi e proposte alle altre.

1) La voce della pioggia

E chi sei tu? chiesi all’acquata, che dolcemente pioveva,
Ed essa, strano a dirsi, mi diede questa risposta che ora traduco:
Della Terra sono il Poema, rispose dunque l’acquata,
Eterna mi sollevo impalpabile dalla terra, dal mare insondabile,
Su verso il cielo, donde, in forma vaga, totalmente mutata eppure sempre la stessa,
Discendo a lavare le aridità, i detriti, gli strati di polvere del mondo,
E quanto in essi, senza il mio ausilio, sarebbe seme latente, non nato;
Perenne, di giorno, di notte, restituisco la vita all’origine mia, la abbellisco e purifico;
(Perché il canto, emerso dal suo luogo natale, dopo il compimento e l’errore,
ascoltato o non ascoltato, debitamente con amore ritorna.)
 
2) Spirito che questa scena creasti
   (Scritto a Platte Canon, Colorado)

Spirito, che questa scena creasti,
Questo acervo sinistro di rossi blocchi di roccia,
I picchi temerari che al cielo s’adergono,
Le gole, questi limpidi fiumi turbolenti, questa nuda freschezza,
L’informe complesso fantastico, che ubbidisce a leggi tutte sue,
Io ti conosco, spirito selvaggio – abbiamo fraternizzato,
Anche il mio è un informe acervo fantastico, che ubbidisce a leggi tutte sue;
Vennero forse i miei canti accusati d’ignorare l’arte?
Di non sapere fondere in sé le sue norme precise, la delicatezza?
Il misurato ritmo del lirico, la grazia del tempio cesellato – d’avere obliato le colonne e l’arco perfetto?
Ma di te che qui ti riveli – spirito, che questa scena creasti,
Di te hanno seguito le leggi.

3) Miracoli

Ma come? ma chi fa tanto caso d’un miracolo?
In quanto a me, non conosco nient’altro che miracoli,
Sia che passeggi per le vie di Manhattan,
O lanci il mio sguardo, oltre i tetti delle case, su verso il cielo,
O a piedi nudi cammini lungo la spiaggia, al margine delle onde,
O stia sotto gli alberi in un bosco,
O parli di giorno con quello che amo, o dorma la notte nel letto con chiunque amo,
O sieda a tavola, a pranzo, insieme con gli altri,
O contempli estranei che in faccia a me viaggiano in tram,
O guardi le api intorno all’alveare indaffarate, un pomeriggio d’estate,
O gli animali che pascolano nei campi,
O gli uccelli, o la meraviglia degli insetti nell’aria,
O la meraviglia del tramonto, o delle stelle che brillano, così luminose e tranquille,
O la sottile curva delicata, la linea preziosa della luna novella in primavera,
Queste cose, con tutte le altre, sono per me miracoli,
Che si riferiscono al tutto, eppure distinte, ognuna al suo posto.
Per me ogni ora di luce e di tenebra è un miracolo,
Ogni pollice cubico di spazio è un miracolo,
Ogni metro quadrato della superficie terrestre è pieno di miracoli,
Ogni piede del sottosuolo pullula di miracoli,
Per me il mare è un perenne miracolo,
I pesci che vi guizzano – gli scogli, – il moto delle onde – i vascelli con uomini a bordo,
Si danno mai miracoli più strani?


B) La nostra introduzione

Giuseppina

Cominciamo dalle suggestioni che le parole di Whitman suggeriscono. A me è piaciuta subito, e non so dire perché, La voce della pioggia, forse per quella descrizione vitale ed allegra dell’acqua che scende dal cielo e permea tutti gli elementi naturali di sé e per l’effetto panico della poesia. L’acqua che scende dal cielo, dove si era condensata in vapore acqueo, l’acqua che viene definita il “poema della terra”, è l’emblema della vita e della purezza e di ciò che si vivifica e purifica attraverso di lei. Non solo in senso fisico, ma anche in senso metaforico: i dolori e le asprezze del vivere, sono allontanati da lei e tutto torna pulito tutto è pronto per ricominciare il cammino.
Ho cercato di andare a ritroso nella memoria per vedere se c’era qualche possibile collegamento da rintracciare: prima di tutto mi è venuto in mente Omero, quando, nell’Iliade, ci mostra Achille piangente sulle rive del mare e sua madre Teti, che in forma di vapore acqueo si manifesta a lui per consolarlo. Quell’immagine ha sempre suscitato in me un’emozione: la grande immaginazione poetica è riuscita ad imprimere a quell’elemento naturale una natura divina e nel contempo materna, umanamente tenera nell’avvolgere il proprio figlio in un umido abbraccio.
Leggendo la prefazione di Whitman mi ha colpito quest’affermazione, che segue all’elencazione degli autori antichi che su lui hanno avuto un effetto: “Mi sono chiesto in seguito come fu che non mi sentii schiacciato da quei formidabili maestri. Probabilmente perché li lessi … alla presenza della libera Natura, sotto il sole, davanti a un paesaggio illimitato d’infinite prospettive e alle onde del mare che mi lambivano i piedi”. Whitman ha certamente chiara la lezione degli antichi, di alcuni tra i più grandi, e ne ha colto le suggestioni, ma la vera maestra della sua poesia è la natura. Omero è uno dei grandi che ha letto e, in particolare,  l’Iliade, sulla penisola vicino Long Island.
Ho ritrovato nel tema della pioggia, che bagna la terra e che si fonde con il tutto e a tutto dà vita, un inevitabile richiamo alla Pioggia nel pineto di D’Annunzio: con le dovute differenze, ovviamente, di tempi,  di luoghi, di suoni e con l’aggiunta di una forte componente sensuale che mi sembra manchi in Whitman.

[…] Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria…
[…] E tutta la vita è in noi fresca
aulente…

La pioggia, l’acqua ritornano spesso nei testi poetici, ma non sempre con valore positivo. Più spesso il tema della pioggia si associa allo stato d’animo cupo e malinconico, non aderente, quindi, all’interpretazione di Whitman. Ho tuttavia rintracciato una suggestiva affinità in una in una poesia di Salvatore Quasimodo, che già dal titolo sembra mostrare una prospettiva di lettura più vicina al nostro autore.

Preghiera alla pioggia

Odore buono del cielo
sull’erbe,
pioggia di prima sera.
Nuda voce, t’ascolto:
e ne ha primizie dolci di suono
e di rifugio il cuore arato
e mi sollevi muto adolescente,
d’altra vita sorpreso e d’ogni moto
di subite resurrezioni
che il buio esprime e trasfigura.

Pietà del tempo celeste,
della sua luce
d’acque sospese;

del nostro cuore
delle vene aperte
sulla terra.

 

Maria

Io ho trovato qualche spunto nella seconda poesia, Spirito che questa scena creasti. Innanzitutto c’è il sottotitolo che ci dice che questa poesia è stata scritta “in presa diretta”, proprio davanti al paesaggio che descrive. Era una consuetudine presso i poeti romantici. E in pieno romanticismo ci troviamo, con il paesaggio che non viene descritto ma mostrato, svelato, senza ordine, costringendo il nostro sguardo a scendere precipitosamente dai picchi alle gole, secondo una modulazione che è quella che il poeta rivendica come l’unica possibile per il suo canto.
Whitman mette in versi la contrapposizione tipicamente romantica tra bello e sublime e a me vengono in mente i tanti pittori del sublime, da Joseph Turner con i suoi mari tempestosi, che dipinge la massa terrestre come un tutt’uno con i nembi del cielo, a Caspar David Friedrich, il cui quadro Viandante in un mare di nebbia, oltre a mostrare l’analoga situazione di un uomo che da un picco roccioso guarda giù e “oltre”, ha una profonda simbologia religiosa, che a me sembra avvicinarlo ulteriormente a Whitman, se pensiamo che nella poesia il grande vecchio della poesia americana si rivolge a un interlocutore che è il creatore (o Creatore?) di quella scena. Spirito selvaggio, lo chiama, e le sue leggi riconosce a fondamento della propria creazione poetica. Questo spirito creatore, sembra dirci il Poeta, non ha nulla a che fare con l’ordine, con la misura, con il controllo, con la perfezione. Imperfetto, smisurato, disordinato, fuori controllo è il mondo che ci siamo trovati ad abitare, così sono le vite che ci troviamo a vivere. Ma attenzione: non siamo davanti al caos: il poeta è lì a ricordarci che questo ci mette sulla strada di un Creatore che così ha pensato il mondo, ci pone all’interno delle sue leggi, crea un’armonia tra noi e lui. Sta a noi saper cogliere lo Spirito che con questi mezzi si rivela. A livello letterario tutto questo mi fa pensare all’evoluzione del romanzo dal momento della sua massima fioritura, quando lo scrittore dominava interamente l’intreccio, controllava i personaggi, conosceva tutto della storia narrata, al periodo successivo, quando smise di fare dominare la propria voce per dare spazio, libertà, ma anche frammentarietà, attraverso i punti di vista, ai personaggi, arrivando a far cogliere al lettore altri sensi, altri significati, facendogli giocare quella parte attiva che era il modo in cui Whitman pensava al proprio lettore.

C) I contributi (solo quelli che sono stati mandati per e.mail alle coordinatrici)

1) Maria Aldarese

La pioggia è attesa da tutti e dà i suoi benefici, come dice Whitman, è necessaria alle colture, e addirittura Erodoto definisce l’Egitto “dono del Nilo” che, ingrossato dalle piogge straripa, rendendo fertili i campi con il limo; ed  è questa pure che permette le oasi lussureggianti e la vita in genere, anche nel deserto.
Renzo (Promessi Sposi cap. 37) sguazza dentro le pozzanghere create dal temporale sotto il quale è felice: la pioggia significa la fine della peste.

Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzaretto, e preso a dritta, per ritrovare la viottola di dov’era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano  un minuto polverio; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, invece d’inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel sussurrio, in quel brulichio dell’erba e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s’era fatto nel suo destino”.

Ma non sempre la pioggia è vista nella sua positività come in Whitman e nei poeti citati: ne La quiete dopo la tempesta Leopardi descrive il terrore dei popolani minacciati dal temporale improvviso.

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe là da ponente, alla montagna;
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella valle il fiume appare.
……..
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amor
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? O cosa nova imprende?
Quando dei mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
gioia vana, ch’è frutto
del passato timore, onde si scosse
e paventò la morte
chi la vita abborria;
onde in lungo tormento,
fredde, tacite, smorte,
sudar le genti e palpitar, vedendo
mossi alle nostre offese
folgori, nembi e vento
”.

La pioggia battente di cui parla Marino Moretti  in “A Cesena” (Da Il giardino dei frutti) accompagna la grigia dimensione quotidiana della sorella del Poeta, che si dibatte fra le beghe familiari di una suocera chiamata mamma, una cognata un po’ avara e un suocero che le vuole un po’ di bene.

Piove. E’ mercoledì. Sono a Cesena,
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.

Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia della casa senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava.

Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,

“Mamma!” tu chiami, e le sorridi e vuoi
ch’io sia gentile, vuoi ch’io le sorrida,
che le parli dei miei viaggi, poi …

poi quando siamo soli (oh come piove!)
mi dici rauca di non so che  sfida
corsa fra voi; e dici, dici dove,

quando, come, perché; ripeti ancora
quando, come, perché; chiedi consiglio
con un sorriso non più tuo, di nuora. …

Alla poesia sulla pioggia di Whitman ho accostato anche altri due componimenti: il primo di Corrado Govoni (tratto da Poesie) che osserva con ammirazione i colori dell’arcobaleno e riflette sui disastri che l’acqua può causare quando scroscia furiosamente;  il secondo, Autunnale barocco, di Angelo Maria Ripellino per il quale la pioggia è segno di inquietudine e presagio di morte.

Con le strisce, una gialla, una vermiglia,
una verde, una lilla, egli promette
oceani di spighe, Alpi di fieno
e alluvioni di vino da bottiglia
coi colori di rose e di violette
che hanno le penne dell’uccello lira.
Tutta la pompa dell’arcobaleno
non è che un poco d’acqua colorata
e, quando tra le nubi la ritira,
resta il disastro della grandinata.
Poi viene la pioggia. Singhiozza
Con pìgoli pazzi di passeri.
Cade in una tinozza
Con grassi
Acini di vetro.

Povero autunno di crine.
La terra è bagnata ed esanime.
Dimmi: qual è il confine
tra la gioia della luce e le lacrime?

La poesia sui miracoli mi ha ricordato la lirica “L’Onda” (D’Annunzio, Laudi), forse perché l’accumulo straordinario di espressioni verbali e nominali, lungi dal precisare la descrizione dell’onda, accentuano il carattere di mistero che si sottrae alla ricerca di esaustività del Poeta.

L’onda si spezza,
precipita nel cavo
del solco sonora;
spumeggia, biancheggia,
s’infiora, odora,
travolge la cuora,
trae l’alga e l’ulva;
s’alluna
rotola, galoppa;
intoppa
in altra cui ‘l vento
diè tempra diversa;
l’avversa,
l’assalta, la sormonta,
vi si mesce, s’accresce.
Di spruzzi, di sprazzi,
di fiocchi, d’iridi
ferve nella risacca;
par che di crisopazzi
scintilli
e di berilli
viridi a sacca,
Oh sua favella!
Sciacqua, sciaborda, schianta,
romba, ride, canta,
accorda, discorda,
tutte accoglie e fonde
le dissonanze acute
nelle sue volute
profonde,
libera e bella
numerosa e folle
possente e molle,
creatura viva
che gode
del suo mistero
fugace.


2) Franca Crucitti

Ho preferito le poesie di Whitman dedicate alla pioggia e ai miracoli: la prima  mi ha fatto venire in mente Una goccia cadde sopra un melo della poetessa Emily Dickinson, dove la pioggia che bacia le grondaie, solletica i comignoli, soccorre il ruscello, è sentita come una festa della natura; la seconda mi è sembrata molto vicina a Quattro alberi su un campo, sempre della Dickinson, e ad una breve e delicata poesia di Sandro Penna, Era l’alba,  dove le cose più familiari come la propria casa possono essere diventare improvvisamente  una preziosa scoperta.

Una goccia cadde sopra il melo   
Un’altra sopra il tetto
Sei gocce, poi, baciarono le gronde
E solleticarono i comignoli
        
Alcune andarono a soccorrere il ruscello
Che andò a sua volta ad aiutare il mare
E io pensavo, se fossero perle
Che collane si potrebbero fare.

La polvere tornò sulle strade sollevate
Gli uccelli cantarono più allegri
Il sole gettò via il suo cappello
I cespugli si misero a brillare

Venne la brezza portando tristi liuti
E li bagnò in un lavacro di gioia
Poi l’oriente alzò una bandiera, una soltanto
Il segnale che la festa era finita.

Quattro alberi su un campo solitario
Senza un progetto, o un ordine,
o un’azione apparente,
se ne stanno lì.

Il sole li saluta ogni mattina,
e anche il vento,
Il loro vicino più prossimo
È’ Dio.

Il campo offre loro lo spazio,
essi, in cambio, un viandante,
un’ombra, o forse uno scoiattolo,
o un ragazzo.

Quale sia la loro funzione
Nell’ambito della natura,
quale piano ciascuno metta in atto, o ritardi,
non si sa.

Era l’alba sugli umidi colli.
E la luna danzava ancora assorta
Con le lepri del sogno. La lattaia
Discendeva il suo colle. Ognuno amava
La propria casa come una scoperta.

Per contrasto che cosa sia la mancanza d’acqua e che cosa provochi, lo si può vedere bene dai versi tratti da “La terra desolata” di Thomas Eliot: la roccia senza acqua diventa infine una bocca morta di montagna dai denti cariati, dove non si può stare in piedi, tanto meno sdraiarsi o sedere.
…………
Qui non c’è acqua ma soltanto roccia
Roccia e non acqua e la strada di sabbia
La strada che serpeggia lassù fra le montagne
Che sono montagne di roccia senza acqua
Se qui ci fosse acqua ci fermeremmo a bere
Fra la roccia non si può né fermarsi  né pensare
Il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia
Vi fosse almeno acqua  fra la roccia
Bocca morta di montagna dai denti cariati che non può sputare
Non si può stare in piedi qui non ci si può sdraiare né sedere
…….. 

 
3) Emilia Corigliano

A me le poesie di Whitman hanno ricordato i Quattro quartetti  (T. S. Eliot)

Mi sveglio su un treno di notte, non so da dove sia partito quel convoglio sul quale sono stato caricato senza volerlo, senza sapere da chi e perché. Dove è diretto? Cosa c’è, se qualcosa c’è, al fondo di quel buio dentro il quale sto correndo?

O buio, buio, buio. tutti vanno nel buio,
nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto,
I capitani, gli uomini d’affari, gli eminenti letterati,
I generosi patron dell’arte, gli uomini di Stato e i governanti,
Gli esimi funzionari, i presidenti di molti comitati,
I capitani d’industria e i piccoli imprenditori, tutti vanno nel buio.
E tutti noi andiamo con loro, nel funerale silenzioso,
Funerale di nessuno, perché non c’è nessuno da seppellire.

La vita per alcuni è cupa, per altri grigia, per Whitman è radiosa. Vive lo splendore della luce invisibile che irradia il mondo. Che cosa è? Egli vuole ancora scoprire i miracoli. L’uomo di scienza esamina lo scompartimento, lo descrive, verifica le dimensioni, analizza i materiali, misura la temperatura, ma dovrà lasciare il treno per conoscere le ragioni del viaggio. Le stelle, la sabbia del mare, le onde spumeggianti, il volo degli uccelli, i tramonti, il buio sono miracoli, ognuno al suo posto, proiettano il Miracolo della Resurrezione all’alba di una lontana Pasqua, sulla quale la fede sta o cade. All’istinto di bere corrisponde l’acqua, all’istinto di mangiare corrisponde il cibo, all’istinto di non morire cosa corrisponde? (S. Freud ricorda che “al fondo dell’inconscio nessun uomo è davvero convinto di morire”)

 4) Maria Suraci

Alla poesia di Whitman sulla pioggia ho accostato quella di Nazim Hikmet, Pioggia d’estate (Varsavia , 1954) in cui la pioggia è vista come elemento di tristezza, incapace di rinfrescare e allentare il peso dell’afa estiva.

Pioggia d’estate cade dentro di me
acini d’uva si schiacciano contro i miei vetri
gli occhi delle mie foglie sono abbagliati
pioggia d’estate cade dentro di me

piccioni d’argento volano dai miei tetti
la mia terra corre coi piedi nudi

pioggia d’estate cade dentro di me
una donna è scesa dal tram
i polpacci bianchi bagnati

pioggia d’estate cade dentro di me
senza rinfrescare la mia tristezza

pioggia d’estate cade dentro di me
all’improvviso e all’improvviso si arresta
il peso dell’afa è rimasto dov’era

al termine delle grosse rotaie
arrugginite.

Mi è sembrato che alle poesie proposte dalle nostre coordinatrici si potessero anche accostare la lirica di Paul Eluard “Pesce” ed  il brano tratto da  “Lettere dal deserto” di Carlo Carretto.

5) Tita Ferro

Mi è sembrato di poter capire meglio e gustare le poesie di Whitman, Spirito che la terra creasti e Miracoli, accostandole a  testi poetici, come La poesia di Pablo Neruda e Il Cantico delle Creature  di Francesco d’Assisi: nella lirica di Neruda la consapevolezza del proprio volere e potere comunicare in poesia e il mistero dell’ispirazione sono espressi con foga come un’esperienza bruciante che il Poeta fa fatica a descrivere e che trova il suo culmine in una scoperta, vidi all’improvviso il cielo sgranato, aperto, … ed io, minimo essere, mi sentii parte pura dell’abisso; nel Cantico di Francesco il miracolo non è tanto nelle cose, che sono le più ordinarie ed usuali, ma nel modo con cui vengono guardate, nell’amore che sa scoprire il loro volto più bello.

La Poesia

Accadde in quell’età…
La poesia
venne a cercarmi. Non so da dove
sia uscita, da inverno o fiume.
Non so come né quando,
no, non erano voci, non erano
parole né silenzio,
ma da una strada mi chiamava,
dai rami della notte,
bruscamente fra gli altri,
fra violente fiamme
o ritornando solo,
era lì senza volto
e mi toccava.
Non sapevo che dire, la mia bocca
non sapeva
nominare,
i miei occhi erano ciechi,
e qualcosa batteva nel mio cuore,
febbre o ali perdute,
e mi feci da solo,
decifrando
quella bruciatura,
e scrissi la prima riga incerta,
vaga, senza corpo, pura
sciocchezza,
pura saggezza
di chi non sa nulla,
e vidi all’improvviso
il cielo
sgranato
e aperto,
pianeti,
piantagioni palpitanti,
ombra ferita,
crivellata
da frecce, fuoco e fiori,
la notte travolgente, l’universo.
Ed io, minimo essere,
ebbro del grande vuoto
costellato,
a somiglianza, a immagine
del mistero,
mi sentii parte pura
dell’abisso.
….
Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione. ….

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi Signore, per sor’Acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et
casta.

Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. ……..

Laudato s’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale
nullu homo vivente pò skappare:……..

La poesia La pioggia mi ha richiamato un canto che sento spesso in Chiesa, “Come la pioggia e la neve”, tratto dalla famosa pagina di Isaia, Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,1-3,6-11).
C’è il paragone suggestivo tra l’acqua, il suo ciclo di vita, i suoi effetti, e la Parola di Dio con il difficile cammino da Dio all’uomo e nuovamente a Dio, a cui è assicurata la stessa efficacia dell’acqua.
Molti sono i brani di musica leggera ispirati dalla pioggia,  come la famosa canzone  Scende la pioggia di G. Morandi, e il musical Cantando sotto la pioggia con l’indimenticabile Gene Kelly che danza sotto l’acqua e sguazzando tra le pozzanghere, molti anche quelli di musica classica, in particolare il Preludio op. 28 n. 15 di Chopin, La goccia, a proposito del quale ho letto un intervento di don Giussani, che è riportato in appendice.
La pioggia di Witman mi ha ricordato infine un film, Il mago della pioggia, forse per i due interpreti famosi, Chaterine Hepburn e Burt Lancaster: la prima impersona  Lizzie, ormai non più giovanissima e dal carattere scontroso, destinata a restare zitella in casa del padre,  il secondo  il mago imbroglione e millantatore che, alla fine, compie veramente un -miracolo-, non tanto quello della pioggia promessa che finalmente scroscia tra tuoni e lampi, quanto quello di far nascere la fiducia e la speranza nell’animo della donna che accetta di guardarsi unicamente nei suoi occhi e si scopre bella e desiderabile.

 

Appendice

Chopin – Preludio op. 28 n. 15  “La goccia” di Luigi Giussani

Avevo sentito decine e decine di volte questo pezzo di Chopin con il mio povero papà, che amava sempre sentire musica tutte le mezz’ore che era a casa. Questo pezzo piaceva molto a mio padre e anche a me è incominciato a piacere: man mano che diventavo grande – nove, dieci anni – è incominciato a piacere. Mi piaceva molto la melodia di primo piano, perché è facile ad intendersi ed è molto piacevole: il primo sentore del pezzo impone, infatti la suggestività della musica di primo piano.

Ma dopo averlo sentito decine e decine di volte – era ancora prima di entrare in seminario (mi mancavano ancora alcune settimane ad entrare, perché avevo deciso: dal giugno all’ottobre avevo deciso) – successe che, mentre ero lì seduto, sento che mio papà attacca ancora questo pezzo. Improvvisamente ho capito: ho capito che non avevo capito niente. Ho capito che il tema del pezzo non era la musica di primo piano, la melodia immediata, tenera e suggestiva, di primo piano; non era l’audizione istintiva del pezzo che faceva emergere la verità del pezzo.

La verità dei quel pezzo era una cosa assolutamente monotona, tanto monotona è una sola nota che si ripete continuamente, con qualche leggera variazione, dal principio alla fine. Ma quando uno si accorge di questa nota, è come se il resto – e così deve essere – passasse, non in seconda linea, ma ai margini, diventando come la cornice di un quadro. Nel quadro c’è questa nota, il quadro è fatto solo di questa nota, che diventa come una fissazione, e così, dal principio alla fine, si è come percossi continuamente da questa fissazione.

E io ho capito, senza poterlo pronunciare in un discorso, ho intuito allora di che si trattava. Ho detto: “Così è la vita! Questo pezzo è bellissimo perché è il simbolo della vita”. Nella vita l’uomo è percosso dalle cose che lo inteneriscono più istintivamente, che istintivamente gli piacciono, gli sono di comodo, di gusto… Insomma, domina l’istinto, l’immediato, il facile, il travolgente.

Invece la vita è una cosa che sta al di là della musica di primo piano: è una nota sola dal principio alla fine, da quando si è fanciulli a quando si è vecchi.

Una nota sola. Quando ci si accorge di questa nota non la si perde più, non si può più perderla, resta una fissazione. Ma è una fissazione che rende saggi, è la fissazione che fa il sapiente, è la fissazione che fa l’intelligente, è la fissazione che fa l’uomo: è il desiderio della felicità. Quella è la nota che dal principio alla fine domina e decide del significato di tutto il brano di Chopin; questa è la nota che decide dal principio alla fine cos’è la vita dell’uomo: è la sete di felicità. Qualunque cosa ti piaccia, qualunque cosa ti attiri, qualunque cosa desideri, al momento ti fa lieto, ma dopo passa. Ma c’è una nota che rimane intatta, pur con qualche leggera mutazione; dal principio alla fine rimane intatta nella sua profondità e nella sua semplicità assoluta, e – dicevo prima – nella sua univocità domina la vita: la sete di felicità.

Tutti gli artisti hanno, in qualche loro pezzo più bello degli altri, il genio di ricomporre e ripetere questa monotonia, che è più bella di qualsiasi variazione.

A un certo punto, se si segue la nota come fissazione, è come se non si riuscisse più a fiatare, perché si è come oberati, diventa un peso questa nota, tanto che a un certo punto la nota si ritrae e la musica di primo piano sembra averla vinta. Come dire: “Finalmente ci siamo! Finalmente siamo liberi!”. E scandite due, tre, quattro note, in fondo. Ma uno ha appena finito di pensare: “Siamo liberi da questa nota”, che quella nota riprende e finisce il pezzo. La sete di felicità, il destino di felicità si può per breve tempo obliterare, dimenticare, ma ritorna, come urgenza senza della quale l’uomo non può vivere: inizia e finisce il breve brano della nostra vita.

Così abbiamo fatto risentire questo brano di Chopin perché quella nota sia riconosciuta da voi in voi stessi: perché l’io è un brano di musica fatto di quella nota, che ha a tema quella nota, anche se le cose che fanno impressione sono quelle più superficiali: il piacere immediato, il gusto immediato, la riuscita immediata, l’impressione immediata, la reazione, l’istintivo… Quella nota distrugge continuamente l’istinto e impedisce che ci si adagi e ci si fermi; impedisce che ti fermi, ti arresti, perché l’istintivo impietrisce: l’istintivo dell’amore, l’istintivo della bellezza, l’istintivo del gusto del lavoro, l’istintivo della riuscita ti fossilizza, ti impietrisce. È questa nota che sbriciola queste pietre e muove tutta la realtà del tempo della nostra vita, la muove come l’acqua del fiume muove i sassi e come il mare muove la sabbia.

Cristo è la risposta alla sete di felicità, perché è il Mistero di Dio che si è fatto uomo per farci capire; si è fatto uomo per mangiare insieme, mangiare e bere insieme, camminare insieme. Parlava come parlava qualsiasi altro, solo che c’era dentro qualcosa, c’era dentro una nota in quell’uomo…. “Nessuno ha mai parlato come quest’uomo”. Finché non ne poterono più e lo assassinarono. Ma lui risorse… e la nota finisce il pezzo.

Tratto e riadattato dal sito di don Gabriele Mangiarotti.

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