E’ stato letto il racconto di Gianni Rodari, Una giornata di pioggia: ciascuno, come al solito ha sottolineato i passaggi più interessanti evidenziati durante la lettura.

E’ stato quindi proposto il seguente esercizio:

“Pensa a una giornata di pioggia uggiosa.
Guardi dalla finestra, non hai voglia di far niente; la pioggia allontana il presente e i suoi rumori, asseconda l’affiorare di sensazioni, impressioni, emozioni, richiama il passato e ti riporta al presente con una consapevolezza nuova”.
 

Il racconto di Maria Bambace

Per il carattere che ho, preferisco le giornate di sole scintillante, di sole che scalda e penetra nelle ossa, alle giornate di pioggia, però devo pur riconoscere che la solarità distrae, deconcentra, non asseconda la riflessione. La pioggia invece favorisce il raccoglimento e non è raro che, soprattutto in autunno quando i giorni si susseguono ai giorni piovosi, con una monotonia sfibrante, io abbia provato piacere a guardare la pioggia che batte sui vetri.
Tutte le giornate di pioggia sembrano uguali, il cielo grigio, qualche nuvola come una macchia grossa e scura, nessun rumore se non quello delle gocce sui vetri della finestra. Ecco una goccia che cade, si ingrossa, scivola giù lungo il vetro, lasciando il posto ad un’altra in un eterno fluire di fili sottili.
Dove va, da dove viene, chi sono io che mi perdo dietro il ticchettare?
Sull’albero il nostro amico passerotto cerca di riparare i piccoli allargando le ali sul nido che la pioggia non ha distrutto: lo abbiamo potuto seguire in questi giorni insieme alla sua compagna sull’albero di fronte alla finestra della camera da letto, nei laboriosi preparativi di inizio della vita di coppia, la nascita dei piccoli poi, il loro perenne pigolare per attirare l’attenzione sulla loro fame.  Un nido, il pericolo di un acquazzone, una storia  di cui ogni giorno i protagonisti inconsapevoli scrivono una pagina …
Ma non sono nella stanza, da sola: la pioggia di ottobre ha sorpreso me e mamma in campagna, dove dovevamo raccogliere le olive, prima gocce sottili, sopportabili cominciano a bagnarci i vestiti, poi sempre più fitte penetrano fin sulla pelle che ad ogni soffio di vento rabbrividisce.
Abbiamo dovuto smettere di fare il nostro lavoro e ci siamo rifuggiate in una capanna arrangiata dai contadini per custodire gli attrezzi da lavoro. Non abbiamo che da aspettare. Spioverà? Con tutti i programmi che aveva fatto la mamma, sempre così attiva e tesaurizzatrice del tempo, vedo che si innervosisce sempre più. Poi, ad un tratto, la vedo fissare lo sguardo sempre più attentamente verso un ramo del grande ulivo.
“Cosa guardi mamma? Perché non mi rispondi? Dimmi, voglio vedere anch’io”.
La devo toccare per farmi sentire e lentamente torna nella capanna.
“Vedi, mi dice, la pioggia ha disturbato noi, che in fin dei conti, possiamo raccogliere le olive anche un altro giorno, ma ha sicuramente distrutto il nido di quel povero uccello che deve aver faticato tanto a farlo. Dove ricovererà i suoi piccoli, se sono sopravvissuti?”
-Vera, Vera, hai visto il Corriere?-
La voce di mio marito che cerca il giornale, mi riporta al presente, di nuovo nella camera in una giornata uggiosa dove mi sono persa e soprattutto alla consapevolezza che la mamma non c’è più ad abbracciarmi, ed ora sono io ad abbracciare i miei figli.

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