di GIUSEPPINA CATONE

L’isola è maestra, chi non ne ama una è destinato a perdersi di notte senza un lume”.
Cominciamo da qui il nostro giro, reale e fantastico insieme, letterario e autobiografico, guidati dalle parole sempre incisive di Erri De Luca. L’isola è Ischia ed il libro l’ho trovato proprio lì, nel golfo di Napoli, mentre gironzolavo tra i vicoli e i negozi di Capri. L’isola è maestra, dice la citazione, è un faro potrei aggiungere, da Ulisse in poi è una meta, un ritorno, un richiamo. Di cosa è maestra un’isola? Di bellezza e solitudine si potrebbe dire, anzi De Luca lo dice nel racconto Un effetto secondario, i cui protagonisti suggestivamente si chiamano Ulisse e Atena; maestra di tutto ciò che aiuta a scoprire e a scoprirsi. Nell’immaginario collettivo c’è sempre un’isola vagheggiata, un’isola misteriosa, un’isola incantata. Pensiamo alle nostre letture di bambini, ai racconti dei pirati, all’isola che non c’è di Peter Pan, e di nuovo ad Itaca. Sembra quasi che ogni uomo cerchi nell’isola una fuga e un ritorno, un’iniziazione all’età adulta ed un incantesimo che fermi il tempo, eternando la fanciullezza e la spensieratezza. Fin dall’antichità sembra che nell’isola alberghi la perfezione e la felicità (anche Atlantide era un’isola…):

Era la libertà, conteneva tutti gli orizzonti spalancati intorno.[…] Quanto spazio sgombro tra me steso sul dorso e la fine del mondo.[…] Ischia, la libertà, era bellezza pura. […]L’isola mi ha esaudito la bellezza”.

E. De Luca non poteva trovare una frase più incisiva e più suggestiva di questa per concretizzare la primaria essenza di un’isola: tutte le isole sono belle e tutte esaudiscono la bellezza, la sete di bellezza che è in ognuno di noi. Anche lo scoglio isolato ha un suo fascino, quando le onde e gli spruzzi gli si infrangono contro; anche quando ci si avvicina e si scopre sulla roccia scivolosa il riflesso luminoso del mare: penso ai Faraglioni, agli scogli dei Ciclopi, ma anche alla nostra Costa Viola! Figuriamoci se si parla di isole più grandi, ricoperti di manti di verde, di chiazze bianche e azzurre, agglomerati di case, di torri di guardia, di rocche e castelli. Figuriamoci quando le isole hanno strapiombi e precipizi da cui si ammira la distanza punteggiata di imbarcazioni, i golfi, le rade e le insenature!

E’ come sbigottito uno che deve volare e ha origine da un grembo”: con questo verso di Rilke si apre l’ultimo racconto. De Luca fa sue queste parole adattandole all’isola, ai suoi ricordi dell’isola. Il mare e la terra, attraverso le sue parole, diventano il luogo del riconoscimento di sé, il luogo delle scoperte, dell’essere tutt’uno con la natura, con il mare, con il sale e con il sole; e poi “non ho saputo desiderare tropici da adulto, era bastata l’isola”. Nelle stesse pagine l’autore racconta della sua passione per le montagne che tanta parte ha nella sua vita: e anche questa passione è legata all’isola, quasi come se essa, nella sua perfezione conclusa, racchiudesse tutte le esperienze dell’esistenza di un uomo “E’ stato l’Epomeo a mettermi le montagne nelle mani. […] lì sono stato residente, uno che apparteneva a una prolunga del suolo verso l’alto. Solo sull’Epomeo mi sono fermato, steso a chiudere gli occhi sotto il cielo orologiaio della notte, che perdeva olio dagli ingranaggi a ruota delle stelle”.
Parole bellissime chiudono il libro, ogni frase è uno spunto per riflettere e per approfondire, ogni immagine è un riandare della memoria a qualcosa di vissuto e di condivisibile.

Erri DE LUCA, L’isola è una conchiglia, La Conchiglia Ed., pp. 50, euro 10

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