a cura di una PIETRA DI SCARTO

Penso al nero e vedo, sento il profumo di un bel piatto di spaghetti al nero di seppia o di un risotto al nero di seppia, che si possono gustare in un ristorantino in riva al mare, con il rumore delle onde come musica di sottofondo e il piccolo gruppo di amici. Per me, donna impegnata in cucina oltre che in attività culturali, il nero non può che richiamare inizialmente un piatto che è possibile gustare in una -città di mare- come Reggio: anche se questa non è una ricetta tipica del posto, come gli involtini di pescespada per esempio, è sempre ben accolta in famiglia e dagli amici.

Per i miei spaghetti al nero di seppia, anzitutto stacco delicatamente le due sacche con il nero e le tengo da parte; preparo il sugo di calamari tagliati a striscioline insieme ai loro tentacoli e cotti per dieci minuti in un trito di cipolla imbiondita nell’olio (io non uso i pomodori che alterano il sapore) e verso il liquido nero negli ultimi due minuti, dopo aver -aggiustato di sale-: condisco gli spaghetti cotti al dente con questo sugo e finisco il piatto spolverando con un trito di prezzemolo, a crudo, per mantenerne tutto il profumo.

Ma la -patita di scrittura- che è in me lascia subito la cucina e i fornelli anch’essi neri, detto per inciso, e ricorda il nerofumo,  la polvere finissima di carbone usata per fare inchiostri e tinture (anche lucido da scarpe, però!) e il neretto, carattere di stampa più scuro e rilevato, quello che sto adoperando talvolta anche in questo testo per evidenziare le parole che più richiamano l’argomento. Mettere nero sul bianco è un modo per indicare l’atto dello scrivere: la paura nasce dal foglio bianco ed è vinta dal nero dei piccoli segni misteriosi che traducono pensieri, sentimenti, immagini e idee, preservandoli dall’oblio (ma nero è anche l’oblio stesso, il –pozzo nero– del “tempo perduto”, quello che la memoria non riesce a <salvare>, il pozzo dove cigola la carrucola montaliana, nel tentativo di riportare a galla  un volto, evanescenti labbra).

Per Rubén GALLEGO, invece,  la scrittura è, nella fase iniziale, un allinearsi di lettere bianche sullo sfondo nero del soffitto, donde il titolo del suo famoso libro autobiografico, Bianco su nero, (ed. Adelphi), in cui ha raccontato l’agghiacciante storia di un’infanzia passata in orfanotrofi e ospizi dell’Unione Sovietica: cerebroleso alla nascita,  è stato ritenuto ritardato mentale oltre che fisico ed abbandonato. Dice in una nota introduttiva accanto al titolo:

Solo lettere, lettere sul soffitto, lettere bianche che strisciano lente su uno sfondo nero. Cominciarono ad apparirmi la notte, dopo uno dei miei soliti attacchi di cuore. Potevo spostarle lungo il soffitto, quelle lettere, allinearle e formare parole e frasi. E al mattino non mi restava altro che annotarle nella memoria del computer.

Ma Rubén ama il nero, nero come la sua pelle (tante volte si è sentito dire che sua madre era una “troia negra”), nero come la sedia a rotelle elettrica che gli permette di muoversi con relativa indipendenza: il nero è addirittura per lui il colore della lotta e della speranza, anche della scrittura che gli consente di ottenere un giusto riconoscimento di sé e la libertà di vivere e di comunicare. Nell’ultimo capitolo del libro, intitolato Nero, così conclude:

Come sempre nella vita ad un periodo bianco ne segue uno nero, dopo un successo vengono le delusioni ……. Mi auguro sinceramente, desidero con tutte le mie forze che il mio periodo nero continui il più possibile, che non diventi bianco…. Il bianco è il colore dell’impotenza e della dannazione, il colore del soffitto d’ospedale e delle lenzuola. Cura e tutela garantite, silenzio e quiete: il nulla. Il nulla della vita d’ospedale che scorre all’infinito. Il nero è il colore della lotta e della speranza, il colore del cielo notturno, lo sfondo fermo e nitido dei sogni, delle brevi pause fra gli intervalli diurni, bianchi e sterminati, delle infermità fisiche. E’ il colore del sogno e della fiaba, il colore del mondo dietro le palpebre chiuse. Il colore della libertà, il colore che ho scelto per la mia sedia a rotelle elettrica. E quando passerò a mia volta in mezzo alla schiera di affidabili, asettici manichini in camice bianco e arriverò finalmente al mio capolinea, alla mia personale morte eterna, dietro di me resteranno soltanto lettere d’alfabeto. Le mie lettere, le mie lettere nere su sfondo bianco. Lo spero.

Ho voluto cominciare con il ricordo di Rubén Gallego perché le suggestioni del nero nella letteratura, sono spesso di segno contrario, anche quelle della letteratura religiosa (certo limitatamente alle mie conoscenze!), se si eccettua il nero del caos iniziale, infinita possibilità che prelude, nel racconto del Genesi, alla creazione del mondo: nero è, per fare un esempio, il terzo dei quattro cavalli che appare in una delle visioni di San Giovanni nell’Apocalisse:

Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: «Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati».

Emblematico di una lunga serie di esempi in letteratura si può considerare l’urlo nero, ma sì, quello della madre nella lirica Alle fronde dei salici di Salvatore QUASIMODO, in cui la potenza espressiva di immane disperato dolore dell’urlo, un singolare che pare prolungarsi all’infinito, è accresciuto dalla sinestesia, che fa vedere l’urlo oltre che udirlo, sottolineando la crudezza di quell’andare incontro al figlio/ crocifisso sul palo del telegrafo: forse l’Urlo di Edvard Munch potrebbe render visivamente la potenza di quell’immagine poetica.

Inquietante nell’Assiuolo di Giovanni PASCOLI, è il misterioso nero di nubi da cui provengono lampi come soffi (non il muoversi di freddo vento ma lo sbuffo caldo, arido),  che anticipa il pianto di morte con cui si conclude la lirica: la sinestesia frequente in questo autore, tende ad accrescere, unita al colore nero, il senso di inquietudine, di mistero come minaccia incombente, sottolineata dalla voce onomatopeica chiù. Altrettanto misterioso il campo sempre pascoliano mezzo grigio e mezzo nero dove c’è un aratro abbandonato prima che abbia completato il suo lavoro, in cui il Poeta legge una significativa metafora  dell’abbandono.
Nero dunque in questi esempi allude ed evoca abbandono, morte, ed anche storie vissute tragicamente, quale fu la vita stessa del Pascoli, almeno per quello che egli raccontò. Non si discosta Arthur Rimbaud che, nel –colorare- le vocali, assegna il nero alla a, nero lucente ma del peloso corpo di mosche posate su crudeli fetori:

                                     A nera, E bianca, I rossa, U verde, 0 blu: vocali!…
                                     A, nero vello al corpo delle mosche lucenti
                                    che ronzano al di sopra dei crudeli fetori …

Anche nel famosissimo romanzo Il rosso e il nero di STENDHAL, il simbolismo dei due colori è un buon punto di partenza per comprendere i molteplici significati del libro: il rosso, infatti, evoca il sangue del crimine, la passione, e si lega al nero del dolore e della morte. Ma altre interpretazioni sono state date ai due colori: nero sarebbe il colore dei vestiti del seminarista Julien Sorel, mentre rosso il colore degli abiti militari, carriera verso la quale egli cova un’ambizione segreta; rosso e nero potrebbero alludere al gioco d’azzardo, in cui il protagonista si lancia puntando su uno dei due “colori” nello scopo di raggiungere i suoi sogni di ascesa sociale. “In una ulteriore interpretazione dei due colori il rosso sarebbe quello della rivoluzione francese, presente nel tricolore, e del sangue versato sulla ghigliottina …  mentre il nero alluderebbe alla Restaurazione ad essa succeduta”.

Ma il testo che meglio associo a questo colore è L’opera al nero di Marguerite YOURCENAR, scritto nel 1968: la Yourcenar ha costruito una trama adatta ad un destino infelice, quello del –diverso- in innumerevoli aspetti della vita quotidiana, dalla sessualità alla religione, alla cultura, finanche alla stessa spiritualità.

Il titolo del libro si riferisce alla vita in nero, tra Cinquecento e Seicento, di Zenone Ligre, di nobili origini ma ignorato persino dai familiari, alchimista dotato, monaco mancato e medico eretico, una vita, cioè, nascosta ai più, in questo senso  un’opera al nero: in un’epoca in cui l’Inquisizione agiva con ferocia, a testa alta, sicura di imporre la -giustizia-, Zenone è uno spirito libero che ha il coraggio o l’imprudenza di seguire i suoi desideri ma può farlo solo all’oscuro, trascinando la sua vita da una terra all’altra, fino a quando viene catturato, torturato e arso.

Anche nei romanzi di Grazia DELEDDA le tinte scure, buie, cupe, prevalenti sugli altri colori nella descrizione sia dei luoghi che dei personaggi, sono una metafora delle tristi condizioni di vita, sfondo di passioni impossibili e di fatti tragici, segnalano spesso  l’approssimarsi di sciagure e catastrofi: il nero colora anche gli oggetti che annunciano dolore e sofferenza, come nei seguenti esempi tratti da racconti della scrittrice:

Questa notte ho sognato di ricevere una lettera listata di nero. Non so che c’era scritto, non arrivai a leggerla, perché mi pareva che ci avessi gli occhi malati…..
L’ultima notte egli aveva sognato di ritrovarsi nella casa dello zio prete…:stava seduto su una cassa nera, e qualche cosa di triste doveva accadergli.
Trasse un piccolo rosario nero con la crocetta di metallo e glielo versò piano piano sulla mano come ad una bambina …. Il prete abbracciava un Cristo nero e sanguinante che stava sul pulpito, … Gesù Cristo steso crocifisso, scolpito e messo su una croce di legno nero.

Nel romanzo Elias Portolu la DELEDDA descrive la futura suocera di Pietro come una vedova magra, alta e rigida col viso terreo avvolto in una benda nera. E Maddalena, stessa in lutto per la morte del marito già vestita da vedova (la veste nera la rendeva graziosa). E in Marianna Sirca ancora un esempio significativo: Ecco che anche lui arrivava: era a cavallo, indossava il cappottino da lutto dei vedovi, e il velluto nero del giubbone faceva risaltare anche da lontano il pallore giallognolo del suo viso scarno circondato da una rada barbetta scura a punta.
Ma oltre a fungere da segno di lutto, il colore nero era utilizzato, penso lo sia anche oggi, in tutti i capi di vestiario della popolazione sarda, sia femminile che maschile, come dice ancora la Deledda nella Raccolta delle tradizioni popolari e in vari racconti. E anche i bambini, in alcune circostanze, indossavano abiti erano neri: veramente era la mamma a vestirla ogni mattina perché a lei, così piccola, non riusciva ancora di infilarsi il giubboncello nero dalle maniche strette.
Penso ancora al nero ed ecco il ricordo di un altro libro, l’autobiografico  Il velo nero di Rick MOODY (Bompiani), in cui l’Autore rievoca il passato anche se, come dice lui stesso, rievocare i propri misfatti è opprimente: le sue memorie vanno, infatti, dalla fanciullezza sino ai vent’anni, quando fu ricoverato in una clinica per disturbi mentali in preda a depressione, paranoia e alcolismo. Il riferimento principale,  sin dal titolo, e tema che torna in vari capitoli, è il racconto di Nathaniel HAWTHORNE, Il velo nero del pastore, che narra di un Pastore il quale decide di celare il proprio volto dietro un velo nero, assillato da quei tristi misteri che noi celiamo a coloro che più ci sono cari e più vicini e che vorremmo nascondere alla nostra stessa coscienza. E guardando dietro il proprio metaforico velo nero, finisce per parlare dei –veli neri– dell’America di ieri e di oggi.

Ma che si è messo sul volto, il buon pastore Hooper?- si  chiese  stupito  il  sacrestano.

Tutti quelli che lo udirono si voltarono immediatamente e scorsero il signor Hooper che, lento e immerso nei propri pensieri, avanzava verso la chiesa … Nel suo aspetto non vi era che una cosa notevole. Stretto attorno alla fronte gli pendeva davanti alla faccia un velo nero, che era mosso dal respiro del pastore … e diffondeva un’ombra scura su tutte le cose, viventi o inanimate… La voce di qualche inspiegabile fenomeno aveva preceduto l’ingresso del pastore nella chiesa ed eccitato l’intera congregazione … Ma il signor Hooper non parve notare la commozione dei suoi fedeli. Entrò con passo quasi silenzioso, curvò leggermente il capo in direzione dei banchi ai due lati, … sempre col velo nero che gli intercettava lo sguardo. Il misterioso emblema non fu mai sollevato…

Per allentare il clima tragico che il nero assume in questi romanzi, preferisco ricordare un altro tipo di letture, I misteri della jungla nera di Emilio SALGARI, per esempio, in cui il nero allude a mondo intricato, sconosciuto, luogo di avventure, tutto da scoprire: certo in esso avvengono anche riti sanguinari e le passioni vi si scatenano allo stato istintivo, brutale, i Thugs e le tigri la fanno da padroni, ma la jungla nera è anche il teatro delle gesta di uno degli eroi della mia adolescenza, Sandokan, è lo sfondo del suo amore per la bellissima Perla di Labuan, su cui mi piaceva fantasticare quando ancora non c’era la televisione e potevo dare ai miei eroi i volti di persone da me conosciute o immaginate, allontanandomi anche dal testo e modificando le avventure senza soluzione di continuità.

ZOOMDalle gesta del mitico Sandokan alla vita avventurosa di Ann Elizabeth, protagonista di Orchidea nera di Eva RUTELAND (Sperling Paperback), che vive una storia straordinaria  nell’America razzista degli anni trenta. Eva che appartiene ad una famiglia nera benestante di Atlanta, è una -preziosa orchidea-, anche se nera, e può vivere il -colore della pelle- senza problemi. Quando scoppia la guerra e arriva in città l’affascinante pilota Rob Metcaff, anche lui nero ma di origini modeste, Elizabeth se ne innamora, lo sposa e lo segue in Alabama alla base aeronautica. Il lungo racconto della loro storia privata si intreccia con le vicende dell’America e con decenni di storia di lotte per i diritti civili.

Ma Orchidea nera è anche il titolo di un famosissimo film con Sophia Loren che per questa interpretazione ebbe la Coppa Volpi come migliore attrice alla mostra di Venezia del 1958. La storia di Rosa Bianco sembrava scritta su misura per il viso e l’interpretazione della Loren: rimasta vedova in giovane età con un figlio decenne, Ralphie, dopo la morte del marito ucciso nel corso di un conflitto tra gangsters, Rosa deve affrontare molte difficoltà prima di potersi rifare una famiglia con Frank Valente, anche lui italiano.
A storie di avventure si richiama il romanzo di Alexandre DUMAS PADRE, Il tulipano nero, fiore raro, scelto come simbolo della lotta per la giustizia contro la tirannia dei potenti.

Con il romanzo di Dumas sono –imparentati- (ma il periodo storico è diverso!) Il Tulipano Nero, il cartone giapponese (che avrebbe forse dovuto chiamarsi più propriamente La Stella della Senna, soprannome di Simone Loraine, vera protagonista del cartone) e il famoso film di Christian-Jaque, La Tulipe noire, del 1964, un divertente film avventuroso a cui l’interesse è assicurato dalla  recitazione dell’affascinante e spregiudicato Alain Delon: nella Francia del 1789, sotto le mentite spoglie del Tulipano nero, il giovane Julien de Saint Preux deruba ai ricchi aristocratici. Quando la polizia comincia a sospettare di lui, Julien si unisce ai sans-culottes e attacca la Bastiglia.

Dal nero tragico, al nero avventuroso e allegro, per passare al nero motivo di presa in giro e di divertimento: il gatto nero della deliziosa canzoncina per bambini, Volevo un gatto nero, di Franco MARESCA, del 1969, non è certo il gatto che alcuni superstiziosi dicono porti male e che cercano di evitare in tutti i modi se lo incontrano per strada: tutt’altro, è un gatto desiderato e richiesto come oggetto di scambio.

     Un coccodrillo vero,/ un vero alligatore / ti ho detto che l’avevo/e l’avrei dato e te.
     Ma i patti erano chiari:/ il coccodrillo a te/  e tu dovevi dare/ un gatto nero a me.
     Volevo un gatto nero, nero, nero,…/ mi hai dato un gatto bianco/ed io non ci sto più/
     con te non gioco più……/ma insomma nero o bianco/il gatto me lo tengo/e non do niente a te.

Famosissime negli anni 60, furono anche due canzoni: la prima  interpretata da Edoardo Vianello: I Vatussi, gli altissimi negri, che vivono nel Continente nero e si danno i baci più alti del mondo, e la spassosa, Sei diventata nera, nera, nera, dei Los Marcellos Ferial:

Sei diventata nera, nera nera / sei diventata nera come il carbon. Distesa ogni giorno tra il mare e la sabbia/ dal sole che scotta ti lasci bruciar / sul naso e sulle spalle sei pelata/ ….. di giorno ti vedo di sera però /  purtroppo se non c’è la luna piena/  non ti distinguo perché /  sei diventata nera, nera, nera, sei diventata nera come il carbon.
                                                    
Lasciando da parte Furia, cavallo dell’West, che beve solo caffè per fare il suo pelo più nero, motivo che mi richiama Alberto da piccolo con il suo inseparabile giradischi, ricordo invece la canzone dei Garibaldini, Era una notte nera nera, di cui ho trovato il testo su internet: ne riporto una parte (era una delle canzoni in voga tra gli universitari, quelli dei miei venti anni!!!!).

Era una notte nera nera / Soffiava il vento e la bufera… / Garibaldin, riman lassù… Piano piano Garibaldino / Cerca di usare la precauzione, /scendi a valle dai burroni / che il nemico ti sta aspettar….

Ed a questo punto non è fuor di luogo ricordare un’altra canzone, la famosa  Faccetta nera del sognato impero fascista, dove il nero è unito al diminutivo per una forma di … -captatio benevolentiae-

E’ una marcetta che sarebbe allegra se non ricordasse un  periodo davvero triste e la presunzione che si possa esportare cultura e civiltà, specchietto delle allodole che nasconde le vere intenzioni di affermazione del proprio dominio.:

Faccetta nera, /bell’abissina,/aspetta e spera/che già l’ora si avvicina/quando saremo/insieme a te,/noi ti daremo/ un’altra legge e un altro Re …..Faccetta nera, piccola abissina/ti porteremo a Roma, liberata / dal sole nostro tu sarai baciata,/sarai in Camicia Nera pure tu./Faccetta nera, tu sarai Romana / la tua bandiera sarà  quella italiana!/ Noi marceremo insieme a te/E sfileremo avanti al DUCE e avanti al Re!
 
E per associazione di idee ecco una foto delle tristemente famose Camicie Nere, dette anche”squadre d’azione” (da cui il termine squadrismo), le milizie armate di cui si servì Mussolini dal 1919 per contrastare con cieca violenza il movimento socialista e operaio. Tollerate e sostenute da agrari, industriali e vasti settori della piccola borghesia, che temevano la vittoria delle forze di sinistra, furono protagoniste della marcia su Roma (1922) e costituirono in seguito l’ossatura della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, fondata nel 1923.

Ma voglio mettere da parte faccette, berretti, pon pon, camicie nere e quant’altro: mi richiamano il simbolo della morte, il teschio, in genere rappresentato come nero.

Mi distraggo con internet dove trovo che nel Mondo occidentale, il nero solitamente è usato con connotazioni negative: è la bandiera del pessimismo (umore nero), della preoccupazione (in San Martino di G. Carducci, un cacciatore vede stormi di uccelli neri /come esuli pensieri, ma li vede tra rossastre nubi nel vespero migrar: si sa che  il rosso di sera è manzonianamente augurio di più sereno dì), è indicativo di colpa (anima nera), di malattia (la peste veniva chiamata la morte nera), e di sciagura: un giorno nero in genere è un giorno triste o tragico, settembre nero in Giordania, un mese in cui centinaia di persone furono uccise).
Il nero invece può avere anche significati diversi da quelli che ha assunto nel mondo occidentale: nelle tribù Masai del Kenya e in Tanzania, per fare solo un esempio, il nero è associato alle nuvole che portano la pioggia, diventando un simbolo di vita e prosperità; i Giapponesi non ne hanno paura, lo dimostrano i loro vasi, dipinti, candele, pareti, abiti, lacche, mobili; per loro il colore del lutto è invece il bianco; nell’antica Cina, il nero, simbolo del Nord e dell’Acqua, era uno dei cinque colori principali.
Ma anche noi occidentali immaginiamo bianchi gli spettri, , non neri!
Anche nei modi di dire non sempre il nero è associato al negativo: si può star tranquilli se un conto bancario è in nero, significa che il conto in questione non ha debiti, essere “in rosso” significa invece avere dei debiti: nella contabilità tradizionale, infatti, gli importi negativi, come le perdite, erano scritti con inchiostro rosso, e gli importi positivi, come i profitti erano scritti con inchiostro nero. Ma un pagamento o un lavoro in nero significa senza registrazione, cioè fatto in modo da poter evadere le tasse.

Nero può anche essere usato senza indicare un giudizio: per esempio, nelle discussioni, dire bianco al bianco e nero al nero indica esigenza di chiarezza e di verità.
La fumata nera indica la mancata elezione del un nuovo papa durante il Conclave. La fumata nera si ripete alla fine di ogni sessione di scrutini, se nessuno riceve i due terzi delle preferenze e la votazione è considerata nulla.

Il nero spesso simboleggia ambiguità, segretezza, e ciò che non si conosce: così un progetto nero è un progetto riservato, come la decriptazione del codice Enigma, o operazioni segrete della polizia. Alcune organizzazioni sono chiamate nere quando mantengono un profilo riservato, come le società anonime, e le società segrete.

Nero è usato spesso, nella cultura occidentale, per riferirsi ad una persona di pelle nera, un termine diventato oggi frequente ma, sempre più spesso, senza il significato negativo che aveva anni fa.

Nelle scienze il termine buco nero viene applicato alle stelle collassate. In fisica un corpo nero è un oggetto che assorbe tutta la radiazione elettromagnetica incidente (e non ne riflette).

Il nero ha un significato particolare nello sport: nel calcio gli arbitri tradizionalmente vestono una casacca completamente nera, nell’automobilismo, una bandiera nera segnala che un certo pilota deve ritirarsi dalla corsa, nel ciclismo la maglia nera era il simbolo dell’ultimo classificato al Giro d’Italia.

Ma un momento!

Esiste anche il mar Nero: cerco su internet e trovo che:

l’antica definizione greca pontos euxeinos (mare ospitale) è probabilmente un eufemismo. La denominazione moderna, invece, deriva dal turco: in turco il Mar Nero si chiama ‘Kara Deniz’ (=mar nero), mentre il Mare Mediterraneo si chiama ‘Ak Deniz’ (=mare bianco). Orbene, i colori ‘nero’ e ‘bianco’ avevano, nell’antica tradizione turca, il significato di ‘settentrionale’ e ‘meridionale’, rispettivamente, sicché i nomi ‘Kara Deniz’ e ‘Ak Deniz’ significano semplicemente ‘Mare del Nord’ e ‘Mare del Sud’ – in relazione alla Turchia naturalmente. Il nome ‘Mar Nero’, per il tramite della sua traduzione in francese (mer Noir), si è poi diffuso in tutta Europa nel corso del XVII e del XVIII sec. ed ha finito per imporsi.

E non esiste anche l’oro nero? Certo è il petrolio. Ma perché oro nero?

L’oro ha da sempre rappresentato una delle poche certezze a livello economico, dato che le continue guerre rendevano incerti sia il valore della moneta (a causa dell’inflazione) sia il possesso dei terreni (a causa delle conquiste). Ai nostri giorni ma già alla fine del secolo scorso … il petrolio è diventato l’unico mezzo per far muovere un’industria sempre più frenetica…, ma è un bene non rinnovabile (quindi una volta che sia stato consumato tutto non se ne può più produrre). Ecco l’oro nero

Ma lascio anche internet e concludo con il ricordo di due bei film: il primo è stato riproposto recentemente in TV, Vi presento Joe Blak, con il bellissimo, almeno così dicono, Brad Pitt e il bravissimo, lui sì, Anthony Hopkins, sui quali si basa quasi tutto l’interesse del film (L’argomento è quello che con ben altra profondità ha affrontato Ingmar Bergman ne Il settimo sigillo!).

Joe, rigorosamente vestito di nero e tristemente serio, è la morte che viene a prendere Bill, un imprenditore di successo, e crede di impaurirlo dicendogli che il tempo per lui è ormai finito, che i disturbi che ha avvertito sono segni della morte imminente. Ma Bill, con il suo comportamento deciso e per niente pauroso, riesce, nei giorni che Joe gli concede perché vuole sperimentare la vita sulla terra, a mettere a posto la sua azienda insidiata da un socio senza scrupoli, a riavvicinarsi alla figlia maggiore che aveva spesso trascurata, e a proteggere la figlia minore dallo stesso Joe che di lei si era invaghito.

L’altro è il bellissimo  2001 Odissea nello spazio, di Kubrik, in cui protagonista è un misterioso Monolito nero: il film presenta, è stato detto, “un misto di elementi scientifici (l’uomo alla conquista dello spazio), filosofici (il mistero dell’esistenza), modernistici (il computer che ha una coscienza propria), religiosi (il monolito nero è una forma di vita superiore a quella umana, potrebbe essere Dio), poetici (le lunghe e silenziose scene nello spazio al ritmo del valzer di Strauss)”. E’ un film che non si dimentica anche per la musica che sottolinea e spesso enfatizza momenti di particolare significato:

Quattro milioni di anni fa una delle scimmie in lotta  per impossessarsi di una pozza di acqua, influenzata da un misterioso monolito nero, inizia ad usare un osso come arma e riesce a sottomettere i suoi simili. Nel 1999 il misterioso monolito nero viene scoperto sepolto nel suolo lunare e 18 mesi dopo, nel 2001, un’astronave americana la Discovery, in missione su Giove intercetta il monolito. L’equipaggio è composto da tre ufficiali e da tre scienziati ibernati. A governare la nave è il sofisticassimo computer Hal9000 che però inspiegabilmente si ribella ed uccide tutto l’equipaggio tranne l’ufficiale Bowman che  riesce a disattivarlo.

L’ufficiale entra in contatto con il monolito nero e viene catapultato in un apparente mondo parallelo dove assiste al suo rapido invecchiamento, alla sua morte ed infine alla sua rinascita.

A questo punto dico: basta con il nero! E’ diventato una vera ossessione.

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