Primo incontro: 5 novembre 2008

Molto positivo il giudizio sul primo incontro del Laboratorio della Parola, nuovo esperimento per Pietre di scarto, ma già realizzato dagli amici romani di BombaCarta.
Hanno partecipato nove persone curiose di un itinerario che è tutto da scoprire.
Si era deciso insieme di scegliere i brani dall’Esodo per facilitare il primo approccio a chi si diceva in difficoltà al pensiero di prendere in considerazione l’intera Bibbia.

Sono stati presentati, letti e commentati i seguenti brani:

La condizione degli Ebrei in Egitto: Es 1, 9-20 (Mimma Parrino)
L’acqua dalla roccia, Es 17: 1-7  (Maria Carpenteri)
Mosé e il roveto ardente: (Francesca Crucitti)
Il cuore indurito del faraone: Es 11, 1-9 (Tita Ferro)
Le leggi morali: Es 22, 20-30 (Maria Aldarese)
Le leggi morali: Es 23, 1-9 (Giuseppina Catone)
La strage dei primogeniti: Es 11, 1-10 (Maria Giglio)

Ci si è soffermati sulla condizione degli Ebrei in Egitto che non è mutata di molto ancora oggi: al brano dell’Esodo vengono accostate due testimonianze attuali sulle enormi difficoltà che Ebrei e Palestinesi devono affrontare per poter vivere gli uni accanto agli altri senza distruggersi a vicenda.
La strage dei primogeniti è inaccettabile per alcune di noi: che c’entrano i bambini nella liberazione del popolo ebreo? La discussione si è allargata alla morte dei bambini sentita come inaccettabile: non ha avuto alcun peso la considerazione di chi vedeva la possibilità che una vita arrivi a compimento in  tempi e in modi diversi da quelli previsti, come altre realtà in natura compiono il loro percorso in un solo giorno.
La discussione non è riuscita a comporre il -muro contro muro-, prova evidente dell’inutilità delle discussioni: ciascuno è rimasto della sua opinione lottando nell’unico tentativo di prevalere, che non è l’obiettivo del Laboratorio.
Osservazione consolante per tutti la costante presenza nell’Esodo di Dio accanto al popolo come guida e protezione nella nube e nella colonna di fuoco, soprattutto in ascolto delle grida del popolo e pronto ad intervenire per salvarlo.
A conclusione si è deciso per l’incontro successivo di scegliere i brani dall’intero testo della Bibbia.

 

Secondo incontro: 5 dicembre 2008

Siamo presenti in sei, un po’ stanche per l’impegno dei Laboratori che abbiamo organizzato e portiamo avanti in Città e nella Provincia, pur essendo venuta meno temporaneamente la collaborazione di alcune di noi prese dal lavoro e da particolari situazioni familiari: ci lamentiamo un po’ mentre aspettiamo qualche ritardataria, raccontando le esperienze e le difficoltà che affrontiamo.
Al di là di tutto la novità dei nostri laboratori ci riempie di gioia e ci rende più forti nell’affrontarne il peso: ci rendiamo conto che vale la pena!
Maria Giglio ci parla di “Pietre di scarto per i Bambini”, l’iniziativa organizzata dall’Associazione presso la Biblioteca Comunale di Sbarre per la manifestazione “Ottobre piovono libri” e che continua, visto il successo, con un gruppetto di bambini: ogni primo giovedì si ritrovano in Biblioteca e si divertono ad inventare favole, prendono a prestito i libri e li leggono, imparano di fatto a vedere la biblioteca come punto di riferimento culturale.

Per il laboratorio della Parola vengono presentati e commentati i seguenti testi:
La morte di Mosé: Deuteronomio 34 (Francesca Crucitti)
Dio sfida gli idoli: Isaia 41 (Giuseppina Catone)
All’ombra delle ali di Dio: Salmo 57 (Emilia Corigliano)
Dio, rifugio e fortezza: Salmo 91 (Sara Puntillo)
Dio vicino a chi è nella sventura: Salmo 91 (Maria Giglio)
Giuseppe si rivela ai fratelli: Genesi 45 (Tita Ferro)

Il Laboratorio è davvero <consolante>: Francesca propone una sua lettura della morte di Mosé fuori dalla Terra Promessa, che le era stata sempre presentata come punizione di Dio, per lei inaccettabile. Mosé, sostiene lei, muore perché ha raggiunto il compito per il quale era stato chiamato, guidare il popolo fuori dalla terra d’Egitto fino alla terra promessa da Dio: ogni vita allora, riflettiamo, è creata con un significato a cui è connesso un posto ed un compito nel mondo. Vivere in pienezza è realizzare pienamente se stessi,  il compito che a ciascuno è stato affidato, se in 20 o in 70 anni poco importa.
Gli altri brani ci sostengono nella speranza promessa a chi abita “al riparo dell’Altissimo”. Abitare o anche stare sono due verbi sui quali ci siamo fermati molto in questo anno: “abitare nella possibilità” è abitare in Dio presso il quale tutto è possibile; stare nella situazione in cui ci si trova sperando fiduciosi, (e il modello è lo “stabat” di Maria), stare in attesa (e il modello è sempre lo “stare” di Maria nell’Annunciazione, stare, ma -tesa verso-).
Nel brano di Isaia Giuseppina mette in evidenza la tenerezza delle espressioni  “Io, il Signore, sono il primo, io stesso che sto con gli ultimi” e “Non temere perché io sono con te, non smarrirti perché io sono il tuo dio, … ti tengo per la destra, ti vengo in aiuto”.
La salda speranza in Dio viene anche dalla storia di Giuseppe che suggerisce la possibilità di una lettura diversa dei fatti della vita: “Voi mi avete venduto, dice ai fratelli, ma Dio mi ha mandato perché fossi di salvezza per voi e per tutto il popolo”.

 

E per concludere, ecco la lettura di Francesca Crucitti del passo del Deuteronomio sopra citato:

La MORTE DI MOSE’

Il Deuteronomio, quinto libro del Pentateuco, si conclude con la morte di Mosè, il grande profeta e legislatore che ha guidato per quaranta anni il popolo ebreo attraverso il deserto prima di giungere alla terra promessa.
La scrittura dà una motivazione punitiva alla morte di Mosè : “Tu morirai sul monte sul quale stai per salire e sarai riunito ai tuoi antenati, come morì Aronne tuo fratello sul monte  Hor ed è stato riunito ai suoi antenati, perché non mi siete stati fedeli in mezzo ai figli d’Israele, presso le acque di Meriba di Kades, nel deserto di Zin, e non avete manifestato la mia santità” (Deut. 32, 50-51).
Ma in realtà questa colpa di Mosè resta misteriosa e, leggendo il brano a me è rimasto come un tarlo che rode dentro e mi rifiuto di  pensare la morte di Mosè come un castigo di Dio come pure mi rifiuto di pensare un Dio così punitivo.
A mio avviso Mosè muore perché ha finito di compiere la sua missione che non era quella di entrare e possedere la terra promessa, ma quella di condurre il suo popolo verso quella terra liberandolo dalla schiavitù.
La vita, non solo quella di Mosè ,ma quella di ogni uomo ha senso e valore se si prefigge una meta da raggiungere e una missione , piccola o grande che sia, da compiere.
Così in Mosè il fine raggiunto corrisponde alla fine della vita terrena.

Ho trovato conferma a questa mia limitata riflessione, anzi ho trovato una luce che mi ha acquietato in alcuni scritti di grandi poeti.
Agli inizi del Novecento il poeta Rainer Maria Rilke (n. a Praga nel 1875 e morto nel 1926), ispirandosi alla tradizione ebraica, pur non essendo ebreo, ha dedicato alla morte di Mosè una poesia in cui dice che  Dio stesso scese per raccogliere l’anima di Mosè:
trascinando con sé metà dei cieli
E riconobbe d’essere stanca l’anima compiuta.
Allora lentamente il vecchio Dio chinò
Sul vecchio il vecchio volto. Con un bacio lo trasse
Nella sua età, più vecchia
”.
E secondo Kafka la morte di Mosè  “può avere soltanto il significato di far capire quale momento imperfetto sia la vita umana, imperfetto perché questa specie di vita potrebbe durare all’infinito e tuttavia non sarebbe altro che un istante. Mosè non arrivò a Canaan, non perché la sua vita fosse troppo breve, ma perché era una vita umana” (Diari, 19 ottobre 1921).
Dunque non tanto una specifica colpa ma  la “colpa”, quella di essere un uomo, un debole e mortale figlio di Adamo, ha impedito a Mosè, nonostante la sua grande gloria, di entrare nella terra promessa.

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