UNA FAVOLA, TRE RACCONTI

-E dai, zia, raccontami una favola. Poi  vado a letto, te lo prometto-.
Elisabetta è ormai pronta per la nanna, sembra una bambola nel pigiama azzurro a fiorellini bianchi e rosa: mette la mano sul petto per dare forza alla sua promessa e guarda la zia con il solito sorriso accattivante e l’espressione intensa degli occhi verdi che fanno capolino tra folte ciglia nere.
Ogni sera la stessa storia, senza racconto niente da fare, la piccola, cinque anni appena, è irremovibile come i riccioli neri ribelli a qualunque tentativo di tenerli in ordine: anche quando sono stretti in una grossa coda di cavallo o in due belle trecce, durano poco e ci si ritrova di fronte la bambina con i capelli che vanno per conto loro. La sorella gliel’ha affidata per alcuni giorni, mentre è via per lavoro con il marito, e lei se ne prende cura di sera, quando torna dall’ufficio: durante il giorno, dopo l’asilo, è la nonna ad occuparsene, impegnandola con giochi in casa oppure, quando il tempo è bello, alla villa comunale: -i cigni del laghetto mi aspettano-, dice Elisabetta, con aria di importanza.
-E va bene: quale ti racconto? Ma poi vai a letto-, aggiunge Mariana con tono che vorrebbe essere fermo.
-Quella di Cenerentola-.
-Quella di Cenerentola? Ma se la sai a memoria. Te la racconta sempre la mamma e anche la nonna: appena ieri l’ho sentita che parlava di sorellastre, di un principe e di una scarpetta di vetro … –
-E’ vero, ma non è la stessa favola-.
-La mamma non ti racconta di una bella bambina che rimane sola col papà dopo la morte della mamma e che …-
-sì, proprio così, il papà si sposa di nuovo con una signora che aveva due figlie brutte ma proprio brutte brutte …-
La smorfia di Elisabetta, col viso imbronciato, la fronte corrugata e gli occhi chiusi con forza, fa pensare alla bruttezza come a qualcosa di ridicolo più che di brutto.
-Vedi, la conosci nei minimi particolari: la matrigna e le sorelle non erano solo brutte ma anche cattive ed erano invidiose di quella bella bambina e la costrinsero…-
-ma sì, a fare le faccende di casa, a spolverare, a lavare i pavimenti e a stare sempre in cucina, seduta vicino alla cenere del focolare …-

Elisabetta si accoccola sul tappeto, stringendosi al petto il suo Ciccio, il grande orso di peluche che il papà le ha portato da uno dei suoi viaggi, quasi per difendersi e difenderlo da un pericolo.
-e così finirono per chiamarla Cenerentola- aggiunge Mariana, sollevando la bambina da terra e facendola sedere sulle sue ginocchia.
-La nonna la chiama Culincenere-, dice Elisabetta con un sorrisetto che vuole essere malizioso, -ma mi ha assicurato che è la stessa cosa, proprio così…-
-Vedi che ho ragione. Che gusto c’è a sentire sempre le stesse storie?-
-Ma zia, non sono le stesse, cioè no, sono le stesse ma sono diverse…-
Elisabetta non è convinta della sua spiegazione: corruga la fronte ed assume un’aria preoccupata come di fronte a qualcosa difficile da far capire.
-Ma che dici, Elisabettina-, dice Mariana, guardando attentamente la piccola e seguendo ora le sue osservazioni con interesse, -come può essere?-
-Non lo so, zia, ma la tua è un’altra Cenerentola, diversa da quella della nonna, che piange seduta sulla cenere e viene la fata con il vestito azzurro con tante stelle e la bacchetta magica, ed anche da quella di mamma …-
-Perché? Che cosa fa  quella della mamma?-
-Piange anche quella, seduta sulla cenere, ma chiama sempre la sua mamma e la sua mamma torna e la fa andare al ballo ma le sue sorelle e la matrigna non lo sanno perché non ci sono quando viene la mamma di Cenerentola …-

Mariana guarda la nipotina con attenzione: una favola, tre letture diverse, quella della mamma, quella della nonna e quella della zia. Elisabetta, ha capito in pratica qualcosa che non sa spiegare, qualcosa su cui i grandi discutono pensando di aver fatto una grande scoperta: ogni lettura è una nuova scrittura, ciascuno mette qualcosa di suo, accoglie le vicende del libro ma dà anche una parte di sé, rispondente  ad esperienze, sensibilità, gusto, che sono personali.
Sorride mentre aiuta Elisabetta ad andare sotto le lenzuola con il suo orsacchiotto stretto tra le braccia: le fa una carezza, allontanando dal viso i ricci neri sparsi sul cuscino, e comincia a raccontare la sua Cenerentola a due grandi occhi verdi sognanti nell’attesa.

– C’era una volta, tanto, ma tanto, tanto tempo fa, una bambina bella e buona di nome Maria che viveva con la sua mamma ed il suo papà in una casa in fondo al bosco, circondata da grandi alberi: sui loro rami avevano fatto il nido passeri, pettirossi, cinciallegre, e sul tronco avevano scavato le tane piccoli roditori, scoiattoli dalla lunga coda, marmotte dal pelo morbido e lucido.
Gli animaletti non avevano paura della bambina, si avvicinavano a prendere dalle sue mani pezzetti di pane e si lasciavano anche sfiorare da qualche carezza.
In primavera gli alberi indossavano i loro abiti più belli per festeggiare il risveglio dal lungo sonno invernale, foglie verdi di forme diverse coprivano i rami, fiori rosa, bianchi, gialli, sbocciavano a mazzi, in estate poi si caricavano di frutti saporiti che la bambina coglieva ringraziando i suoi amici alberi dei loro doni … – 
Gli occhi di Elisabetta si sono chiusi lentamente, le braccia serrate intorno a Ciccio allentano la presa: chissà quali mondi si spalancano dietro le ciglia nere sigillate, avventure alle quali la bimba pare consegnarsi fiduciosa con l’espressione serena del volto ed un sorriso appena accennato. Mariana non ha il tempo per la sua Cenerentola e si chiede se il ballo non potrebbe essere una festa tra compagni di scuola ed il giovane principe il ragazzo più ammirato, e se l’aiuto a Cenerentola non potrebbe venire dall’esperienza di una zia-madrina che si occupa di lei nel poco tempo libero e le vuole tanto bene.

Tita Ferro

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