La creatività umana non nasce dal nulla, ma da quello che già esiste e che la realtà quotidiana ci mette a disposizione”.

Immaginate un affiatato gruppo di amiche e immaginatele riunite attorno ad un grande tavolo. Immaginatele concentrate e attente a scrivere, parlare o ascoltare. E immaginate un centro tavola dalla forma rotonda, di colore giallo chiaro, dal bordo non molto alto e riempito d’acqua per metà con adagiato un fiore, uno vero, risaltato dalla piccola fiammella di una candela profumata, fluttuante al suo fianco. Provate, infine, ad allontanarvi con lo sguardo, come se steste osservando la stessa identica scena da un’estremità della stanza, in profondità, mentre le figure diventano sempre più piccole, le immagini sempre più sfocate e provate a chiudere gli occhi.
Riuscite a vederle?
Se non ci riuscite provate almeno ad ascoltarle.
Vi dò un indizio. Si è parlato di oggetti in occasione del primo incontro dopo la pausa estiva del laboratorio di scrittura creativa di Pietre di scarto.
Ultimamente si parla spesso di oggetti in BombaCarta o forse dovrei, per la precisione, dire di “cose“. Pensate che è ormai tradizione inaugurare ogni nuovo laboratorio di scrittura parlando degli oggetti. Tutti noi abbiamo ogni giorno a che fare con gli oggetti. Non potremmo farne a meno. Dalle lenzuola soffici che ci sfiorano al mattino, come ci faceva notare la nostra Tita, alle ciabatte che infiliamo appena scesi dal letto, alla tazzina del caffè, all’asciugamano dopo la doccia, ai vestiti, ai libri, alle chiavi prese uscendo di casa, ai cibi e a tanti altri con i quali ogni istante entriamo in contatto.

E non é soltanto una questione di sguardi. Cosa accade, infatti, se oltre a “guardare” le cose che ci circondano ci concentriamo anche sull’odore che caratterizza in particolare alcune di esse, sulle sensazioni provate nel toccarle o sui suoni che emettono sfregandole, poggiandole, urtandole? Lo sanno bene alcuni pittori, come quelli di cui ci parla Antonio Spadaro in un suo bellissimo articolo, pubblicato nei mesi scorsi su Civiltà Cattolica, dal titolo “Tante piccole cose. Gli oggetti nella vita quotidiana”, di cui abbiamo letto e commentato alcuni passi.
Il significato della nostra esistenza si gioca anche nel modo in cui viviamo con gli oggetti, scrive Antonio, e proprio per questo dovremmo imparare a cogliere la forza d’urto della visione delle cose, il violento manifestarsi degli oggetti capace di svegliare le nostre menti, aprendoci al mondo.
Impariamo a vedere, solo così saremo in grado di cogliere quel senso di illimitatezza proprio del sublime che si dispiega nelle piccole cose.
Questo, in sintesi, è stato il frutto delle nostre riflessioni.

E subito dopo i nostri esercizi, per i quali siamo partiti da qui: Stando comodamente seduto e rilassato, eventualmente anche con una musica in sottofondo, immagina di prendere un oggetto di uso comune, una penna, un posacenere, un soprammobile e di tenerlo tra le mani come se volessi conoscerlo attraverso le sensazioni che ti comunica, immagina il suo odore, il sapore, senti la superficie liscia o rugosa, come se potessi sfiorarlo con le dita.
Immaginalo poi inserito in ambienti e situazioni particolari, soprattutto fuori dai contesti abituali in cui in genere compare.
Quindi in dieci minuti prova a raccontare la tua esperienza, evidenziando le sensazioni provate
.

Concluso l’esercizio di scrittura, a turno abbiamo letto e commentato i testi. Alcuni ci sono sembrati particolarmente belli e così abbiamo deciso di pubblicarli sul blog.

 

Il testo di Carmela Ferro

La sua spirale striata e rosata, la sua forma panciuta e un pò goffa la ricordo… da quando? da sempre… Portata in casa da chi? da dove? Non saprei… Ricordo solo di averla avuta sempre accanto, questa ormai vecchia goffa conchiglia, spezzata da un lato, caduta forse di mano a qualcuno di noi ragazzi, pronta a regalare al nostro orecchio curioso il rumore di onde lontane. Segregata in una stanza, poggiata su una mensola, spesso dimenticata, non sempre spolverata, testimone del mio andare e venire, del mio fare, pensare… o dormire. Ma ecco oggi la immagino lì, nel luogo da cui è venuta, a respirare finalmente libera il profumo del mare, adagiata sulla sabbia, calda di sole, umida di pioggia, risucchiata da un’onda, trasportata chissà dove. Dove? Sul fondo di un oceano aperto e infinito, su una roccia assolata, impigliata in una rete tra pesci guizzanti e morenti, E poi di nuovo ributtata in acqua, di nuovo relitto su una spiaggia, di nuovo catturata da chissà quali altre mani, di nuovo misteriosamente tra le mie…

 

Il testo di Paola Abenavoli

Sento la copertina del mio taccuino azzurro sotto le dita: sfilacciata, con la tela un po’ lisa. Le immagini impresse dei due bimbi che mi guardano sempre sorridenti.
Odora ancora di cartoleria, ma anche di usato, di gente incontrata, di luoghi descritti.
L’elastico lo chiude di lato, ma le pagine, scritte ormai tutte, sembrano sfuggire, quasi scoppiare, come se avesse urgenza di raccontare ad altri quello che racchiudono.
Ora non mi aspetta “tranquillo” in una borsa, né sulla solita scrivania.
Lo osservo in un freezer: ricoperto di ghiaccio, ma non tanto da perdere il suo gusto. Ma abbastanza da poter conservare tutto il sapore della memoria.
Oppure su un treno. Non dimenticato su un sedile. Ma come un viaggiatore, che raccoglie con il suo “occhio di carta” le sensazioni, le emozioni di luoghi ancora sconosciuti.

 

Il testo di Katia Marino

“Tra poco arriveranno persino in bagno, non se ne può più di tutta questa cartaccia, te ne saremmo davvero grati se finalmente ti decidessi a trovare una soluzione”.
Pressappoco così sentii parlare la settimana scorsa dalla tromba delle scale la signora Cecilia, madre di Laura e moglie del vigile del fuoco, il signore brizzolato in pensione, nonché miei dirimpettai da quando avevo sei anni.
Se i costruttori del palazzo in cui viviamo, infatti, avessero usato del polistirolo per realizzare le pareti non sarebbe cambiato nulla e si sarebbe pure risparmiato; se a questo aggiungi, poi, che le nostre finestre sono quasi sempre aperte, allora puoi star certo che la metà dei condomini finge di non sapere, ma in realtà conosce per filo e per segno tutti i tuoi cavoli.
Credevo, tuttavia, che causa della polemica quella sera in casa Zullo fosse come sempre il figlio più piccolo, ventiduenne, iscritto alla facoltà di economia solo per alleggerire mensilmente le tasche di papà e grande appassionato di motociclette, motivo per cui anche in un angolo impensabile della casa poteva capitare di trovare qualcuna delle sue adorate riviste.
Ero appena rincasato, fradicio di stanchezza e con le occhiaie in bella vista. Pensai che forse Laura avrebbe potuto aiutarmi a trovare quella via in cui si trova lo studio commerciale che devo contattare per la questione del tirocinio.
Suonai, con l’aria per niente convinta neppure di quello che stavo per chiedere, e già sulla soglia mi accorsi che non tirava una buona aria.
“Vieni Francesco, accomodati pure, arrivo subito”, disse la signora Cecilia dopo avermi fatto entrare, e, mentre si avviava con passo lesto in un’altra stanza, “serviti pure qualcosa da bere Francesco, in frigo c’è del the appena zuccherato”.
“Grazie signora, ne prendo un pò volentieri”, risposi.
Così, poggiata in terra la vecchia ventiquattrore, arrivai in cucina, aprii il frigo e…. subito lo richiusi.
-Devo lavorare di meno, pensai all’istante. Le allucinazioni sono davvero troppo-
Provai a riaprirlo ed era ancora lì.
“Maestri drammaturghi del teatro italiano nel ‘900”, editore Laterza, copertina grigio scuro, in bella vista accanto alla provola e al ketchup.
Un libro in frigo.
Un libro in frigo, ragionai di nuovo.
Originale, indubbiamente.
Provai d’istinto ad analizzarne le cause. Magari era rimasto al sole per troppo tempo, fu il primo pensiero, motivo per cui evitai di toccarlo, anche se, lo devo ammettere, ne ero molto tentato.
“Sua figlia è in casa signora?” – chiesi –  richiudendo il frigo.
“No, mi dispiace”, rispose la madre di Laura ancora indaffarata nel ripostiglio, dimenticando che la figlia fosse sotto la doccia, “è andata all’università o forse da quella sua amica argentina o al laboratorio di scrittura, non ti so dire, perdonami”.
“Beh, signora” – precisai sorridendo – “speriamo che almeno Laura non sia così confusa, forse da quando l’altra sera si parlava dei cambiamenti che avrebbe voluto fare in casa pensava di aver già trasferito la libreria in cucina.”
“Comunque non si preoccupi. Dica gentilmente a Laura che ripasso e grazie per il the, un retrogusto davvero… -drammaturgico- ”.
“Davvero?”- chiese di scatto Cecilia dall’altra camera.
Ma non fece in tempo a finire che sentì chiudere la porta.

Il prossimo incontro del laboratorio di scrittura si terrà venerdì 21 novembre.

Katia M.

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