L’eleganza del riccio
di Muriel Barbery

Il genere umano è incapace a
credere a ciò che manda in frantumi gli schemi di abitudini mentali meschine. Una portinaia non legge -L’Ideologia tedesca-. … Che possa leggerlo per elevare il proprio spirito, poi, è un’assurdità che nessun borghese può concepire”.
In questo breve passaggio che ho estrapolato dal primo capitolo, è sintetizzato il messaggio di fondo del bel libro di Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, Ediz. E/O, in cui le due protagoniste, Renée e Paloma, quasi a capitoli alterni, si presentano a narrare i fatti dal loro punto di vista opposto alla morale comune e alle consuetudini borghesi e saldamente fondato sulla saggezza e novità di esperienze personali, sul desiderio di vivere in modo confacente ai loro desideri.
Le due donne, tanto diverse per età, ceto sociale, carattere ma  accomunate dal desiderio di essere libere dalle strettoie del moralismo di facciata che connota il mondo di cui fanno parte, non appaiono ciò che sono per una loro scelta, nella convinzione che questo sia il solo modo per non essere risucchiate nella comune falsa moralità: Paloma, la ragazzina, che sembra timida e restia a qualunque forma di comunicazione, ha invece ampie conoscenze e chiarezza di idee ed ha deciso di morire pianificando quasi il suo suicidio nel tempo e nelle modalità, Renée ha cercato di ritagliarsi una sua libertà con metodi ingegnosi, nascondendo il suo desiderio di cultura e la non comune sensibilità dietro l’apparenza di portinaia –in ciabatte e con gatto-, in nulla differente dal prototipo di portinaia che tutti conoscono.
Queste due donne, ed insieme a loro il giapponese Ozu che faciliterà il manifestarsi del loro vero volto, e Manuela che vive all’ombra della sua amica Renée, hanno compreso come va il mondo borghese in cui si trovano a vivere ed è un mondo che a nessuno di loro piace: gli uomini conoscono per schemi precisi, tendono ad incasellare ogni nuova conoscenza in modelli concettuali che ne permettono il possesso sicuro,  sono invece totalmente chiusi al nuovo, ad emozioni come sorpresa, stupore, prigionieri di pregiudizi e timori.

Siccome, pur essendo sempre molto educata, raramente sono gentile, non mi amano, dice Renée, tuttavia mi tollerano, aggiunge, perché corrispondo fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire. Di conseguenza, rappresento uno dei molteplici ingranaggi che permettono il funzionamento di quella grande illusione universale secondo cui la vita ha un senso facile da decifrare. E se da qualche parte sta scritto che le portinaie sono vecchie, brutte e bisbetiche, così, sullo stesso firmamento imbecille, è solennemente inciso a lettere di fuoco che le suddette portinaie hanno gattoni accidiosi che sonnecchiano tutto il giorno su cuscini rivestiti di federe fatte all’uncinetto.

E’ una tendenza -di sempre-, pensavo: leggendo il Libro, mi veniva in mente la reazione dei contemporanei di Gesù, non dei popolani ma dei farisei, degli scribi, cioè dei colti o presunti tali, meravigliati che il loro concittadino che collocavano in una precisa sfera sociale, il figlio del falegname, di cui conoscono i fratelli e le sorelle, possedesse conoscenze incredibili e poteri non confacenti allo schema di  uomo di umili origini. Le domande che si ponevano, scandalizzati dai fatti dei quali erano pur testimoni, sono uguali a quelle che si pongono nel libro della Barbery coloro che riescono a superare il muro innalzato dalle protagoniste per difendersi: lo –strizzacervelli– da cui la madre di Paloma accompagna la figlia ritenendola malata, perché si isola e non  permette a nessuno della famiglia di entrare nel suo mondo, e l’insegnante di italiano che scopre nell’alunna conoscenze insospettate di fronte alle quali si trova in  difficoltà, pur di mantenere il loro presunto potere e la tranquillità assicurata dalla routine, scendono a patti senza parole con la bambina, lasciandola vivere come vuole purché non crei dei problemi.
Non vi racconterò il contenuto del libro che, tra l’altro, si può trovare in altri siti internet: la mia vuole essere l’apertura di un confronto di opinioni se ci sarà qualcuno che accetti di dire la propria, segnalando altri punti del libro su cui comunicare.
A me è sembrato importante quel passaggio iniziale perché dice anche le domande del lettore, spesso lui pure imbrigliato in schemi e pregiudizi che gli impediscono di godersi semplicemente la lettura, seguendo le due rivoluzionarie, la portinaia filosofa e la bambina aspirante suicida, nell’ottica della Barbery: può mai essere possibile che una bambina ragioni come Paloma, si dia alla ricerca del movimento perfetto, che giunga a capire perché soffre quando due ginnaste non riescono a sincronizzare perfettamente i movimenti ed ha l’impressione che non si tratti solo di un movimento sbagliato ma di qualcosa che mette in crisi l’universo intero?

Perché si sta così male quando il movimento non è sincrono? Non è molto difficile da capire: tutte queste cose che passano, che ci sfuggono per un’inezia e che perdiamo per l’eternità … Tutte le parole che avremmo dovuto dire, i gesti che avremmo dovuto fare, i kairòs folgoranti che un giorno sono apparsi ma che non abbiamo saputo cogliere e che sono sprofondati per sempre nel nulla … Lo smacco appena un pelo più in là …

Può essere plausibile un personaggio come Renée, un’umile portinaia brutta e in ciabatte, che, mentre si accinge a bere una tazza di tè in compagnia della sua amica, fa riflessioni del tipo:

<Il tè non è una bevanda qualunque, rappresenta, quando diventa rituale, la capacità di vedere la grandezza nelle piccole cose> e si chiede dove si trovi la bellezza, se <nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire, oppure nelle piccole che, senza nessuna pretesa, sanno incastonare nell’attimo una gemma di infinito?>

Plausibile no, sicuramente, possibile, in quell’ordine di idee che cerca di mantenersi libero da schemi preconcetti, non imbrigliato in un codice di buone maniere solo esteriori, esemplificato da Paloma, quando non accetta di essere chiamata a dare il bacino alla nonna per mostrarsi brava bambina. Due rivoluzionarie non violente il cui comportamento mi ricordava, per la paradossale portata rivoluzionaria di gesti comunissimi, la deformazione di certe scene pirandelliane dove, come in una valanga, il cambiamento di un particolare insignificante, mette in crisi, senza alcuna intenzione volontaria, tutto il mondo, perfino quello non umano: la cagnetta dell’avvocato, protagonista della Carriola, per esempio, abituata ad un ambiente borghese in cui tutto si ripete uguale, è terrorizzata dal gesto del grande uomo di farle fare la carriola e lo guarda –basita-. Lei ha punti di riferimento sicuri nel comportamento di ognuno dei componenti della famiglia: sa di poter giocare con i ragazzi, deve stare alla larga dalla padrona di casa, può sonnecchiare indisturbata accanto alla scrivania dell’avvocato che, tutto preso dalle sue carte, neppure bada a lei. Ma se cambiano le regole del gioco, se l’avvocato si comporta come uno dei suoi figli, tutto il suo mondo si stravolge.
L’uomo però non è la –cagnetta- chiusa in un ordine di cose definite, l’uomo può, se vuole, muoversi alla scoperta dell’altro da sé, aprirsi all’imprevedibile, vivere nel mondo della possibilità con l’attesa, lo stupore, la meraviglia, che nascono dalla conoscenza del nuovo.
Pensavo allora al potere di liberazione che possiede ogni scarto rispetto al progetto, ogni cambiamento rispetto alla normalità, ogni deviazione improvvisa non prevista che mi colpisce anche dolorosamente e che forse è semplicemente l’occasione per essere qualcosa di più della –cagnetta- pirandelliana.
L’ostacolo come il bivio sono i momenti nei quali viene fuori l’umanità con tutti i suoi limiti ma anche con la bellezza della sua fragilità: perché non è detto che ciò che scelgo sia la cosa giusta, non è detto che il mio modo di pormi di fronte all’ostacolo sia quello esatto, ma non lo saprò mai se non prendendo a destra o a sinistra nel bivio, se non scalando l’ostacolo con fatica e sacrificio, senza perdere tempo a maledire la vita che mi pone di fronte a tali dolorose difficoltà.
E il volto dell’uomo non è la rivelazione di ciò che egli è ma delle scelte che compie o piuttosto sono le scelte che influiscono ad incidere sul suo volto i tratti caratteristici: ecco il viso non bello ma certamente interessante ed unico di Paloma sul quale si legge la sua determinazione e l’interesse per la ricerca di ciò che l’appassiona, ecco quello di Renée che si illumina suo malgrado di fronte ad un quadro d’autore o trasale al risuonare delle note di una musica che conosce.
E alla rivelazione del vero volto di entrambe, mi faceva notare una carissima amica, concorre in modo determinante l’incontro con Ozu, l’altro, non a caso anche fisicamente altro, diverso,  che vive tranquillamente la sua diversità in un mondo di borghese conformità ed uniformità, senza ricorrere come le protagoniste a maschere e travestimenti. Nell’incontro con lui Renée getterà la maschera, non perché costretta ma spontaneamente, perché la sentirà non più necessaria; e proprio in lui Paloma troverà l’adulto che con rispetto saprà dirle della tragica fine di Renée in modo da farla riflettere e desistere dal proposito di suicidio.

Tita FERRO

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