Questo racconto, il secondo per l’esattezza, contenuto ne “Il guardiano dei giardini del cielo” di Giovanni D’Alessandro è stato presentato, invece, da un’altra socia di Pietre di scarto, Francesca Crucitti:

Geograficamente il racconto ha un’ambientazione precisa, Pescara “la città dove vivo”, dice l’Autore, indirizzandoci subito verso una lettura di fatti collegati alla sua esperienza personale, “e dove”, continua, “le architetture dell’uomo non si arrestano di colpo su dirupi ma degradano dolcemente verso l’azzurro, si allungano ad incontrarlo… Il mare lo capisce e le accarezza … Qui i cavalloni si arrendono indecorosamente, schiumando tra i bambini che giocano a riva”.
Il gigante, il mare, che si arrende di fronte ai bambini che giocano, il suo tocco come una carezza  all’ultimo lembo sabbioso, mi ha richiamato un tratto caratteristico dello Scrittore, il suo saper farsi vicino, la complicità nel racconto, il non essere mai distaccato dagli ambienti, dai fatti, l’entrare in essi ma per tendere a qualcos’altro, per ascoltare un’altra voce, un’altra storia.
L’espressione consueta, andare al mare, sembra uno sfociare in qualcosa”, dice più avanti: ecco collegato a quanto dicevo il senso di attesa di uno svelamento sempre possibile, dell’attimo in cui la realtà è vicina a consegnare il suo segreto, direbbe Montale: sento così il suo indugiare nella narrazione, una paziente attesa che le parole, i fatti, le persone mostrino il loro vero volto.
Sulla spiaggia di Pescara dove G. D’A. ama trascorrere momenti di evasione, in una mattina di fine settembre, mentre è sdraiato sul lettino, “assorto tra l’azzurro del cielo e del mare”, vede avvicinarsi un extracomunitario, il solito venditore ambulante di tappeti che inspiegabilmente lo scuote dal torpore:  come la madeleine per Proust, l’uomo è il tramite per il recupero di un ricordo, la memoria involontaria di un fatto avvenuto sei anni prima quando su altre spiagge aveva incontrato un venditore ambulante, con l’inconfondibile caffettano bianco ed in testa un turbante dello stesso colore.
Eri un vecchio, non avevo mai visto un venditore ambulante della tua età. Sessantacinque, settant’anni? Non si capiva. Capelli bianchi, occhi nerissimi che avevano visto molto… si aprivano come opali su una faccia bruna, solcata da rughe che il sole, non penetrandovi, lasciava più chiare, a risaltare come cicatrici; segni della lotta con l’avversario imbattibile, il tempo”.
Lo Scrittore ricorda, e il tu improvviso dice la profondità del ricordo, in modo così chiaro e preciso che la figura del vecchio sembra balzare fuori dalle pagine del libro davanti agli occhi del lettore, mentre decanta la sua mercanzia di gioielli e tessuti non per accenni generici, questo, quello, ma con indicazioni precise e con una proprietà di linguaggio che mantiene nella lingua inglese la melodia orientale; inevitabilmente anche il narratore che descrive resta descritto con chiarezza mentre dissimula il fastidio, ascolta con cortesia, ma allo stesso tempo, per non illudere il venditore, scuote il capo e sorride. Egli ricorda che, per non allontanarlo bruscamente, gli aveva chiesto da  qual paese provenisse.
Islamabad”, aveva risposto e il narratore: “So dov’è, in Pakistan, è la città della famosa moschea”.
Le parole avevano avuto il potere di annullare le distanze, di infrangere una privacy che lo schermo del vendere proteggeva, ed erano divenute occasione di un  riconoscimento capace di far cadere ogni difesa prima nel pakistano poi, lentamente, nello Scrittore, rendendo possibile l’incontro di due persone nella loro verità. Il venditore poggiato il trespolo con la mercanzia da un parte, sembrò non interessarsi più ad essa, si sedette sulla sponda del lettino dove lo scrittore era seduto.
Allora per la prima volta mi guardasti davvero. Con uno sguardo stanco, profondo, antico, che annullava le distanze tra noi. Aveva in sé la malinconia dell’incantesimo da cui eri posseduto in questa terra straniera. Le rare sillabe che avevo pronunciato, islamabad, -the famous mosque- erano la formula che ti restituiva a te stesso. Eri stato riammesso in una remota provincia del tuo regno: la coscienza dell’esilio, la condivisione del ricordo. Negli opali guizzò la sorpresa del rubino, la riconoscenza dell’oro”.
Il dialogo si fermò all’inizio sulla moschea di Islamabad che, come spiegò il pakistano “ha una struttura  architettonica a forma di tenda che, pur essendo legata alla terra da quattro minareti, ospita il respiro del cielo, significando la lotta che c’è nell’uomo tra  la terra e il cielo”.
La descrizione della moschea rivelò nell’uomo una profonda cultura: era un insegnante in pensione che con il lavoro di venditore ambulante cercava di guadagnare  qualcosa per la dote della figlia: avrebbe potuto andare incontro al suo sposo con onore.
A questo punto il nostro autore era stato spinto a fare una domanda di scottante attualità:
Come è possibile che dalle università dove si studiano culture di tutto il mondo, da una università collegata ad una moschea così importante , dove si prega, partano manifestazioni di giubilo per i tremila morti delle torri di New York? E’ vero che il vostro presidente ha deplorato l’accaduto, ma per le strade tanta gente inneggia all’attentato. Come potete non prendere in massa le distanze dal terrorismo, allo stesso modo di altri paesi islamici?”
Com’è sottile l’offesa che può veicolare la seconda persona plurale”, riflette lo scrittore, ricordando. Tre sillabe – how can you – per separare due mondi. Voi, tu e loro, da una parte, noi, io e loro, da quest’altra
Il pakistano non diede una  risposta diretta. Guardò il mare in lontananza, poi prese una manciata di sabbia  e la divise nelle due mani dicendo: questa sabbia fino a un minuto fa era un’unica cosa composta da milioni di granellini, ora non più, qualcuno ha deciso che siano due cose diverse. Poi aprì le mani e fece cadere la sabbia a terra : ora, concluse, sono tornate a essere un’unica cosa.
Il narratore, colpito dal senso profondo della metafora, continuò a fare delle domande, questa volta più personali. Dove aveva studiato?  Aveva guadagnato abbastanza per la dote della figlia?
La conversazione assunse un carattere confidenziale e amichevole e il vecchio pakistano rivelò il suo timore  di potersi ammalare ed essere costretto a consumare per la cura ciò che aveva risparmiato.
Il narratore ricorda di avergli dato consigli e indicazioni sulle organizzazioni a cui avrebbe potuto rivolgersi in caso di necessità, di avergli scritto qualche indirizzo su un pezzo di carta e il vecchio dopo aver ringraziato ripetutamente, volle donargli un tovagliolo ricamato tratto dalla sua merce.  In una gara di autentica generosità il narratore avrebbe voluto aiutarlo regalandogli qualche banconota e, al suo rifiuto, comprò uno spillino: era un modo per metterti in mano i soldi, aggiunge.
Il pakistano salutandolo con la formula “Dio ti protegga”, s’incamminò, ma da lontano si volse facendo cenno al suo interlocutore di guardare sotto l’ombrellone vicino dove egli trovò il tovagliolo e il resto dei soldi del piccolo acquisto.
Per un po’ l’Autore lo seguì con lo sguardo poi non lo vide più e l’espressione breve e concisa, “Per un po’ risaltasti tra gli ombrelloni. Poi sparisti tra la terra e l’acqua”, lascia trasparire un senso profondo di commozione che dall’autore si comunica al lettore: “Non so che cosa mi indusse a non correrti dietro”, aggiunge, “a insistere. Mi arresi alla tua volontà, volli onorare il dono, eri già lontano, non so. Di certo l’imbarazzo di quei passi – che feci per riprendere il resto – è temperato dalla certezza che doveva andare così: che ci tenevi a che finisse così, lasciandomi una precisa immagine di te”.
Il racconto si conclude: lo scrittore lascia la spiaggia dove la vista di un venditore ambulante gli ha permesso di salvare -dal tempo perduto- un ricordo prezioso, un’esperienza ricca di insegnamenti: non sa se l’uomo che egli chiama ora col nome di fratello, sia ancora vivo, se abbia realizzato i suoi scopi, se lo abbia ricordato qualche volta. Di una cosa appare sicuro: “i miei passi che ora lasciano la spiaggia non ti rincontreranno”. … Eppure ha imparato qualcosa dal ricordo custodito nella memoria: “tutti (tu, io, chiunque, ora l’ho capito) vaghiamo sulla terra, avvolti nel respiro del cielo; in luoghi –Pescara, Islamabad –dai nomi diversi nel suono, verso una parte di noi stessi che si trova solo negli altri, i più lontani a prima vista, da noi; con brevi soste sotto esili tende, dove un amico senza nome ci ripara, percorrendo la via che ci affatica”.
Il racconto Islamabad è di grande attualità nel mondo e nel momento storico in cui viviamo segnato dall’inserimento massiccio di persone provenienti da altri paesi, che non riescono a integrarsi anche per mancanza di accoglienza; è il ricordo-racconto di un incontro tra due persone diverse per età, razza, lingua, modo di vivere, che superano il muro che ciascuno innalza per difendere il suo territorio e la sua sicurezza: “Trascorriamo l’intera vita a costruire barriere dietro cui isolarci, … siamo gli architetti della nostra solitudine … Sicché possiamo infine, protetti da noi stessi, inaridire sul terreno che abbiamo conquistato”.
Oltre alla tematica dell’alterità sono presenti nel racconto  Islamabad altri temi fondamentali della narrativa di Giovanni D’Alessandro come l’umanità e la pietà, una commossa pietà per la condizione dell’esistere, non la commozione effimera,  superficiale, ma un profondo sentire che scaturisce dal contatto tra i due personaggi  come scintilla che scocca dal contatto dei due poli opposti e fa nascere il fuoco.
E poi c’è Pescara e quindi l’Abruzzo che spesso fa da sfondo alla narrativa di D’Alessandro il quale dichiara: L’Abruzzo è per me una continua fonte di ispirazione. Se il seme deve germogliare nella sua terra, questa è la mia terra.
Tutti questi temi sono espressi con raffinatezza stilistica e capacità di aderire ai sentimenti con partecipazione consapevole che, a mio avviso, supera la
scrittura dei suoi precedenti romanzi e raggiunge l’acme della perfezione per la nitidezza , l’essenzialità e la scelta delle parole ricche di suggestioni.  
Egli stesso infatti dice “Scrivere un racconto è come intagliare una gemma. Non è possibile alcuna imperfezione, alcuna sbavatura. Nel racconto tutto deve brillare”.

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