Le Braci di Sandor Marai
a cura di Giuseppina CATONE

Ho letto un libro tanti anni dopo averlo comprato. E’ proprio vero, i libri sono frutto di un’intuizione, di un momento, non si possono leggere a comando, non sono solo carta stampata. Questo libro è Le Braci dello scrittore ungherese Sandor Marai. Quando lo comprai mi ero lasciata consigliare da qualcuno che l’aveva già letto, ma fin dalle prime pagine non mi ci trovai ed il libro finì nella mia libreria tra le altre pubblicazioni dell’Adelphi. Poi, come tutte le cose che richiedono il loro tempo e che al momento opportuno ricompaiono come per caso, pochi giorni fa me lo ritrovai davanti e mi ricordai di non averlo ancora letto. Siccome non mi piace lasciare i libri a metà, decisi che era venuto il momento di affrontarlo (decisi io o decise il libro medesimo di voler essere letto?). E come tutti gli amori tardivi, mi resi conto che avevo perso inutile tempo per accostarmi ad un capolavoro.Capolavoro di narrativa, asciutta, lucida, essenziale; capolavoro di analisi introspettiva, quasi al limite della psicoanalisi, capolavoro di matura consapevolezza della natura dei rapporti umani e infine, ma non per importanza, capolavoro descrittivo del paesaggio e delle atmosfere viennesi di inizio secolo.

E’ la storia di un’ attesa durata quarantuno anni,  la storia di due vecchi amici (o ex amici) che si ritrovano per una sera per rendere un tributo alla verità. Ma la verità è labile e va a finire in brace.
Il generale, il cui nome, Henrik, viene detto pochissime volte, vive nel suo castello ai piedi dei Carpazi ed aspetta in solitudine il ritorno di Konrad per conoscere la verità. La verità su cosa? Quarantuno anni prima, dopo ventiquattro anni di amicizia strettissima, di un sodalizio nato in un collegio militare, di vita condivisa anche negli interessi mondani, Konrad era improvvisamente scomparso senza un motivo, quasi una fuga, inattesa e repentina. Perché? Il generale ha atteso, semplicemente perché si trascorre una vita intera preparandosi a qualcosa…Prima ci si sente offesi e si vuole vendetta. Poi si attende.
S. Marai è bravissimo a tenerci sul filo della narrazione: i primi capitoli sono brevi e servono da preparazione al culmine della storia, sono come i preparativi di un duello. Il vecchio generale riceve la notizia tanto attesa dell’arrivo di Konrad ed allora predispone ogni cosa per l’evento: la cena deve essere la stessa di quella che fu servita 41 anni prima, tutto deve essere invariato. Riaffiorano i ricordi, quelli dell’infanzia e della giovinezza: il padre, autoritario ufficiale della guardia, e la madre, sensibilissima donna francese, Nini, la vecchia balia, forse più di una madre per Henrik, una donna forte e sicura, ancora al fianco del generale, nonostante abbia passato la novantina; poi il collegio, la rigida disciplina militare per chi era destinato a quella carriera, e l’incontro determinante e folgorante con Konrad, come gemelli nell’utero materno. I due sono profondamente diversi: ricco ed aristocratico Henrik, fermamente convinto di volere quella carriera militare alla quale era avviato; povero e amante della musica Konrad, che solo per non scontentare i genitori aveva intrapreso quella carriera, consapevole del fatto che tutto ciò di cui godeva era il frutto di estremi sacrifici da parte loro. La loro amicizia è unica, seria e silenziosa come tutti i grandi sentimenti destinati a durare una vita intera. E come tutti i grandi sentimenti anche questo conteneva una certa dose di pudore e di senso di colpa. Non ci si può appropriare impunemente di una persona sottraendola a tutti gli altri. Questo è il passato ormai lontano, ma noi sentiamo che qualcosa di molto grave è accaduto, qualcosa che ha determinato quella fuga e che Marai non ci racconta.

Finalmente l’ospite arriva: un uomo di settantacinque anni, di ritorno dai Tropici, con tanta vita alle spalle: “Hai visto, sono tornato ancora una volta”  disse l’ospite in tono sommesso. “Non ho mai dubitato che lo avresti fatto” rispose il generale a voce altrettanto bassa, e sorrise. Si strinsero educatamente la mano.
Da qui inizia il duello tra i due, senza spargimento di sangue, con molta lucidità e correttezza, dopo una cena consumata con gusto, tra i discorsi più formali. Rimasti soli, o meglio lasciati soli, il generale può dare avvio alla sua ricerca della verità: e tra i due appare l’ombra di una donna: Krizstina, la moglie del generale, morta ormai da tanto, otto anni dopo la fuga di Konrad.
La narrazione a questo punto si fa serrata, inizia un lungo soliloquio che interessa i capitoli centrali in cui il generale ripercorre con estrema profondità di analisi le vicende legate a quella data fatidica, alla fuga di Konrad. Quarantun anni sono un tempo molto lungo. Ci hai riflettuto bene, non è vero?… Ma poi sei tornato, perché non potevi fare diversamente. E io ti ho aspettato, perché nemmeno io potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato un senso alle nostre vite e le ha mantenute in tensione fino a questo momento. Perché un segreto come quello che esiste fra  te e me possiede una forza singolare. Una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione. Ti costringe a vivere…

In queste parole che il generale pronuncia all’inizio del suo discorso, c’è il senso dell’intero romanzo: non ha importanza sapere il motivo contingente che ha spinto Konrad a fuggire, non importa se aveva o meno una relazione con Krizstina, non importa nemmeno se quel giorno a caccia Konrad abbia davvero per un attimo pensato di uccidere Henrik. Il generale conduce il suo ragionamento senza una sbavatura, analizza i fatti, i movimenti, le parole, il detto ed il non detto, dimostrando con un discorso chiaro, sistematico e ordinato di sapere tutto fin dal principio, di avere capito ogni cosa e di essere soddisfatto di aver potuto dichiararla a Konrad. Si capisce che in questa fase del duello è lui il vincitore. Ma l’autore spinge oltre il duello, si arriva al momento in cui il generale sottopone a Konrad due domande, le uniche per le quali è valsa la pena incontrarsi di nuovo. Vuole la verità, ma la verità gli sfuggirà di mano ad un passo dalla soluzione. Il segreto racchiuso nel taccuino di Krizstina, che il generale non ha più aperto da allora, quel segreto come Krizstina diventerà cenere. Le braci bruceranno il piccolo quaderno gettato nel camino dal generale in segno di sfida perché Konrad riveli la verità. Ma Konrad tacerà. A questo punto tutto si è concluso e il generale congeda Konrad riflettendo ulteriormente sul senso della passione che consuma e che dà significato alla vita: in fondo i due non si sono indissolubilmente legati e separati a causa della passione per Krizstina? La passione non è, dunque, l’unica ragione di vita? Ma chissà che, in fondo, il significato della nostra vita e di tutte le nostre azioni non sia stato il legame che ci univa a qualcuno – il legame o la passione, chiamali come vuoi….Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invano, poiché abbiamo provato questa passione?…

In queste parole è racchiuso il profondo valore di questo superbo romanzo. Un romanzo umanissimo ed apparentemente banale, ma di grande spessore filosofico e psicologico per l’abilità di Marai di scandagliare gli abissi dell’animo umano e dei sentimenti quotidiani che accompagnano la vita degli uomini e di interrogarsi sui moti più segreti ed imperscrutabili della psiche. Le braci, allora,  non sono solo quelle che consumano il quaderno di Krizstina, con il suo segreto, ma sono quelle che ardono e consumano l’esistenza umana. Risolti tutti i dubbi al generale e a Konrad non resta che salutarsi per sempre. Hanno compiuto il loro corso ed hanno riconosciuto i loro errori, hanno fatto pace con il passato, senza rancori.
Davanti al portone, le ruote della carrozza scricchiolano sulla ghiaia. Konrad e il generale si salutano in silenzio, con una stretta di mano e un inchino profondo.

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