di Gianni CARTERI

In un mondo che immagina il Natale occasione per costosi regali o lauti banchetti, io continuo a viverlo con sentimenti assai diversi …
Ostinatamente ritorno alla mia infanzia felice e ai canti notturni  della novena che rendeva l’attesa della venuta del  Messia carica di speranza e di gioia interiore. Nell’antica chiesa di Brancaleone Superiore al mattino non c’era un orario fisso. Il sagrestano quando aveva terminato il suo primo sonno, verso le tre o le quattro del mattino, invitava il popolo col tocco di tre campane che racchiudevano novecento anni di storia e facevano arrivare una voce imperiosa e tonante, nel silenzio della notte, ai paesi vicini, sorpresi ogni volta con un cuore nuovo. Dalle campagne, dalle frazioni vicine accorrevano pastori e contadini, signorotti e guardiani, vecchi e giovani e in un baleno la chiesa era strapiena di gente infreddolita e digiuna dalla mezzanotte per potersi accostare all’Eucarestia: allora anche l’acqua rompeva il digiuno. Una ciurma di bambini  sedeva intorno all’altare cinquecentesco inseguendo nei mosaici di marmi multicolori fantasmi e fantasie; la porticina in legno del Tabernacolo non ci stancavamo mai di guardarla: il Buon Pastore aveva sulle spalle un pecorella  stanca e spaurita e ci trasmetteva una dolcezza inesprimibile. Il parroco grecanico nella sua cadenza della Bovesia iniziava le suppliche a Gesù Bambino: ”Venite, Gesù Bambino, nell’anima mia e purgatela, nei pensieri miei e dirigeteli. Gesù Bambino, datemi le vostre sante virtù”. Una breve pausa e mia madre e la signorina Teresa intonavano subito “Quandu nostra Madonna caminava, o chi cori cuntentu chi ‘ndavia …”. Il ritmo era quello di una nenia che serbava nella sua semplicità dialettale la storia viva e vivificante di un passato pregno di religiosità fedele ed autenticamente cristiana. Il coro si allargava e ci si sentiva in compagnia di quell’ “Angiolu che la ‘mbasciata si portau: stanotti s’avi a fari lu Messia”.
Noi chierichetti, ammantati di abiti bianchi e rossi, che si accorciavano sopra le caviglie man mano che passavano dall’uno all’altro nel fluire delle novene tanto attese e degli anni straordinariamente lenti e felici, avevamo un sussulto di Gioia indicibile quando mia madre, smilza e con gli abiti eleganti della sarta reggina Freno, intonava con l’ardore di sempre: “O bella grutta chi sorti ‘ndavisti, la Vergini Maria la riggettasti, quanti benedizioni tu ‘ndavisti, di grutta Paradisu diventasti …”
La Madonna dell’Annunziata, che vegliava da Patrona sulla nostra antichissima storia di popolo indomito ed ospitale, assumeva un volto di Madre amorosa e con i suoi occhi trasparenti sembrava volesse scendere accanto al suo popolo per raccogliere ad uno ad uno i dolori, le voglie e le gioie segrete che da anni inumidivano con quelle note natalizie  gli occhi: ci alimentavano a giorno a giorno nella Fede dei Padri, mai sgomenti di fronte alle avversità. Ogni angoscia si rasserenava con la Sua umile presenza, Lei che seppe serbare ogni cosa nel suo cuore e faceva sì che tutto in noi si alleggerisse: le antiche nenie, trasudanti un dialetto visceralmente carnale, erano all’unisono con Lei un “Magnificat” dell’anima ad un Dio che, se pur sentivamo sempre severo ed arcigno, ci ricordava che la Sua Bontà era infinita…
Alla fine della Messa ci attendeva un canto ancora più denso, che giungeva pur esso da una antica civiltà che ci rendeva straordinariamente forti e affratellati:
“Allestitevi , cari amici,
ca su jorna  di Natali….
A lu Cielu na festa si faci,
a la Chiesa cantanu ancora …”
Osservavo mio padre in fondo alla chiesa che si accodava al coro con la sua voce fine, il viso piegato quasi a prendere la nota giusta; con le mani rugose e forti mi mandava un saluto impercettibile unito ad un sorriso rassicurante.
Ancora oggi ho l’abitudine di alzarmi che è ancora buio e quando si avvicinano i giorni dell’Attesa, i giorni che cambiarono la storia dell’uomo, sento risuonare nella mia stanza la dolce melodia delle infantili nenie natalizie. Mia madre non c’è più ma per me è sempre presente e accanto e, con animo leggero, continuo a chiederle di intonare le sue, le nostre vecchie canzoni che aprono sempre il cuore alla speranza e che mi ripetono che anche stanotte per il mondo sarà una irripetibile e sempre nuova Notte d’Amore.

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