La bellezza della Calabria mi sconvolge, è qualcosa di sorprendente che è impossibile non volere trasmettere e fare conoscere al resto del mondo: Reggio è bella come le sue donne! Il filo conduttore del mio nuovo libro è l’umanità nella sua profonda spiritualità, è la pietà stessa come dimensione portante dell’essere umano che riesce a concretizzarsi nella solidarietà che sublima ogni azione umana”.
Queste parole di Giovanni D’Alessandro sono le più adatte ad introdurre il report dell’incontro avvenuto tra lo Scrittore, “una delle voci più genuine del nostro tempo” e la  Calabria, in due giorni, il 29 e 30 giugno, e in due ambienti diversi, Gerace e Reggio, per la presentazione della sua  prima raccolta di racconti, Il guardiano dei giardini del cielo, edito dalla San Paolo. A Gerace, nella Sala Consiliare, il Libro è stato presentato dal prof. Giovanni Carteri, a Reggio, nell’affollata Sala Giuffré dell’artistica Villetta De Nava, la presentazione è stata fatta a più voci, secondo il metodo di Pietre di scarto: tre socie si sono alternate a parlare di tre racconti particolarmente significativi della Raccolta: Maria Bambace di “Alesia, 52 a. C”, Francesca Crucitti di “Islamabad” e Sara Puntillo di “Madre delle nebbie di Gerace”.

Pensando di fare cosa gradita ai nostri lettori, diamo di seguito il testo dei quattro interventi.

 

Il “sottosuolo” della vita nei racconti di Giovanni D’Alessandro

di Giovanni Carteri

DSCN1861In un bel saggio dedicato al sottosuolo della narrativa meridionale Ignazio Silone scrisse che “i libri sono come gli alberi, non nascono dal nulla”. E aggiunse, riferendosi alla sua formazione anche tecnica di scrittore, che “più della scuola e delle letture, hanno avuto influenza decisiva le esperienze della vita” e tra esse “la compagnia di contadini e operai”.
Le pagine del libro di Giovanni D’AlessandroIl guardiano dei giardini del cielo”, edito dalla San Paolo, anche quando hanno un’ambientazione storica lontana o recente, quando si immergono nei paesi dell’Est, quando si crogiolano nella indimenticabile nebbia di Gerace o nella polvere delle strade delle montagne abruzzesi, nascono sempre da un’emozione che lui vuole comunicare. Un’emotività –per dirla con Corrado Alvaro- che proviene “dai suoi traumi, dalla sua educazione, dai suoi ideali, dalle sue fughe e ripiegamenti e dai tanti pensieri ricacciati indietro”. Da qui nasce la scrittura, nasce il racconto.
Alla fine della lettura di ogni suo racconto (li ho letti in giorni diversi, non è un libro che si legge d’un fiato e questo è un grande pregio) continuavo a ripetermi: “Inizierò da questo la mia conversazione”. Poi, man mano che procedevo entravo in crisi, rileggevo ancora il racconto del giorno precedente: volevo fissare nella memoria le tante pagine belle, scritte su un tono alto di emozioni, di straordinarie suggestioni anche letterarie, con rimandi a pagine già lette; la comparazione diveniva immediata, mi gratificava; mi alzavo per recuperare ora Alvaro, ora Pavese, ora Silone, ora Saverio Strati, ora le stupende pagine dedicate da Paolo Cinanni alla sua Gerace, in un nostòs catartico e liberante. Vi leggo alcune righe dell’incipit del suo libro “ Il passato presente” così ricco di poesia: Quando mia madre mi mise alla luce, alle quattro del pomeriggio del 25 gennaio 1916, festa della conversione di San Paolo, non ebbe dubbi di darmi quel nome, di osservare scrupolosamente tre giorni di digiuno e di far celebrare in parrocchia la prima messa in onore del santo. Fece la sua parte anche mio padre: raccolse di persona soldo a soldo le cinque lire della messa chiedendo l’elemosina, come voleva la “regola” e la devozione. Era atto di umiltà voluto al mio paese perché il neonato acquistasse compiutamente la “virtù di sanpaolaro”: la virtù che gli conferiva il potere di farsi ubbidire dalle serpi, così come appunto secondo la leggenda era capitato a San Paolo”.

Anche in D’Alessandro basta un atto, un gesto, una parola, un’iscrizione apparentemente dispersa nella memoria del tempo per illuminare, come un razzo nella notte, pagine intense di racconti che spesso ipnotizzano il lettore .
La mia infanzia in Abruzzo sa di polvere su strade di montagna”.
Basta questa frase a farci immergere nell’infanzia del mito, nella favola della vita, nel silenzio delle origini. Ci ritroviamo su biciclette o motorette, spesso con le scarpe rotte, a inerpicarci sulle colline, carne e sangue della nostra storia.
La spara abruzzese è l’equivalente della curuna di panno delle donne calabresi, le donne di Alvaro che portano pesi. Arrotolato 22 volte sulla loro testa per formare una base dove appoggiare oggetti generava infatti una fisicità innaturale nel loro incedere. “Non si giravano -scrive Giovanni- se avessero ruotato di scatto la testa, avrebbero fatto cadere il carico”.
Sentite l’Alvaro de Il nostro tempo e la speranza:
[…] “Sono le donne che portano pesi. Si domanderà quale possa essere il riserbo, la grazia, la dignità e la maestà della donna sotto un carico di cinquanta o cento chili sulla testa, un sacco di farina, una balla di8 carbone, un fascio di legna, e col viso grondante di sudore che le mani occupate a equilibrare il carico non possono asciugare. La bocca è semiaperta al respiro affannato, il cui ritmo si confonde col soffio  delle vesti nel passo. (…) Spesso come a chiudere in un estremo pudore anche la bocca trafelata, stringono tra i denti la cocca del fazzoletto di cui coprono la testa. Anche in questo atteggiamento portano un’impenetrabilità, un segreto, un’intimità e un’esclusività.

Scrive Giovanni: “Ho passato le estati con mio zio a dare passaggi. Tutto era polvere gioiosa sulle strade dei monti. Si sollevava come un incenso, in una liturgia di cui eravamo inconsapevoli officianti”.
Il mondo è cambiato, sta paurosamente cambiando e non abbiamo più la capacità di indignarci di fronte alla modernità screanzata, totalizzante, onnivora. Lo stupore di quei gesti, di quei riti è impossibile dimenticarlo. La memoria è vita, trasuda mito. Ecco perché per Giovanni “le facce, le voci, le cose di quegli anni”  gli si  fanno intorno le sente tutte vicine. Gli unici anni veri sono quelli che restano nel cuore”.
Dice Mnemosine ad Esiodo nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese: “Non ti sei chiesto perché un attimo , simile a tanti del passato, debba farti d’un tratto felice , felice come un dio? Tu guardavi l’ulivo, l’ulivo sul viottolo che hai percorso ogni giorno per anni , e viene  il giorno che il fastidio ti lascia, e tu carezzi il vecchio tronco con lo sguardo, quasi fosse un amico ritrovato e ti dicesse proprio le sole parole che il tuo cuore attendeva”.
Lo dice la donna in D’Alessandro:
Ce ne sei misse de tiemp’a returnè; t’aspiette da  quarantacinqu’anne”.
Il realismo magico sorretto da una limpidezza di visione fa sì che Giovanni  racconta il sogno come se fosse realtà e la realtà come se fosse un sogno.  Ha ragione Vincenzo Consolo quando dice che se la prosa non si evolve in poesia il racconto nasce morto (leggere pag. 53–57–60: C’è il sole del solstizio …; In quel momento una nuvola si impadronì del sole …; la nuvola liberò il sole). Giovanni D’Alessandro sintonizza luci e ombre con gli stati d’animo di Nina. Ci ritroviamo bambini con la crudeltà che solo l’infanzia riesce a volte a svelarti, con il contorno di risate sardoniche e talvolta maligne; ritroviamo il sapore di  amori inconsapevoli e dolcissimi che a distanza di anni riviviamo  con  inesprimibile dolcezza.
La tragedia della guerra ritorna netta e tagliente: ma la speranza non muore, conosce risvolti improvvisi di umanità nel racconto “Una befana tedesca”.
Ed è bella la sensazione di allegrezza e di festa che il nostro amico scrittore ci trasmette “pur dentro una guerra triste, con amici stranieri mascherati da nemici”.
Lo aveva detto Zoltan, uno dei tanti bimbi che nessuno abbraccia: “Non sempre del male che c’è sulla terra gli uomini sono responsabili. A volte lo fanno senza saperlo, o lo incontrano sulla loro strada senza averlo cercato. Ne sono vittime, spesso, anche quando ne sono autori Hanno dentro di sé le sofferenze che infliggono agli altri, perciò non se ne accorgono. Le trasferiscono fuori come un grido”.
Sono andato a rileggermi le pagine alvariane di Tutto è accaduto e del diario Quasi una vita. Ho trovato una sintonia davvero sorprendente con il racconto di Giovanni.

Sentite Alvaro: “Sono andato in chiesa a ringraziare Dio di avermi aiutato. Ho veduto il deposito dei santi sfollati dalla provincia, ognuno col cartello e il nome del suo paese . C’era una Vergine soave, quale può immaginarla un adolescente; una fila di santi dolorosi e di Gesù sofferenti e insanguinati; Le Madonne col viso emaciato  di madri popolane”.
Oppure: “I tedeschi hanno cavato gli occhi a un Gesù Bambino . Un contadino è venuto in città per cercare due occhi di bambola. La portinaia di casa mia s’è data da fare per trovarli, e li ha trovati”.
Ma il motivo fondamentale perché noi siamo qui stasera è perché Giovanni D’Alessandro ci ha fatto riscoprire le nostre radici, ci ha fatto vedere nitidamente l’erba dalla parte delle radici, ha immortalato con la sua scrittura imbevuta di classica semplicità (non è facile scrivere così) questa splendida rupe, questa cittadina ineguagliabile per storia e bellezza, madre di tutte le nebbie. La nebbia è non solo simbolo dell’indeterminato, di una fase di evoluzione, ma anche simbolo della mescolanza di aria, acqua e fuoco, che precede la materia solida, come il caos delle origini, prima della creazione del mondo. C’è un misto di amarezza e di gioia nel suo racconto ma sono queste le facce vere, l’essenza della vita. (Leggendo le righe dedicate al passato remoto dei calabresi viene in mente l’uso che ne fece  Tommaso Campanella nelle sue splendide poesie).
Ansima Teo, protagonista della prima parte del racconto, nel desiderio di riabbracciare la madre, mentre, per la paura, “il suo cuore è un martello che picchia disperato contro il petto, non può più salvarsi”. Ma prevale la fierezza della gente brucia sotto lo sguardo del nemico quasi incredulo per un gesto estremo già deciso. E pur nella dolorosa tragedia della madre di fronte a Teo riviviamo l’atmosfera, avvolta nel dolore, delle tragedie greche, un figlio sventurato, talas dicono i greci, con la madre che si getta sul suo corpo sfigurato, gridando e coprendolo di baci. Ed è straordinariamente vero quello che scrive Giovanni: “Le madri devono andarsene prima. Devono chiudere gli occhi sapendo che restano aperti quelli dei figli”.
La seconda parte, il racconto della gita che conclude il Convegno, inizia con un richiamo alla faticosa salita del pullman: “Ansima il pullman mentre sale verso Gerace , vero nido d’aquila. E’ ansimante la grazia della nostra Tita, mentre risponde alle “disparate richieste dei convegnisti , senza mai perdere il sorriso e il polso della situazione, è uno spettacolo nello spettacolo”.
E’ dalle limpide pagine scritte da Saverio Strati che Gerace non conosceva una così intensa dignità letteraria:
Un paese antico e magico. Forse in nessun paese o città del Sud a struttura medievale si ha, si vive la sensazione del sacro, del raccoglimento dello spirito che è la presenza dello spirito di Dio prima di essere espressione creativa dell’uomo. Gerace un paese in cima a una rupe, a una zolla di tufo come Orvieto. Un paese antico e magico. E’ tanto forte la forza magnetica di Gerace che ormai questo paese fa parte della mia storia interiore e della geografia dei miei libri. L’ho avuta  a modello, sempre davanti agli occhi dell’immaginazione per Noi lazzaroni; ci ritorna nel romanzo L’uomo in fondo al pozzo; vista come un’Atene immortale da un filosofo allucinato che vaga per la Locride con l’ansia di incontrare i pensatori del lontano passato (…) Gerace è un punto dove gli opposti del nostro essere, o meglio i più salienti e operosi momenti della nostra cultura s’incontrano e si fondono”.
S’incontrano e si fondono nella splendida Cattedrale che Padre Giancarlo Brigantini l’8 maggio del 1994, insediandosi in Diocesi definì “antica e nobile, maestosa e bella, vasta e grande”. Si coglie così -aggiunse- “che noi siamo parte di una storia, che siamo frammento di una linea infinita, che ci precede e ci supera. Una storia che Dio ha intessuto da sempre con il suo popolo, paternamente condotto per mano”. (Il salmo 47 citato da Padre Giancarlo il giorno del suo arrivo a Gerace può essere un meraviglioso commento.)
Sotto lo sguardo materno  della Theòtokos Odighìtria. Si fondono mirabilmente le parole di Padre Giancarlo e di Giovanni D’Alessandro. “Non si ha vita se Dio non ti chiama e non ti prende con sé, e non ti dà vita”. “Si sentono le voci…ma che lingua parlano, dalla nebbia di quanti secoli vengono le voci di questa madre e di questo figlio? E’ il dialetto di Gerace? O è una lingua che ha così infinite aspirazioni , da sembrare sempre il respiro del mare? Ogni luogo è Gerace ed ogni luogo è nebbia”.
Oggi il mare è celeste e il cielo ha lo stesso colore. Il tramonto ha il fascino di un antico canto popolare mormorato sottovoce da Il guardiano dei giardini del cielo.

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