Domenica, 28 dicembre 2008 – ore 18:30

Cordinerà: Giuseppina Catone

Chi è l’uomo che entra nella grotta? E’ un cacciatore che su quella montagna, in quelle valli, si gioca la sua quotidiana lotta per la sopravvivenza? Possiamo immaginarlo rivestito di pelli e armato di rudimentali pietre scheggiate mentre si difende da quegli animali ancora troppo simili a lui, che conduce un’esistenza istintiva e naturale. L’uomo entra nella grotta: è un riparo dalle intemperie, è un luogo in cui poter  trascorrere al sicuro le ore notturne, è una tana. Ma quest’uomo non è un animale selvatico e non lo sa ancora.
Domani è giorno di caccia, domani bisogna che l’animale sia catturato, per sfamare il gruppo che lo segue, che lo aspetta ogni volta che esce, che già pregusta la preda.
Alla luce del fuoco, di un  fuoco di 12.000 anni fa, l’uomo, accovacciato per terra in attesa del giorno, guarda la parete liscia di un masso posto all’ingresso della grotta, di quel riparo romito; chiude gli occhi e vede davanti a sé l’animale, il più grosso, il suo rivale, il suo cibo.
Lo vede nitidamente, riconosce le sue corna robuste, le narici frementi, l’occhio, le pieghe del collo, il corpo possente. Sa che dovrà catturarlo.

Riapre gli occhi e, riscuotendosi, si avvicina alla parete liscia e con la punta della sua arma comincia ad incidere la roccia: sotto la sua mano ferma e sicura, mano di artista, le linee prendono vita e forma di animale, diventano carne, muscoli e struttura ossea. Non basta: il bos primigenius, che ora è lì davanti ai suoi occhi quasi vivo, quella forma che ha un contenuto, deve essere colpito sulla stessa roccia, per poi cadere davvero alla luce del giorno. Ecco, un’incisione profonda e netta sul dorso dell’animale: l’uomo, che non sa di chiamarsi Cro-Magnon, guarda soddisfatto la sua opera, grazie alla quale domani la sua famiglia avrà da mangiare. Non sa di avere aperto una strada, non sa ancora che non è più uguale a quell’animale che vuole uccidere. Gli altri, i compagni di caccia, i familiari, tutti, guardano quello che c’è sulla roccia, guardano lui, l’artista, con occhi diversi. Sbalorditi e intimoriti forse, ma con un senso di profonda venerazione per lui. Fu allora che l’Arte divenne divina fonte di gioia per gli occhi e per lo spirito? E fu sempre allora che l’uomo seppe di chiamarsi uomo e fu pronto ad uscire dalla grotta della ferinità per incamminarsi sulla strada a lui destinata?

(Il graffito rupestre del Bos primigenius fu scoperto a Papasidero, nella grotta del Romito, nel 1961. La datazione è fatta risalire al 10.800 a. C. circa, epoca in cui la Calabria era già frequentata da uomini del tipo di Cro-Magnon, come quelli i cui scheletri sono stati rinvenuti nella stessa grotta.
Gli studiosi sono concordi nel ritenere questo un mirabile esempio dell’arte dell’uomo preistorico ed hanno evidenziato il realismo dell’immagine e la sicurezza del tratteggio. Il segno sul dorso dell’animale è stato interpretato come un rituale apotropaico, comune ai disegni e alle incisioni preistoriche: l’animale colpito o catturato sulla parete, sarebbe stato colpito o catturato veramente, garantendo il cibo all’intera comunità. Nel Museo Archeologico di Reggio Calabria si può vedere il calco del graffito, mentre l’originale si ammira ancora nel sito in cui è stato eseguito
).

Giuseppina Catone

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