di Tita Ferro 

Inauguro i miei risvegli con un pugno di versi, così che il giro del giorno piglia un filo d’inizio. Posso poi pure sbandare per il resto delle ore dietro alle minuzie del da farsi. Intanto ho trattenuto per me una caparra di parole dure, un nocciolo d’oliva da rigirare in bocca”.

Trovo in questa conclusione del capitoletto che dà il titolo al libro, la sostanza del bellissimo Nocciolo d’oliva, di Erri de Luca, che mi ha entusiasmato quando l’ho letto d’un fiato, solo pochi giorni dopo la pubblicazione, (Messaggero di Padova, 2002), e che oggi mi è capitato tra le mani in una delle vane imprese di mettere ordine tra i libri.

Un testo è come un liquore, puoi berlo d’un fiato e goderne per un attimo il gusto intenso e il calore che sprigiona, oppure puoi  sorseggiarlo lentamente, sentirne il sapore e il profumo in bocca, seguire il tragitto del sorso che dalla gola scende nel petto e diffonde in tutto il corpo una sensazione di benessere, assaporare non solo il gusto immediato ma anche il retrogusto, e poi col ricordo tornare all’esperienza fatta, dando un nome a impressioni, sensazioni: puoi restare in compagnia con un bicchiere di buon vino come con la pagina di un libro, sono solo il punto di partenza per un viaggio nel quale saranno una presenza discreta, continueranno a farsi sentire solo se lo vuoi. Non ho parlato a caso di compagnia: si legge con il corpo e con l’anima, con la mente ed il cuore, ci si apre ad un altro e l’altro, quello del libro, si apre a noi; mentre leggiamo egli legge la nostra vita, ci aiuta a capirne il senso non solo in generale ma nei particolari che prima apparivano indistinti, anonimi quasi, e si rivelano ricchi di significato. Il libro ci aiuta a comprendere che niente è casuale o insignificante in ciò che è vita, un disegno misterioso nel quale ogni piccolo tratto ha una sua ragion d’essere.
Leggere scritture sacre, dice De Luca, è obbedire ad una precedenza dell’ascolto: ascoltare è la prima emergenza, la primizia richiesta”. Mi affascina questo rapporto con le Scritture, mi spiega tanto del mio tornare sempre a cercare in quelle parole la forza di portare avanti la vita anche nei momenti in cui pesa, ringrazio lo Scrittore, non credente dice di sé, per l’aiuto che dà a me che mi dico credente.
Finché ogni giorno posso stare anche su un solo rigo di quelle scritture, riesco a non mollare la sorpresa di essere vivo”.
Stare è il verbo che mi interessa, stare essendo in cammino, abitare in una parola come nella propria casa ed essere nello stesso tempo casa di quella parola, essere di quelle scritture non un passante, come afferma De Luca di sé, ma un residente, uno che in quelle ha costruito la sua abitazione da dove esce qualche volta ma per poi tornare sempre; sorpresa è il nome che mi colpisce, sorpresa, stupore di essere vivo, che non vuol dire solo poter respirare, muoversi, agire, ma sentirsi dentro ad una storia, ad un racconto che ha un senso e che continua ad avere un seguito, sorprendersi in cammino lungo una strada che non si conosceva fin dall’inizio, ma che continuamente si apre davanti come se da sempre non potesse essere che quella. “Voltandomi indietro, rubo le parole ad Arturo Paoli, La forza della leggerezza (Romena, 2007), trovo con molta gioia che le svolte della mia vita sono state sempre guidate da Colui che chiamo l’Amico, e la sua voce costantemente mi avvisa: obbedisci, poi capirai”.

Riflessioni sulla preghiera si trovano nella Premessa, fatte proprio da chi la sente per sé come un inciampo, uno dei due ostacoli che gli impediscono di dirsi un credente: non sa “rivolgersi”, dice, “e la preghiera è invece proprio la potenza e possibilità del credente di rivolgersi a Dio, di dargli del <tu>, l’arbitrio meraviglioso della creatura che risale alla sua origine e l’interroga, la chiama, la scuote dalla sua distanza”. Rivolgersi dice il movimento della Maddalena che si sente chiamare per nome, <Maria>, con un tono di voce per lei inconfondibile, ma anche quello di Gesù interpellato dai due discepoli di Giovanni con le parole che Egli aspetta di sentirsi rivolgere da ogni creatura, <Maestro, dove abiti?>; rivolgersi dice la possibilità e la volontà di uscire da sé, dal proprio mondo conosciuto e sicuro, per entrare in un altro sconosciuto che solo può farci conoscere chi siamo, e pregare è rivolgersi al Diverso, allo Sconosciuto per eccellenza, “perché è dio che chiama per primo” ed è proprio della creatura essere in ascolto di una voce nella quale è il senso del proprio esistere. La preghiera, sottolinea De Luca, comporta per l’orante la separazione dal resto della specie e del creato (chiamare-rivolgersi indica un rapporto di un io con un tu, non con una folla); ecco perché Dio porta gli Ebrei (Israele amato e coccolato come un figlio) nel deserto, e penso ogni creatura nel tempo e nello spazio di deserto fatti per lei, perché quello è il luogo dell’incontro, il luogo fisico della preghiera.  Nel verso del Salmo De Luca legge un doppio spostamento: “quello del popolo che segue la via maestra del deserto e quella di dio che si sposta anche lui per andare. Ha rinunciato ad essere dappertutto (“Dio si mise da parte/ed ebbe inizio il mondo”)per fare posto alla creatura e al creato, perciò anche lui deve raggiungere il confine per incontrare i suoi: il silenzio di Dio è il suo ascolto, chi prega lo raggiunge”. L’uomo che raggiunge Dio nel suo silenzio riesce a porsi nell’ottica stessa di Lui, a vedere la realtà abbracciata da un suo gesto di tenerezza: “All’alba di ogni giorno”, dice Arturo Paoli che a 95 anni non parla della pesantezza della vita ma esalta la  forza della leggerezza, “quando vedo il cielo che da nero, impenetrabile, si trasforma in azzurro, mi pare che una grande coperta di tenerezza avvolga l’umanità”.

Dopo la premessa Nocciolo d’oliva è composto di due parti: la prima in cinque brevi capitoli vede altrettanti momenti della storia di Gesù, dall’Avvento all’Ascensione: delicatissimo quello dedicato alla Vergine la cui esistenza è tutta riassunta nell’<Eccomi> che, dall’Annunciazione fino alla Croce, segna inconfondibilmente la sua presenza nel vangelo di Luca. Di straordinaria intensità il capitolo Dal fresco di una  cantina di un sepolcro in cui è lo stesso Gesù a rivedere in brevi flash la sua storia, ricapitolata nella morte-resurrezione, da un’ottica particolare, quella della vita terrena ormai conclusa, che permette riflessioni sulla inutilità delle rivoluzioni violente e sul potere assoluto dell’amore. Dall’alto della croce Egli ha potuto guardare Roma, che, dice, “cadrà non perché vinta, ma perché avvinta da amore, per contagio di amore tra i suoi cittadini, disarmata dentro. A vederla da questo piccolo punto del tempo sembra una cosa visionaria, ma al mondo solo le cose visionarie, a più alto livello di sogno, hanno forza di compiersi”. Se il metro di giudizio è il livello di sogno, si capisce chi, al di là di successi provvisori, avrà la vittoria finale tra Gesù e Barabba, tra Israele e l’Egitto, tra la speranza e l’ottimismo: “L’Egitto, terra inzuppata d’acqua, di canali, conta sulla ricchezza della sua superficie; Israele dipende dalle piogge dal cielo e ad esso si affida. Gesù dipende da Dio, Barabba dalla fortuna provvisoria di un’ora che oggi gli risparmia la vita e domani schiaccerà l’insurrezione”.

Nella seconda parte, dopo il capitolo Nocciolo d’oliva di cui ho parlato, l’Autore ripercorre l’Antico testamento: inizia da Bereshit, In principio, esaltando il potere creatore della parola: “noi che siamo utenti, praticanti passivi del dono di una lingua, stentiamo ad intendere l’inaudita potenza di questo strumento, lo consideriamo semplicemente un meccanismo per comunicare, ma in principio Elohim è solo, dire è direttamente il suo creare”. Ed aggiunge: “Ogni poeta imita in infinitesima quota l’uso della parola da parte di Dio”.
Il Suolo, la terra da custodire come “scrittura tramandata” (uno solo è il verbo, shamar, usato per dire l’osservanza dei comandamenti e la custodia della terra) fornisce a De Luca lo spunto per tornare al lettore della Scrittura al quale è affidato il compito di riunire ciò che l’uomo ha diviso, la terra e il cielo: “leggere la scrittura sacra, leggerla piano, sentire il proprio fiato dire avad (terra) e shamar (custodire, osservare) e ricucire in sé per un momento l’abisso che li separa”. Col ricordo di Adamo ed Eva, I due sessi, ha inizio una galleria di personaggi, da Caino a Giona, che sfilano davanti ai nostri occhi nella loro umanità resa inconfondibile dal rapporto particolare con il Creatore al quale non si può sfuggire né mentire: è gelosia quella di Caino che giunge ad esserne così accecato da attribuire a Dio un’ingiustizia nelle preferenze; è forte senso dei propri limiti quello di Geremia, come quello di Mosé, troppo giovane l’uno, balbuziente l’altro, eppure scelti e mandati a parlare con il sicuro sostegno della fede in una promessa: <Io sarò con te>; è paura quella che attanaglia Giona e lo spinge lontano, in altra direzione, nel vano tentativo di farsi dimenticare mettendo il mare tra lui e la terra a cui era stato mandato.

Tre capitoletti concludono il Libro: nel primo, Il verbo dell’aurora,  commentando il salmo 63, De Luca ricorda che in ebraico una sola parola, shahàr, indica cercare e aurora, e dice:“Davide cerca Dio, come un ammalato che veglia di notte e aspetta un sollievo dallo schiudersi del giorno, dallo  scardinamento del buio da parte dell’aurora”. Nel secondo, Il racimolo, le parole del Siracide, “quanto a me, l’ultimo, sono stato come colui che racimola dietro i vendemmiatori”, danno allo Scrittore l’opportunità di riflettere sul motivo del continuare a leggere e commentare le Scritture. “Ognuno di noi che sfoglia le Scritture sacre è l’ultimo venuto tra i lettori; ognuno di noi passa tra quelle righe come tra vigne già spogliate, che non ci appartengono ma alle quali veniamo ammessi perché, da ultimi, siamo i più poveri. Eppure un resto di saggezza è ancora a portata di raccolto per chi percorre attento i passi che i vendemmiatori e le generazioni precedenti hanno percorso. Anche all’ultimo lettore è dato di aggiungere la sua nota in fondo all’infinito commento. E può partecipare dello stupore di Siracide: <Come il vendemmiatore anch’io che sono solo un lento racimolatore, ho riempito il tino>”.
Nell’ultimo capitoletto, Annunci da finimondo, lo Scrittore vede la fine, svincolata dalle previsioni catastrofiche proprie di millenaristi e simili, come un fatto naturale, “A me pare che ogni giorno sia utile per smetterla, da solo o tutti insieme, e togliere il disturbo dal pianeta”, e ricorda un verso di J. Brodskij, <cara, la vita senza noi è pensabile>, non come gesto elegante di allontanarsi dalla vita, ma come “modo utile per dare peso ai giorni, ricordando che si è frutto gratuito, dono, aggiunta, ricchezza e spreco, lusso e miseria del creato e che ogni vita lo è”. Il ricordo costante della fine è necessario per non rischiare di “prendere possesso della realtà nella quale si è forestieri, di attaccarsi ad una vita che non ci appartiene” e De Luca dice il suo modo di non dimenticare (sottolinea che non è un consiglio): “A me fa bene  tenermi compagnia con le scritture sacre, dove i profeti gridano a perdifiato da migliaia di anni le prescritte disposizioni di chiusura del mondo. Affido la supplenza di tenermelo a mente, quel giorno, a un libro stracarico di anni e di esperienza, a un verso che mi fa la grazia di essere arrivato fino al mio tempo senza compiersi per una pazienza che non so capire.
Finché ogni giorno posso stare anche su un solo rigo di quelle scritture, riesco a non mollare la sorpresa di essere vivo
”.
Forse il ricordo di queste riflessioni mi ha fatto gustare particolarmente un canto che i giovani di azione cattolica hanno intonato in Chiesa domenica: “Tu Dio, che conosci il nome mio, fa’ che ascoltando la tua voce, io ricordi dove porta al mia strada, nella vita, all’incontro con te”.
Sì, l’ascolto della parola di Dio riporta a ciò che veramente conta, al di là delle apparenze superficiali che rischiano di attirare e monopolizzare l’attenzione, i sassi lungo la via, gli inciampi posti da chi procede accanto a te, le mille e mille difficoltà del quotidiano tratto di strada, la parola di Dio ascoltata mi ricorda, con la sicura certezza della fede, che la mia esistenza e quella di ogni altra creatura non va verso la morte ma verso la vita, verso l’incontro con il Creatore-Padre-Salvatore, e De Luca, credente o non, mi aiuta  a mantenere accesa questa passione per la Scrittura.

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