Laboratorio di scrittura creativa – 21 novembre 2008

Undici eroine per questo secondo laboratorio di scrittura creativa in una settimana stracolma di impegni per il concomitante inizio dei laboratori nelle scuole.
La Coordinatrice legge la poesia di W. Szimborska, Gatto in un appartamento vuoto, poi il testo della canzone di R. Zero, In attesa che ritorni (scusandosi di non essere riuscita a procurarsi il CD con la canzone cantata dall’Autore), ed un brano di V. Parrella, tratto dall’ultimo romanzo della scrittrice napoletana, Lo spazio infinito: i tre testi ci introducono all’argomento dell’incontro, l’attesa.
Dopo un breve scambio di impressioni, commenti ai testi, immagini e sensazioni legate a questo sentimento-condizione che è esperienza frequente per tutti, la Coordinatrice ci propone l’esercizio di scrittura:
<Sei tornato/a a casa dopo un viaggio: c’era qualcuno ad attenderti>.
Il ritorno da un viaggio è il momento nel quale si è più sensibili all’attesa da parte di qualcuno, osserva e ci invita a calarci nella situazione, a vedere il luogo, le persone, i fatti, le nostre reazioni emotive. Ci raccomanda di non essere precipitose a scrivere: il momento più importante è proprio la -composizione di luogo-, l’apertura ad accogliere sensazioni, impressioni, immagini, così come sorgono dentro: solo così potremo poi raccontare ciò che abbiamo sperimentato.
Trascorsi i dieci minuti dedicati alla scrittura, a turno leggiamo i testi, commentiamo ed ascoltiamo i commenti degli altri: c’è sempre lo stupore di scoprire il diverso modo di sentire e di interpretare un’identica situazione, la gioia di essere apprezzati.
Francesca ha trovato ad aspettarla la sua casa, Sara le sue piante un po’ trascurate dalla persona a cui erano state affidate, Maria ci racconta un ritardo che permette un gesto di delicatezza e di amore, Carmela ci mette sotto gli occhi il suo gatto, qualcuna rinunzia a leggere per questa volta, Tita attinge ai ricordi della sua giovinezza con il testo applaudito che riportiamo di seguito.

Di ritorno da un viaggio

-Ho viaggiato, ora non più-, disse l’anziana signora, guardando le amiche mentre sorseggiava con calma il caffè: aveva tolto gli occhiali da sole che portava anche se il pomeriggio d’autunno inoltrato era piuttosto grigio e nuvoloso. Gli occhi scuri spiccavano sotto le sopracciglia nere spruzzate di bianco, lo stesso colore dei suoi capelli, che contrastava con il viso senza rughe e illuminato da un timido sorriso.
-Raramente mi capita ora di lasciare casa per molto tempo. Sono come un marinaio-, aggiunse dopo una breve esitazione, quasi avesse trovato solo in quel momento un paragone soddisfacente, -un marinaio che nella sua giovinezza ha visto spalancarsi davanti paesaggi sempre nuovi, con negli occhi la distesa del mare in albe, tramonti, lunghe notti a contare le stelle o a costruire, su uno sfondo meraviglioso, sempre nuovi porti e poi, nella vecchiaia, rimane prigioniero di un interminabile racconto, tra un bicchiere di vino e l’altro, incalzato dalle domande di bambini desiderosi di ascoltare e di sognare a loro volta lo spalancarsi di un orizzonte lontano.
Anch’io come lui, ma non proprio-, si corresse con un sorriso: -ricordo, sì, alcune immagini soprattutto si sono impresse nella memoria, ma sono sempre protesa nella speranza verso il futuro, ogni giorno diverso dall’altro, anche la morte, anche il dopo …-
Le amiche stavano ad ascoltarla con attenzione, ma mostrarono un certo disappunto nel sentirla accennare alla morte: protestarono debolmente –che vai pensando-, ma furono subito interrotte.
-Eppure posso anch’io raccontare qualcosa che non si è più ripetuto, almeno non uguale, un’attesa incredibile.
Tornavo da Milano per il solito periodo di vacanze natalizie giunte quell’anno in anticipo per un inverno freddo, con neve e bufere, rigido come pochi.
Ero partita nel tardo pomeriggio con il solito gruppo di amici, lasciando una fiera di Sant’Ambrogio, appena iniziata, con scandalo dei colleghi ambrosiani: <non potete partire con una fiera degli obei obei appena allestita, con la nostra Università in piazza Sant’Ambrogio, che sarà il centro della festa>.
Come al solito andavamo e tornavamo in gruppo, passando le ore di viaggio a raccontare gli uni agli altri di Milano, il presente, e di Reggio e della Calabria, diventati per noi il passato, anche se a Milano c’eravamo da poco tempo.
Ci addormentavamo poi nello scompartimento tutto nostro, riuscivamo a dormire seduti negli stretti spazi dei vagoni di seconda classe, riscaldati dal calore dei nostri fiati e dei nostri corpi, più che dal riscaldamento spesso mal funzionante: non avevamo ancora vent’anni e questa espressione che spesso a chi li ha dice poco, spiega ora tutto ai miei settanta anni.
Con gli occhi ancora assonnati mi svegliai quella volta, era il mio primo ritorno a casa dopo l’iscrizione e i mesi di avvio a Milano.
Dormivano ancora tutti vicino a me: Laura raggomitolata con i piedi sotto il sedere, Franca appoggiata a Nino, Maria con i piedi allungati sul sedile di fronte dove aveva trovato un piccolo spazio tra me e Luisa.
Cercando di non svegliarli aprii la porta dello scompartimento e nell’incerta luce notturna mi inoltrai nel corridoio: alle tende abbassate bussava insistente un filo di luce. Volevo vedere dove eravamo, alzai le tendine e … la luce, il sole e il mare azzurro della Calabria dilagarono esplodendo in un caldo abbraccio. Non c’era nessuno nel corridoio, dormivano tutti, quello spettacolo era per me, solo per me il saluto della mia terra che mi aspettava. Non ero io che guardavo, erano il mare, il cielo  il sole che mi venivano dentro con una prepotenza da cui non potevo difendermi: mi aspettavano rivendicando il loro posto dentro di me, facendomi sentire quanto forti e profonde fossero le radici che alla terra di Calabria mi legavano.
<Milano vuol dire molto per me>, tentavo di difendermi sempre più debolmente, <Milano mi ha rivelato chi sono, a Milano sto imparando a comunicare, a camminare da sola, ad affrontare da sola difficoltà e rischi, a Milano cresco, giorno dopo giorno …. >.
<Mi manchi>, dissi invece al mare, <mi manchi>, ammisi all’aria trasparente come in una dolcissima primavera, <mi mancate>, dissi alle nuvole che in batuffoli bianchi si spostavano nel cielo incredibilmente azzurro>, e sporgendomi dal finestrino, <mi mancate>, urlai, ma senza parole, agli scogli che per me in quel momento erano affiorati dal mare, soltanto per me che allora li avevo scoperti in attesa-.
Si rimise gli occhiali l’anziana signora quasi a difendere la sua commozione dall’ammirazione delle amiche che la sollecitavano: -E’ troppo bello, devi scriverlo, Catia lo posterà sul nostro blog-.

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