Mi piace rileggere le favole, quelle che la nonna, seduta a rammendare i panni che mamma accumulava in una grande cesta, ci raccontava per tenerci buoni. Ricordo spesso una fiaba, Il Gatto con gli stivali:  un uomo benestante, prima di morire, divide tra i suoi tre figli i beni, assegnando le  terre da coltivare al primo, la casa al secondo e al più piccolo solo un gatto. Comprensibile la reazione del ragazzo, siede e piange: che futuro può assicurargli un gatto per quanto bello possa essere e di razza pregiata? Ma proprio il gatto lo invita a non disperarsi (nelle favole gli animali spesso parlano, ma forse tutto parla intorno a noi, mancano solo le orecchie capaci di capire il linguaggio particolare di ogni cosa!): sarà proprio lui a cambiare il suo destino, e lo fa poi veramente con i suoi stivali delle sette leghe. 
Anche nell’altra moderna favola, Oscar e la dama in rosa, l’anziana dama di carità che passa la sua vita ad assistere i malati terminali, insegna al piccolo leucemico a non piangere sui 12 giorni che gli restano da vivere, piuttosto a guardarli come una possibilità che gli è data di dilatare il tempo: 12 giorni possono diventare una vita intera, dieci anni ogni giorno, come quelle piante che in una sola giornata esauriscono il ciclo vitale che altre impiegano molto più tempo a compiere.
Leggevo Bianco su nero di RUBÉN GALLEGO e mi si affacciavano alla mente le due favole, quella antica e quella moderna, solo che il libro di Rubén è autobiografico, racconta in prosa asciutta, attenta a persone e cose senza cedimenti sentimentali, la sua vita passata da un  orfanotrofio all’altro fino al momento in cui riesce ad uscire dalla Russia, ritrovare la madre, stabilirsi in Spagna. Potrebbe sembrare un fatto non impossibile se non si tiene presente che Ruben, invalido fisico totale dalla nascita, per una lesione al cervello, e ritenuto automaticamente ritardato mentale, è praticamente in balia degli altri da cui dipende, è considerato un -pezzo di carne inutile- di cui si aspetta semplicemente che smetta di essere un carico per lo Stato.
In queste condizioni si situa il cammino lento ma inarrestabile di Rubén verso la libertà: egli guarda, valuta non quello che gli manca di cui è cosciente e di cui vede bene il valore, ma quello che ha, su cui può contare: non può camminare ma può strisciare per spostarsi con un metodo di sua invenzione, è chiuso in orfanotrofi, ospizi, strutture di assistenza, ma può viaggiare per il mondo attraverso i libri,  muove solo due dita della mano sinistra ma proprio con quelle batterà sui tasti di un computer, scriverà un libro come strumento di lotta, la sua –baionetta-, comunicherà al mondo intero fatti, emozioni, impressioni, sensazioni, senza piangersi addosso.  Nel quadro di una vita di cui nessuno si occupa semplicemente perché nessuno pensa che possa avere un futuro, Rubén riesce a valorizzare il gesto pieno di amore del medico che si sofferma a parlare con lui, della studentessa che per lui solo si inventa una danza senza musica, contravvenendo a regole e divieti, dell’infermiera che gli dà un cioccolatino, degli altri ospiti dell’orfanotrofio che, nella  solidarietà istintiva tra emarginati, lo difendono, gli danno del te dolce avendo riguardo per la sua malattia di cuore, accolgono e si prendono cura di un cane che ha solo tre zampe.

… non voglio morire prima che arrivi la morte. Vivrò sino in fondo. E mi batterò. Battendo lentamente sui tasti del computer, una lettera dopo l’altra. Forgerò con cura la mia baionetta: il mio libro.

Pochi altri libri ricordo di aver letto che, come questo, abbiano saputo innalzare un monumento all’uomo, alla fierezza e all’eroismo pur in una condizione di umiliazione totale, un inno alla speranza ben diversa dall’ottimismo, la speranza che è alle origini stesse della vita, la speranza, quel miracolo che vedo talvolta camminando, di un ciuffo d’erba col suo bravo fiore bianco, rosa, giallo, che spunta tra due mattonelle, in quel poco di terra che il vento ha trasportato e che si è posato nella stretta fessura.
Le condizioni disumane sono per Ruben dati di fatto, situazioni di partenza da accettare, guardati senza attenuazioni: i letti da cui cola l’urina dei malati che vengono cambiati una volta al giorno, il silenzio degli infermieri stanchi di rispondere alle urla di piccoli e grandi non autosufficienti, i topi talmente grossi da essere scambiati per gatti e che circolano liberamente nell’orfanotrofio, l’essere stati abbandonati da una “troia negra” e non aver sperimentato amore ma solitudine, sfiducia da parte degli altri.
Con queste –carte in mano- Rubèn deve giocare la sua partita, cosciente che non ci sono possibilità di cambiarle con un intervento dall’esterno (i medici stessi hanno tentato di tutto per cercare di farlo stare in piedi con l’aiuto di stampelle), ben consapevole che altri distribuiscono le carte e dettano le regole del gioco, e che le possibilità di scelta sono tra il lasciarsi morire, cammino relativamente facile e che i più sono costretti a percorrere, o il voler vivere, nonostante tutto, a qualunque prezzo.
Sono un eroe, è facile essere un eroe. Se non hai le braccia o le gambe, o sei un eroe o sei morto. Se non hai i genitori, fa’ affidamento su braccia e gambe. E sii un eroe. Se non hai né braccia né gambe e hai anche pensato bene di restare solo al mondo, è fatta. Sei condannato ad essere un eroe sino alla fine dei tuoi giorni. O a crepare. Io sono un eroe. Non ho altra scelta.

Il libro si apre con una nota introduttiva accanto al titolo, Bianco su nero, che spiega quel -miracolo della nascita del ciuffo d’erba tra due mattonelle-, che per Rubén è la scoperta della scrittura:
Solo lettere, lettere sul soffitto, lettere bianche che strisciano lente su uno sfondo nero. Cominciarono ad apparirmi la notte, dopo uno dei miei soliti attacchi di cuore. Potevo spostarle lungo il soffitto, quelle lettere, allinearle e formare parole e frasi. E al mattino non mi restava altro che annotarle nella memoria del computer.

E prima della scrittura, l’interesse di Rubén è per la lettura, non finalizzata ad ottenere godimento o evasione in mondi altri, diversi dalla realtà, ma la lettura per “capire come è fatto il mondo, capire come stare al mondo”, la lettura sostituto di quel rapporto con gli uomini che a lui manca.

Io piangevo sui libri. Come accade per gli uomini ci sono libri e libri. … Certi libri ti fanno cambiare il modo in cui vedi il mondo, dopo certi libri vorresti morire oppure vivere diversamente. Se vuoi capire qualcosa o chiedi a qualcuno o chiedi a un libro. Anche i libri sono uomini. E come gli uomini, anche i libri ti possono aiutare e come gli uomini anche i libri mentono.

I 41 capitoletti che compongono il libro sono completati dai ringraziamenti quasi esclusivamente a donne, da un epilogo scritto della madre di Rubén, Aurora Gallego che racconta particolari della storia del figlio, e da una prefazione all’edizione russa, preziosa, perché in essa Ruben dà quasi una sintesi degli argomenti trattati, cose e persone vere, anche se –prototipi collettivi dell’infinito caleidoscopio degli infiniti orfanotrofi– attraverso i quali è passato, e dà ragione del suo modo di vedere e descrivere le cose, forse –vagamente sentimentale-, per il quale ha evitato con premeditazione di parlare delle cose brutte.

Sono convinto che la vita come la letteratura sia già troppo piena di robaccia. E di durezza e cattiveria umana mi è toccato vederne fin troppa. Descrivere la sconcezza del decadimento umano e di una brutalità ferina significa moltiplicare il circuito -comunque infinito- delle cariche esplosive, tra loro collegate, del male. E non voglio farlo. Io scrivo del bene, scrivo di vittorie, gioie e amore. Scrivo della forza. Della forza fisica e spirituale. Della forza che è in ciascuno di noi. Della forza che supera qualunque barriera e vince.

E, presentando l’argomento del libro:

Questo libro narra della mia infanzia. Atroce, terribile, ma che infanzia resta. Per continuare ad amare il mondo, per crescere e diventare adulto, ad un bambino serve davvero poco: un pezzo di lardo, un panino con il salame, una manciata di datteri, il cielo azzurro, un paio di libri e una parola affettuosa. Basta questo, basta e avanza.
I protagonisti di questo libro sono persone forti, molto forti. Capita spesso che si debba essere forti. E buoni. Non tutti possono permettersi di essere buoni, non tutti sono capaci di oltrepassare la barriera dell’incomprensione generale. Troppo spesso la bontà passa per debolezza. Ed è una cosa triste. Essere uomini è difficile, difficilissimo, ma è assolutamente possibile. E per riuscirci non serve fare gli animali ammaestrati. No che non serve. Ne sono convinto.

“Quello che colpisce in questo libro, e si imprime nella memoria del lettore, è detto nella seconda pagina di copertina, non è tanto la cronaca di un infanzia e di un’adolescenza trascorsi all’interno di un sistema feroce, dove in nome dell’ideologia si perpetrano vessazioni quotidiane, ma la voce che trasforma l’orrore in narrazione, e lo sguardo che questo stesso orrore trasforma in immagini a volte commoventi, altre volte grottesche, altre ancora di corrosiva comicità”.
I ricordi di Rubén iniziano in un tempo molto lontano, quando, ancora piccolo, sperimenta che deve strisciare, se vuole semplicemente andare in bagno, dal momento che non ha l’uso degli arti: inutile chiamare perché nessuno lo sente, neppure quando, strisciando, arriva davanti alla stanza dove dormono le inservienti.

Sono piccolo. E’ notte. E’ inverno. Devo andare al gabinetto. Inutile chiamare l’inserviente. Ho una sola possibilità: strisciare. Per prima cosa devo scendere dal letto. So come fare, il metodo l’ho inventato io. Semplice: mi trascino carponi fino al bordo del letto e poi mi ribalto, lasciandomi cadere sul pavimento. Una botta. Dolore. Arrivo strisciando alla porta, la spingo con la testa e sbuco in  corridoio, passando dal relativo tepore della camera al freddo e al buio.

Nel racconto intitolato Volga Ruben parla del nonno di cui ha conosciuto l’esistenza solo dopo essere uscito dall’Unione Sovietica: immagina come avrebbe potuto essere diversa la sua vita se solo si fosse fatto presente in qualche modo, mandandogli un pacco magari con del salame spagnolo, se avesse telefonato al direttore, anche senza andare materialmente a trovarlo, se si fosse fatto vivo, solo per fargli “sapere che c’era”.

Ero un ragazzino intelligente. A me bastava sapere che lui  c’era, che era in missione segreta e che non poteva venire; altro non mi serviva. Avrei creduto che mi voleva bene e che prima o poi sarebbe venuto a trovarmi. Gli avrei voluto bene anche senza il salme….. La mia vita avrebbe avuto un altro corso. Avrebbero smesso di chiamarmi negro di merda …. E potevo star sicuro che, finita la scuola, non mi avrebbero portato a morire. Sarebbe venuto il nonno a prendermi. … Non sarei più stato un orfano. Se una persona ha dei parenti non è un orfano, è una persona normale, come tutti gli altri.
Ma Ignacio non venne.
Ignacio non scrisse.
Ignacio non telefonò.
Non lo capivo. Non lo capisco. Non lo capirò mai.

E’ difficile scegliere parti di un libro che è tutto di estremo interesse, che prende nella lettura con la semplicità ed essenzialità del racconto in cui le emozioni, i sentimenti, le reazioni personali più che essere dette sono presentate attraverso persone, animali, oggetti, quelli che popolano la vita di Rubén negli orfanotrofi in cui è internato: è il nudo racconto dei fatti ricordati che mette il lettore di fronte alla realtà, lo rende partecipe di questa realtà e lo sollecita a confrontarsi con essa. Quando chiudi il libro non sei più lo stesso, guardi con altri occhi il mondo in cui vivi, la tua piccola-grande vita, la porzione di storia che stai vivendo, e gli ostacoli che credevi montagne insormontabili ti appaiono per quello che sono, scoscendimenti del terreno che puoi superare semplicemente sollevando un po’ di più il tuo piede, variando il ritmo del passo.
Ricordo alcune battute del capitolo conclusivo, un inno al nero, il colore della ribellione, della vita che è speranza, della resistenza, della lotta per la libertà, il colore della scrittura, di lettere e di parole  che hanno permesso a Rubén, narrando la sua storia, di allontanarla da sé, di guardarla con distacco, di farne un racconto da donare a tutti.

Come sempre nella vita ad un periodo bianco ne segue uno nero, dopo un successo vengono le delusioni ……. Mi auguro sinceramente, desidero con tutte le mie forze che il mio periodo nero continui il più possibile, che non diventi bianco. Non mi piace il bianco. Il bianco è il colore dell’impotenza e della dannazione, il colore del soffitto d’ospedale e delle lenzuola. Cura e tutela garantite, silenzio e quiete: il nulla. Il nulla della vita d’ospedale che scorre all’infinito. Il nero è il colore della lotta e della speranza, il colore del cielo notturno, lo sfondo fermo e nitido dei sogni, delle brevi pause fra gli intervalli diurni, bianchi e sterminati, delle infermità fisiche. E’ il colore del sogno e della fiaba, il colore del mondo dietro le palpebre chiuse. Il colore della libertà, il colore che ho scelto per la mia sedia a rotelle elettrica. E quando passerò a mia volta in mezzo alla schiera di affidabili, asettici manichini in camice bianco e arriverò finalmente al mio capolinea, alla mia personale morte eterna, dietro di me resteranno soltanto lettere d’alfabeto. Le mie lettere, le mie lettere nere su sfondo bianco. Lo spero.
 

Rubén GALLEGO è nato a Mosca nel 1968. La madre era la figlia del segretario del partito comunista spagnolo in esilio ed era stata mandata a Mosca a studiare. Si era innamorata di uno studente venezuelano e, incinta di due gemelli, aveva potuto partorire in una clinica del Cremlino, come figlia di un membro autorevole del partito. Dei due gemelli, uno morì quasi subito e l’altro cerebroleso, le fu fatto credere che fosse morto poco tempo dopo anche lui, ed invece fu internato in un orfanotrofio insieme ad altri handicappati e poi spostato da uno all’atro degli istituti per non autosufficienti.  Solo dopo il 1990, nella confusione della perestrojka, Rubén riuscì a scappare, ad iniziare le ricerche per ritrovare la madre e conoscere la storia della sua famiglia.Vive attualmente in Spagna. Con questo libro, ha vinto nel 2003 il Booker Prize, massimo riconoscimento letterario in Russia.

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