di Gianni CARTERI

Che all’indomani si sarebbe “fatto” il pane lo capivo appena mia madre mi mandava dalle vicine di casa, Mariuzza o Tota, a chiedere la nostra tazza bianca con il lievito del pane (nel nostro dialetto calabrese lo chiamiamo “u lavato”). Il lievito o il pane si scambiavano sempre perché era quasi indecoroso comprarlo. Noi bambini dalla forma e dall’aspetto capivamo la provenienza. Talvolta si litigava chi dovesse portarlo alle persone importanti, l’arciprete o il maresciallo, o alle zie Maria e Angeluzza: erano soliti regalarci qualche moneta che per noi valeva oro e che riponevamo in una sorta di salvadanaio di pezza, cucito da mamma con la vecchia Singer; il gruzzolo accumulato serviva per acquistare le nocciole a Natale o il camioncino di latta alla fiera di San Pietro, l’avvenimento centrale nella vita economica della mia indimenticabile Brancaleone.
Mamma prendeva subito la solita tiana di terracotta, smaltata di verde e a pois all’interno e predisponeva il tutto per l’indomani. Durante l’anno scolastico eravamo quasi sempre esentati ma d’estate era un divertimento partecipare al rito del pane. Il grano era di nostra produzione e la cannizza si riempiva quasi sempre: erano molto rare le annate magre. Ogni volta che ritorno al mio paese passo talvolta per le terre del Pantano o della Bruca, un tempo ondeggianti di grano dorato: rivedo sempre mio padre che con bracciate decise spargeva le sementi come un dio pellegrino e le sue mani grandi e rugose, incise dalla fatica di contadino, assumevano ai miei occhi una gestualità intrisa di sacro.
Lo guardavo quasi fosse invincibile e, accovacciato all’ombra  delle bruche o seduto sulle grosse pietre che segnavano il confine, spiavo ogni suo gesto e mi beavo quando si girava  a guardarmi, lanciandomi i suoi sguardi protettivi  accompagnati da un sorriso ricco di discorsi che solo noi due potevamo capire.
Oltre alla semina il grano richiedeva alla fine di gennaio una ripulitura accurata, lo si zappuliava, e la competenza era prettamente femminile. Mia madre con alcune donne esperte  si sbrigava in un giorno, tra lo stupore di zia Paolina, nostra confinante, che impiegava con la stessa manodopera una settimana di lavoro. Papà, da vecchio socialista e laico nell’animo, annuiva quando mamma sosteneva che il tempo da lei dedicato al catechismo in chiesa veniva centuplicato dalla Divina Provvidenza. Ogni volta che mia madre rievocava questo passaggio mi guardava con i suoi occhi trasparenti e immobili, quasi a dirmi di  essere sempre  fermo nel mio credo cristiano.
Per la mietitura, quando papà fu più avanti negli anni, veniva chiamato a cottimo compare ‘Ntoni Mancuso, che lo mieteva con grande maestria. Io ero incaricato di portare in bicicletta il pranzo nella camella, residuo della vita militare in Sicilia di mio padre. C’erano di solito tagliolini con cicerchie o ceci che si aggiungevano alle patate bollite, miste a cipolle arrostite e imbevute d’olio e di un pizzico di aceto. Profumi indimenticabili che riassaporo, quasi con voluttà, ogni volta che mia moglie li rimette ancora oggi in tavola.
Anche lei quando taglia il pane per preparare in estate la merenda con olio, pomodoro e origano e la dà a Sofia, la nostra prima nipotina di due anni, mi ricorda Madre di paese di Corrado Alvaro, il racconto più bello non solo dello scrittore di San Luca ma di tutta la letteratura del Novecento:
Ella punta la pagnotta contro il suo tenero seno; la taglia. Si sente scrigliolare il pane, si sente l’odore della fetta tagliata. E’ come se la madre tagliasse una parte di sé. (…) Il ragazzo mangia il creato, le creature, la razza, la famiglia. “Prendi, questo è il mio corpo”, ha l’aria di dire la madre quando gli dà il pane. (…) Taglia il pane con misericordia, come se in quel momento avesse pietà di tutto il mondo senza pane”.
Occorre quasi sempre tagliare altro pane perché la merenda è troppo ghiotta per escluderci e poi fa riemergere schegge d’infanzia indimenticabili.
Indimenticabile era anche la trebbiatura. Io invidiavo mio fratello Pancrazio ch’era sempre addetto con mamma a riempire i bianchi sacchi del grano appena depurato da ogni impurità. Dall’alto della timogna osservavo ogni fase; ero incaricato di gettare le gregne nell’imboccatura della trebbia: talvolta mi distraevo e mi indispettivo per la pula che si appiccicava sul viso grondante sudore. La fiumara era ormai al secco e bisognava aspettare la sera per il bagno ristoratore.
Dopo la trebbiatura andavamo un giorno con mio padre a spigolare la cota: niente doveva andare perduto. Operazione fastidiosa perchè le restucce  rimaste talvolta ci procuravano con la loro durezza escoriazioni  sulla pelle. Le  spighe raccolte andavano a foraggiare le fameliche galline del pollaio.
La farina veniva conservata in un angolo della casa asciutto e ben areato e, ogni volta che papà andava al mulino di Ciccio Priolo o di Tomasino Manglaviti, mamma gli raccomandava di non distrarsi perché il nostro grano era appetibile in quanto di ottima qualità. La sua esperienza era tale che appena ci mettevamo ad impastare il pane capiva subito se papà fosse stato raggirato. Prima di andare al mulino mio padre provvedeva a ripulire le scorie del grano con il gramoni, uno strumento immortalato dal poeta gioiosano Enzo Agostino con le  sue poesie dialettali raccolte nel libretto Coccia nt’o’ gramoni, curato da Giovanna Fozzer e Renzo Gherardini: canzoniere d’una musicalità perfetta , emblema  d’un tempo senza tempo. Poesie che incantano il lettore pur nella lora  vena talvolta malinconica . “Si strudi a vita./ E’ntantu ‘u tempu cerni, e nt’a’ crisara/ resta sulu ‘a canigghia, e la cortara/ s’allidia, e si chiudi la partita”. 
Atmosfere  amare che ho ritrovato, in parte, nell’intenso racconto La quercia del primo Saverio Strati, il migliore , quello neorealista e che apre la sua raccolta Gente in Viaggio, datata 1966, che segue di dieci anni la pubblicazione dei primi racconti raccolti ne La marchesina.
Strati è stato un cantore della civiltà contadina meridionale che lentamente si sfaldava sotto i colpi di scelte economiche che trasformavano i contadini e i braccianti in operai delle grande fabbriche del Nord. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: un depauperamento delle energie migliori del Sud e l’avanzare incontrastato delle forze mafiose e della mala politica su un territorio ormai scollato per sempre.
L’incipit del racconto registra una condizione assai diffusa durante il ventennio: “La mattina si svegliavano presto; e, ancora a letto, si davano a parlare del pane, che da tanti giorni mancava”.
L’unica ricchezza della famiglia era una quercia secolare allevata come un olivo e che faceva ghiande e  ghiande. Costretti a venderla per qualche sacco di farina e poter così sfamare la famiglia. Il racconto di Strati è l’emblema di una società arcaica e affamata, che attraverso il podestà e lo stesso maresciallo dei carabinieri esercita cinicamente il potere che è sempre punitivo per i più deboli .
Il pane lievitato e da infornare  faceva entrare in scena il mio nonno materno Ciccio, per quasi quarant’anni in America. Nel baule arrivato da oltreoceano c’eran alcuni vestiti e una ventina di cravatte ed ogni mattina la scelta era quasi un rito, forse dettato anche dal suo umore mutevole che imponeva a tavola un assoluto silenzio perché, lui diceva, c’era l’angelo .
I miei due fratelli, Mimmo e Pancrazio, esasperati dal suo rigore gli facevano di soppiatto qualche smorfia, perché lui era solito guardarli in cagnesco  e ripeteva a mia madre che se non mi allontava dallo loro compagnia mi sarei guastato ben presto. Io ascoltavo ma ero troppo piccolo per capire la mentalità rigida di nonno, che ripeteva sempre a mia madre quando la vedeva pregare con grande fervore: “Ancora non hai conosciuto chi sono veramente i preti. Io sono stato in America e ti dico che sono loro che fanno perdere la religione… Un giorno mi darai ragione!”. Ovviamente papà, da buon laico, stringeva le labbra e batteva la testa per confermare, mentre mamma li guardava come due eretici, brontolando  impazientita.
Era, quindi, nonno che dava inizio al passamano del pane ben lievitato e rigonfio, posto sul tavolo della cucina, ben coperto dal solito lenzuolo e da un paio di coperte a rombi, provenienti dalla dote di mamma, che lei stessa, quindicenne, aveva rifinite nel telaio di casa (le giornate di scirocco erano un tormento per  far lievitare il pane). Dalle sue alle mie mani arrivava a quelle di mamma che, paonazza, lo infornava, servendosi di una vecchia pala in ferro dopo aver preparato il forno con la solita sciungghja formata da un manico lungo di legno con all’estremità delle pezze ben fissate che, bagnate nell’acqua, servivano a ripulire il forno e a dosare il giusto calore. Operazione certamente non facile.
Nell’attesa che il pane si cuocesse a dovere sulle braci poste all’imboccatura del forno si arrostivano peperoni e cipolle. Ad intervalli regolari mamma controllava il tutto e talvolta con l’ultima pasta lievitata rimasta friggeva le indimenticabili pitteglie, condite con un filo d’olio e rese saporite da un pizzico di sale.
Dopo quasi un’ora il pane era pronto e depositato in un cestone: mamma con un panno di lino lo ripuliva non senza baciare il primo che usciva dalla bocca del forno e dopo che le braci erano state accostate su un lato. Veniva messo in ordine sulla cassapanca della cucina che custodiva da sempre in sacchetti bianchi profumatissimi soppressate e capicollo oltre alle schiocche di fichi bianchi messi da parte per i pretali di Natale.
Un lenzuolo di lino grezzo ed una coperta grigio-antracite, consunta dagli anni, custodivano il prezioso e profumatissimo pane.
La casa che la sera prima era pervasa dal profumo acidulo del lievito era ora piena del profumo di tanta grazia di Dio. La cugina Maria di Mena, quando passava con la consueta fretta, non resisteva al profumo del nostro pane. Entrava gridando: “Peppina” e ci portava una ventata fresca di allegria, sciorinando, con l‘impareggiabile fascino di un raccontafiabe, gli episodi più curiosi della piazza della vecchia Brancaleone.
Facevamo fatica a staccarci dalle sue storie ma dopo interminabili minuti, se si era in vacanza, iniziavano le istruzioni per la distribuzione consueta. Almeno sette-otto pani prendevano le destinazioni di sempre e quello rimasto bastava per appena una settimana.
A tavola accompagnava la nostra cucina che oggi definiscono povera, ma che aveva sapori pregnanti  che riempivano e davano un senso di genuinità alle nostre giornate. A quei tempi ogni volta che si faceva il pane era sempre festa
Ancora oggi, quando torno nella casa della mia infanzia, porto sempre due pani caserecci di contrada Palazzi di Casignana a mio fratello Mimmo. Lui mi guarda e sorride sornione. Prende una salvietta e la stende sul tavolo. Taglia alcune fette, versa dell’olio in un piatto e in un altro una manata di olive nere accuratamente infornate e ancora “umili”. Mi invita alla danza della memoria e senza accorgerci, ruminando vecchi ricordi, ritorniamo bambini.

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