Così Maria Bambace, socia di Pietre di scarto, ha presentato il primo dei racconti che apre la bellissima raccolta di Giovanni D’Alessandro, Il guardiano dei giardini del cielo, lunedì 30 giugno scorso:

L’autore, in questo racconto, che è il primo di tredici scritti fra il 1997 e il 1998, tranne gli ultimi due, entra in “medias res” alla maniera delle grandi opere epiche di Omero e Virgilio. E’ un racconto storico in cui alcuni personaggi come Vercingetorige, Vercassivellauno e Critognato, capi dei Kelt, Cesare, capo dei Romani sono veri, altri verisimili. Tra questi, il giovane Hocham, wellaf, cioè schiavo degli Arwern, che dalle prime battute viene accarezzato dall’Autore con amore paterno, anzi possiamo dire che D’Alessandro per tutto il racconto si sia sostituito al padre vero di Hocham che ha salutato il figlio, dal momento della partenza, con la morte nel cuore, data la difficoltà dell’impresa, ma anche con la speranza che, in caso di vittoria, possa diventare guerriero che può stare alla pari del suo signore Vercassivellauno, che l’ha scelto per la sua destrezza nel gioco dei tre cavalli, nonostante la sua giovanissima età.
Dicevo dall’inizio che l’Autore accompagna con profonda partecipazione Hocham da quando lo osserva all’inizio, come ha legato il laccio dell’elmo, in maniera che non si sposti, a quando gli vede fare gli scongiuri, toccando la spada che ha sottratto con la solita fulmineità a un giovane romano ucciso, certo molto coraggioso se si è spinto fin davanti all’accampamento romano, a quando indossa la cotta che è l’unico capo che lo protegga in battaglia, visto che è soltanto un estart, cioè auriga e non guerriero.
Ha solo 16 anni, ma è abilissimo a guidare e oggi si “parrà sua nobilitate” come direbbe Dante.
Con un ritmo incalzante, l’Autore prepara lo scontro: dalle grida dei kelt a cui rispondono i colpi cadenzati delle spade sugli scudi dei Romani, alla partenza dei cocchi che, in una nuvola di polvere, devono salire un declivio leggero, per poi scendere una ripida pendenza e sorprendere i Romani alle spalle, all’abilità davvero inconcepibile in un ragazzo imberbe che, in due occasioni, dimostra maggiore perizia del signore, il quale lo gratifica con una pacca sulla spalla. E’ l’acmè, Hocham presagisce il suo futuro di guerriero, che gli consente di essere l’orgoglio della sua famiglia, nonché della sua gente.
E’ troppa la gioia, l’Autore addirittura parla di ebbrezza, non può durare, sarebbe troppo, ha attirato l’”invidia degli dei” come direbbero i Greci, e quando intuisce che non deve avanzare al centro perché nella radura si nasconde qualcosa di infido, cerca di deviare, ma il padrone gli strappa le redini di mano, perché è lui il signore, è lui che comanda, non si può fare scavalcare da uno schiavo. Così è il rotolamento dentro la palizzata di cippi, stinuchi e lilia fatta fare da Kaisar ai suoi legionari al lume delle torce. Hocham è ferito, vicino al cavallo Fenach che rantola come un uomo dalla pancia squarciata, ma la guardia che segue il cocchio, porta in salvo Vercassivellauno che ha una ferita alla fronte, ignora il braccio alzato del giovane che da ora in poi diventa stuoia su cui camminano i suoi… E’ una lunga agonia per Hocham che vede il tramonto per la prima volta e sta per vedere anche il secondo, quando un centurione, dopo aver allontanato un giovane legionario che vorrebbe tagliargli la testa per sottrargli il tacque, in un atto di pietà prima gli dà da bere dalla lagnucula che ha al collo, per placare l’arsura, poi….

E’ un racconto breve, ma intenso, in cui l’Autore dice il suo reciso no alla guerra. Infatti, la guerra viene trattata dal punto di vista dei perdenti, come ha già fatto lo storico Livio che ha sempre guardato con pietà chi si è difeso disperatamente. Qui D’Alessandro spinto dal discorso di Critognato vuole far vedere l’eroismo dei Kelt che lottano per mantenere iura, leges, libertatem contro Cesare, che invece è visto come il conquistatore. Per dare dignità ai Kelt, l’Autore recupera i nomi dei popoli e dei loro signori, anche nella loro durezza (non Celti, ma Kelt, non Critognato, ma Krietnatt ecc.), ammira e sottolinea la fierezza di Vercassivellauno che cammina con composta dignità, disprezza la morte che è meglio della schiavitù, la strategia di Vercingetorige che quanto ad eroismo non ha nulla da invidiare a Cesare che, questa volta però usa mezzi sleali e non si impietosisce davanti alle preghiere e lacrime dei Mandubi: li lascia fuori dalle mura di Alesia, una volta che sono usciti, ed essi vengono divorati dai loro stessi connazionali che mancano di vettovaglie e non possono combattere.
Dunque, il messaggio chiaro del racconto è “no alla guerra”, che fa perdere l’umanità ai soldati di qualunque tempo, come le guerre anche attuali dimostrano. In questo D’Alessandro è molto vicino a Virgilio e Manzoni, nella figura di Hocham che richiama per la sua imberbe età, i giovani Eurialo, Pallante, Lanzo, Camilla, Adelchi, principe dei Longobardi.

Lo stile è chiaro, asciutto: lo Scrittore sa creare la suspence, sa indagare la vita interiore dei personaggi, i loro pensieri, sentimenti, emozioni, dubbi, paure, con pochi tratti riesce a creare delle scene pittoriche a cui il lettore partecipa pienamente. Oltre alla profonda padronanza dell’italiano, dove si notano sinestesie come “grido accecato”, metafore e ancora ossimori come “malefica preghiera” e allitterazioni come “ma molle muschio”, c’è anche una efficace traduzione e conoscenza del latino, immagini poetiche, quali: “Ha visto 16 primavere fiorire l’erica verde sui pianari”, “urli per il dolore con un velo rosso davanti agli occhi”.

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