E questa è la bellissima presentazione fatta da Sara Puntillo, anche lei storica socia di Pietre di scarto, di uno dei nostri racconti preferiti, contenuto ne Il guardiano dei giardini del cielo:

Questo racconto ha un valore particolare per Pietre di scarto. L’ispirazione a scriverlo venne infatti allo scrittore durante una gita a Gerace, a conclusione del primo convegno sulla letteratura organizzato dalla nostra associazione, citato dallo stesso autore nel racconto. Ma al di là di questo motivo di compiacimento, è subito evidente che il racconto ha ben altri significati, sostenuti dal ritmo coinvolgente di una narrazione capace di suscitare emozioni e sentimenti.
Dopo circa quattro anni, con lo stesso D’Alessandro, ieri siamo ritornati a Gerace per la presentazione del suo ultimo libro “Il guardiano dei giardini del cielo” ed ancora una volta siamo rimasti stupiti per il fascino e l’atmosfera unica di questo straordinario paese.
Certo, non capita tutti i giorni di poter discutere con l’autore del libro che hai appena finito di leggere, che ti ha coinvolto intensamente e posto tanti interrogativi. Aggiungi poi che percorri con lui i luoghi di cui parla nelle sue pagine: ti lascio solo immaginare l’emozione che provi! E mettici pure l’incontro con le persone vere, quelle che sono diventate i personaggi del suo racconto. Perplesso, incominci a scrutare il viso della donna, sereno, anche se solcato dalle rughe provocate dal nostro sole. I capelli bianchi sono tirati indietro, fermati solo da due ferretti.E’ proprio lei, oggi come quattro anni fa, come sempre, dietro un banchetto ad offrire sorridendo i santini, anzi “le immaginette” come le chiamiamo qui. Così guardi lui, lo scrittore, per trovare conferme e gli leggi sul volto emozioni che non nasconde, ma di cui ti rende partecipe con generosità. Allora trovi le risposte che cercavi, e pensi che è tutto vero, che in quelle pagine c’è autenticità di sentimenti. Scopri da cosa nasce la poesia.
Mi viene in mente una frase, forse di U. Eco: “Ciò che non si può spiegare, bisogna narrarlo”. Ebbene sono convinta, ancor di più dopo la giornata trascorsa a Gerace, che G. D’Alessandro abbia voluto comunicare una sua esperienza intensa e inspiegabile, vissuta proprio in questo arroccato paese, conducendo per mano il lettore attraverso la nebbia, servendosi di una prosa semplice e raffinata, dove la parola è sempre adeguata alla profondità del contenuto.

Protagonista del racconto è Gerace con la magia dei suoi luoghi, con il suo passato e l’oggi, con le miserie, le guerre e i terremoti che l’hanno devastata, con le morti giovani, il dolore delle madri, ma anche con la speranza che nelle varie epoche ha sostenuto tanti uomini, come dimostrano il numero e la bellezza delle chiese, straordinari per un paese con un esiguo numero di abitanti.
Sappiamo, perché abbiamo letto le altre sue opere, che lo scrittore ama studiare la storia dei luoghi in cui ambienta la narrazione, ma lo conosciamo anche come appassionato ricercatore dello spirito, dell’anima della vita passata che all’inizio di questo racconto s’incarna nella figura del giovane pastore Teodoro di Hàghia Kyriakì, l’antico nome di Gerace. La vicenda si svolge, infatti, nel 536 d.C., durante la guerra greco-gotica. Teo, come molti altri, viene strappato alla sua terra dai goti perché serva come sagittarius nelle loro truppe contro i bizantini. Ben presto i goti abbandonano questi uomini, lasciandoli allo sbando, facili prede dei soldati di Belisario che vedono in loro soltanto dei traditori e per questo li torturano e li uccidono. Teo cerca di sfuggire a questa sorte. In fuga, tra la nebbia che lo avvolge come una madre, tenta un’impresa impossibile: rientrare ad Hàghia Kyriakì, occupata dai bizantini, risalendone le imprendibili mura. La sua speranza è retta dalla conoscenza dei luoghi (tante volte,da bambino, per gioco o per sfida è salito fin lì) e dalla nebbia che lo nasconde e l’aiuta. La storia di Teo accompagnata dal ritmo incalzante dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti, rimanda a metafore legate a richiami fondamentali: il ritorno alla madre, il ritorno ad Itaca, il ritorno alla madre terra.

Il racconto prosegue con un considerevole scarto temporale: siamo nel 2003 quando un pullman, tra la nebbia, porta la comitiva dei convegnisti a visitare Gerace, dove si svolge tutta la narrazione.
Se dunque, per ciò che riguarda il tempo, due sono i periodi storici in cui accadono le vicende, uno è il luogo. Ma si tratta solo di illusioni: il tempo pian piano si dilaterà assumendo la forma di un non tempo e lo spazio limitato di Gerace accoglierà tutti i luoghi dove si può vivere con la nebbia, ma anche con la speranza nel cuore.
Tutto il racconto è immerso in un’atmosfera atemporale “come se tutto ciò che è stato fosse ancora”, come se tutto avesse un andamento circolare, non rettilineo con un inizio e una fine.
E tutto questo, credo, grazie anche all’utilizzo letterario di qualcosa d’impalpabile, la nebbia che si presta a molte metafore: la madre che avvolge e protegge, il pianto, l’inganno. L’autore su questo non è d’accordo. Non si tratta di un espediente: c’è davvero nella nostra terra e soprattutto a Gerace, qualcosa d’impalpabile, d’indefinibile, che spesso si concretizza in “coraggiosa sfrontatezza e nudità nell’affrontare la vita”. Ma quale mezzo migliore della nebbia per ovattare, sfumare, per non definire le epoche e i loro contorni? In fondo in tutti i tempi gli uomini hanno sofferto, amato, sperato. Lo scarto temporale viene così superato: il tempo di Teo e quello di oggi sono uniti dalla speranza. A Gerace infatti il tempo ha lasciato le tracce dell’ansia dell’uomo alla ricerca di Dio.

Lo Scrittore descrive i partecipanti alla gita con poche parole, ma così efficaci da fare intravedere la personalità, delle tre Marie, per esempio, di Tita, della studentessa, del relatore. Molti invece i discorsi su Gerace, anche dal punto di vista artistico. E poi come dimenticare la bellissima pagina dedicata alla Calabria, al suo mare. Con amore di filologo D’Alessandro fa cenno anche al nostro dialetto che con le sue aspirazioni ricorda sempre “il respiro del mare”, e alla bellezza dell’uso del passato remoto. Ma il tempo non è quello che sembra, non si tratta di un passato remoto, ma di “un aoristo che regge l’infinito”…  I Greci lo chiamavano “aòristos chrònos” continua l’autore, un tempo in cui si uniscono passato e presente, un tempo indefinito, senza orizzonti. Lo scrittore lascia parlare i luoghi già greci riportando parole di Omero e qualche espressione dialettale.
Un racconto, dunque ricco di storia e di storie.
Tra le storie ce n’è una che appartiene a tutti. E’ tratta dal Vangelo, una parabola, su cui discutono con semplicità un relatore e una studentessa che hanno partecipato al convegno. “E’ quella dove il regno dei cieli è simile al padrone ch’esce e va in piazza a prendere a giornata operai per la sua vigna”. Esce ad ore diverse e poi alla fine del giorno trova in piazza quelli che nessuno ha preso a lavorare, quelli che nessuno ha voluto.. e lui li prende nella sua vigna, anche se il giorno è al tramonto.
Una vita senza Dio non ha senso. Tutti noi dobbiamo stare in piazza, a chiamata, ad aspettarlo, a sperare in Lui.

Il relatore e la studentessa sono nella cripta della cattedrale di Gerace. Ai due non interessa il tesoro che viene custodito: argenti antichi e ricchi paramenti sacri. Trovano che il vero tesoro è in quel subcorpus di nuda pietra, che trasuda tanta sofferenza, lì, dove uomini e donne di tutti i tempi, anche pagani, hanno tenuta viva la speranza con le loro preghiere. Non c’è nessuno con loro davanti alla Teòtokos Odighìtria che mostra la via, anche tra la nebbia. In cima alle scale una donna e un ragazzo vendono santini. Nella chiesa primitiva che rimase sotto la nuova si respira un’aria di sacralità.
Poi, mentre la visita a Gerace si conclude, ecco nascere in loro una sorta d’illuminazione, la certezza di avere riconosciuto. Che cosa? Il sacro? Il soprannaturale? Forse è più giusto dire gli spazi di mistero che la realtà nasconde. E’ un’illuminazione tardiva, ma così sollecita da spingere ad un incontro. Il ritmo della narrazione che prima si era disteso per accogliere e abbracciare la bellezza e la religiosità dei luoghi, diventa ad un tratto cadenzato. Il relatore, infatti, già sull’autobus pronto a ripartire, ritorna invece affannosamente, di corsa, sui suoi passi per comunicare la scoperta del mistero agli stessi personaggi, che visti dalla sua sensibilità, appartenevano ad un’altra dimensione pur avendo presenza umana. La donna e il ragazzo che vendono santini perdono la loro connotazione fisica per riprendere quella di pura essenza che ritorna a fondersi nell’andamento circolare di un tempo indefinito.
Ma perché questo bisogno di ritornare sul luogo dove è avvenuta la scoperta, dove la nebbia è stata forata e gli occhi hanno finalmente visto? Perché soffermarsi e comunicarla all’altro? Solo il poeta scopre il mistero che i luoghi e le persone hanno in sé e lo svela a loro e al lettore. Infatti la sua opera non si esaurisce con la scrittura, ma continua nell’interpretazione del lettore: la poesia non è forse una lettura e rilettura dei diversi piani della realtà? La nebbia è, dunque, anche metafora del mistero che può essere colto solo dal poeta. Del resto, quando un segno acquista un senso reciproco fra due o più persone spinge ad un desiderio di comunicazione che, come la cripta di Gerace, è il primo fondamento della speranza.

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