“Sotto il sole giaguaro” di Italo CALVINO

di Tita Ferro 

Discutiamo tra amici di conoscenza degli oggetti attraverso i sensi, i cinque sensi, precisa uno di noi, facendo notare come spesso ci limitiamo alle sensazioni che uno solo di essi ci offre, l’orecchio o l’occhio, dimenticando le importanti informazioni che ci possono venire dal tastare un oggetto, sentirne l’odore, assaporarne il gusto. Ricordo improvvisamente un libro di Italo CALVINO, Sotto il sole giaguaro, edito da Garzanti, a poco meno di un anno dalla morte dello Scrittore, nell’aprile del 1986, che sono stata invitata a presentare nel novembre dello stesso anno: si stupiscono per il titolo ed io ricordo l’attenzione e la meraviglia delle -quattro- persone presenti, prese dalla magia del libro, che spero di poter comunicare ancora.
Sotto il sole giaguaro comprende tre dei racconti che Calvino avrebbe voluto dedicare ai cinque sensi, da lui in parte precedentemente  pubblicati  su  riviste, come è detto in una nota posta in appendice: il secondo, che dà il nome al libro, apparve su FMR  del 1 giugno 1982 col  titolo significativo Sapore sapere, il terzo, Un re in ascolto, previsto come commento alla voce -Ascolto-, curata da R. Barthes, per l’enciclopedia Einaudi, era stato pubblicato sul giornale Repubblica tra i racconti dell’estate del 1984.

Nei tre racconti non vengono presi in considerazione la vista e il tatto sui quali Calvino aveva intenzione di scrivere; riguardando, però, la produzione dello Scrittore in quegli anni, ai due sensi si possono ritenere dedicati Palomar del 1984 e Collezione di sabbia del 1985: il protagonista del primo libro, il buffo ometto intestardito nel voler guardare con attenzione i particolari, è quasi soltanto un occhio aperto come il grande osservatorio omonimo, a scrutare dentro e fuori di sé; in Collezione di sabbia, si avverte un’esigenza di toccare, di conservare testimonianze tangibili delle proprie esperienze, come Calvino stesso precisava: … chi ha avuto la costanza di portare avanti per anni questa raccolta… forse voleva allontanare da sé il frastuono delle sensazioni deformanti ed avere… la sostanza sabbiosa di tutte le cose, -toccare- la struttura silicea dell’esistenza.

Il primo dei tre racconti, Il nome il naso,  si apre con una considerazione dell’io narrante che dà il senso a tutta la storia: l’uomo del futuro sarà senza naso, perché avrà dimenticato l’alfabeto dell’olfatto, che faceva dei profumi altrettanti vocaboli di un lessico prezioso, … i profumi resteranno ma senza parola, inarticolati, illeggibili. Sarà una grave perdita, perché il profumo è la persona stessa la quale si esprime attraverso le note più o meno intense del suo odore; identificare una persona, scoprirne il nome, è riconoscere il suo profumo tra mille altri e per questo non serve l’intelligenza ma solo il naso, purché conosca l’alfabeto dell’olfatto, il lessico che fa dei profumi altrettanti vocaboli coi quali si può comunicare come e forse più profondamente che con le parole. Si comprende allora meglio il titolo dato da Calvino al racconto, Il nome il naso, del quale è protagonista un io narrante che vive tre diverse vicende in tre diverse epoche storiche, passando dall’una all’altra per un’ideale continuità ed identità di problemi. Egli è l’uomo di mondo del 1700, Monsieur de Saint-Caliste, che nella profumeria di Madame Odile cerca non il profumo da regalare ad una donna da lui conosciuta ma la donna di cui non conosce che il profumo; chiede a Mme Odile di dare un nome ad una commozione dell’olfatto che non riesce né a dimenticare del tutto né a trattenere nella memoria senza che sbiadisca lentamente, cerca la piega nascosta dentro di sé dove s’annida quel profumo che per lui è tutta una donna. Da nobiluomo a selvaggio primitivo che insegue, correndo a quattro zampe, l’odore della femmina nella savana perché  col naso si è accorto che nel branco c’è una femmina che non è come le altre, almeno non per lui, per il suo naso,… una femmina che lo ha chiamato con il suo odore in mezzo a tutti gli altri odori e col naso egli aspira tutta lei, il suo richiamo d’amore. Dal mucchio selvaggio del branco ad un gruppo forse altrettanto selvaggio dei nostri giorni: il protagonista è in un luogo vicino al Tamigi, in un locale stretto e male riscaldato da una stufa puzzolente, dove alcuni beat, quasi selvaggiamente ammucchiati, suonano, si drogano, marci di sudore; anche qui egli annusa al buio l’odore di una ragazza, certamente una pelle di ragazza bianca, un odore leggermente picchiettato, di pelle probabilmente pigmentata di lentiggini sottili forse invisibili … di cui non conosce che l’odore.

Le tre storie procedono parallelamente: il gentiluomo ricorda di aver incontrato la dama ad una festa mascherata e di averla perduta per l’intervento di un domino viola che ha portato via la donna, lasciandogli il ricordo di un profumo amato e di un odore nemico; il selvaggio che ha lottato per il possesso della femmina, non la ritrova più tra le altre del branco, pur avendo vinto il nemico, e corre nel vento annusando alla ricerca di un odore; il giovane, infine, non trova la ragazza nel gruppo dei beat ed esce dall’ambiente saturo di fumo e di droga e respira l’aria fresca che giunge dal Tamigi, quasi per purificare le narici e ricominciare ad inseguire un odore. La conclusione delle tre storie è la morte, una morte che mostra un volto sempre più tragico, descritta in modo da dare al lettore non il fatto ma l’orrore del fatto. Il gentiluomo, attraverso le indicazioni di Mme Odile, ritrova la sua dama ma morta, anzi dalle poche parole che scambia con uno dei presenti alla cerimonia funebre, ha la prova di aver inseguito il profumo di una morta: nella bara aperta non posso riconoscere il viso ricoperto da un velo e avvolto in bende, ma riconosco il fondo, l’eco di un profumo che non assomiglia a nessun altro, ormai fuso con l’odore di morte come se fossero stati inseparabili da sempre. Così il selvaggio ritrova l’odore che inseguiva ma in un burrone dove il branco butta le bestie squartate… e dove planano gli avvoltoi; da lì l’odore viene fuori insieme al fetore di cadaveri sbranati, al fiato di sciacalli che li sbranano ancora caldi, al sangue che si asciuga sulle rocce al sole. Anche il giovane beat, tornando nella stanza, non ritrova nessuno di quelli con cui ha condiviso l’esperienza di gruppo e vede solo il cadavere della ragazza: sul pavimento la cosa che vedo, prima di contorcermi in un attacco di vomito, è la forma bianca lunga distesa con la faccia nascosta dai capelli e a tirarla fuori per le gambe rigide sento il suo odore dentro quell’odore asfissiante, il suo odore che cerco di inseguire e di distinguere nell’ambulanza nel pronto soccorso negli odori dei disinfettanti e di liquame che scola dai tavoli di marmo dell’obitorio e l’aria ne resta impregnata specialmente quando fuori il tempo è umido.

L’uomo che col suo naso cerca i profumi, cioè le persone perché proprio gli odori le indicano, le distinguono, le identificano, si accorge con orrore che questi sono profumi di morte: riconosco l’eco del profumo che non somiglia a nessun altro, ormai fuso con l’odore di morte, ma, aggiunge, come se fossero stati inseparabili da sempre.
L’impressione di morte è anche più forte che in Palomar dove la fine arrivava improvvisa, beffando quasi il protagonista che si sentiva sul punto di dilatare l’attimo fino a renderlo eterno, almeno questa è la sensazione del lettore; qui la morte è l’altra faccia della vita, una presenza misteriosa, oscura, inquietante, che tragicamente si precisa ad un certo punto in immagini inequivocabili, la bara, il burrone-cimitero dei bestioni primitivi, l’obitorio.

Nel secondo racconto, Sotto il sole giaguaro, i protagonisti sono marito e moglie durante un viaggio in Messico, proprio nel momento in cui, dice il marito che narra la storia, l’intensità fisica sta attraversando una fase di rarefazione se non d’eclisse, più pesante da sopportare perché entrambi sono convinti che solo nell’unità della coppia le loro soggettività individuali trovano amplificazione e completezza. Sono due esseri differenti ma complementari, accomunati e divisi dalla stessa passione per i sapori che vivono in modo diverso in armonia con i loro temperamenti: Olivia, la moglie, più sensibile alle sfumature percettive e dotata di una memoria più analitica, conserva ogni ricordo distinto, inconfondibile; il marito è più portato a definire verbalmente le esperienze, a tracciare la linea ideale del viaggio interiore compiuto contemporaneamente al viaggio geografico. Olivia vede e sa cogliere molte più cose del marito il quale è consapevole che il suo rapporto col mondo passa attraverso di lei.
I due sono in viaggio in Messico e il paesaggio assolato, punto di sfida tra le civiltà d’America e di Spagna, è visto sia nel suo aspetto naturale che nei suoi monumenti, meglio sarebbe dire è assaporato, perché ogni particolare è colto come elemento di una potenziale ricetta da gustare: nell’assolata e arida campagna nascono le agavi per il metzcal e la tequila. Marito e moglie hanno una particolare idea del viaggiare, del conoscere: in un mondo in cui tutto ciò che è visibile si può vedere anche alla televisione, senza muoversi dalla propria poltrona, il solo modo di viaggiare che abbia un senso in quanto introiezione di un fuori diverso dal nostro abituale, implica un cambiamento totale dell’alimentazione, un inghiottire il  paese visitato nella sua fauna e nella sua cultura, facendolo passare per le labbra e per l’esofago.

Marito e moglie vivono una straordinaria condivisione di esperienze sul piano dei sapori: i cibi che gustano nel paese da loro visitato, sono quasi tutti preparati secondo ricette raffinate di monache, anche perché tutti gli alberghi si trovano in locali di antichi conventi; a poco a poco l’idea delle monache finisce per evocare nei protagonisti i sapori di una cucina elaborata e audace, tesa a far vibrare le note estreme dei sapori e ad accostarle in modulazioni, accordi e soprattutto dissonanze che si impongono come un’esperienza senza confronti, un punto di non ritorno, una possessione assoluta esercitata sulla possessività di tutti i nasi. Perfino l’architettura che fa da sfondo alla vita delle antiche religiose, pare mossa dalla stessa spinta verso l’estremo che portava all’esasperazione dei sapori, sembra riflettere l’antica sfida tra le due civiltà d’America e di Spagna nell’arte di incantare i sensi con seduzioni allucinanti e dall’architettura questa sfida si estendeva alla cucina, …campo di battaglia tra la ferinità aggressiva degli antichi dei dell’altopiano e la sovrabbondanza sinuosa della religione barocca.

I due turisti cominciano a comunicarsi tutto ciò che sentono attraverso i sapori o meglio comunicano, per mezzo dei sapori, attraverso un doppio corredo di papille, quelle del marito e quelle della moglie. Così il rapporto di coppia che sembrava essersi rarefatto, riprende vigore di fronte alla tavola apparecchiata, attraverso una cucina afrodisiaca che però è tale solo in sé e per sé, nel senso che stimola desideri da soddisfare solo nella sfera delle sensazioni che li avevano fatti nascere, assaggiando nuovi cibi. E i due vivono in un clima di complicità la conoscenza del paese che diventa gusto, tensione ad assaporare, a capire attraverso i sapori, fino a quando, visitando le rovine del monte Alban, vedono i bassorilievi dove è rappresentata la storia dei popoli che si sono succeduti in quel luogo ed i riti sanguinari che accompagnavano una concezione del tempo ciclica e tragica, con sacrifici umani ai quali era destinato, quasi segno di grande privilegio, chi vinceva, non chi perdeva, nell’offerta al sole di un cuore palpitante affinché l’aurora tornasse ogni mattino ad illuminare il mondo.
Marito e moglie, mentre pongono ripetute  domande alle guide per sapere se quei popoli praticassero il cannibalismo, sono trascinati quasi a farne metaforicamente esperienza: la donna chiama il marito insipido, l’uomo osserva i denti di lei non come il lampo luminoso di un sorriso ma come gli strumenti più adatti ad …. affondare nella carne, a sbranare. Il cannibalismo diventa l’idea fissa delle loro scorribande e delle loro esperienze: attraverso reticenze e mezze risposte capiscono che i resti dei sacrifici venivano cucinati in modo da non attutirne il sapore ma addirittura esaltarlo in una cucina sacra che doveva celebrare la terribile armonia degli elementi raggiunta attraverso il sacrificio; capiscono che l’esperienza era vissuta da quei popoli in modo assoluto, per cui ciascuno era potenzialmente sacrificatore e vittima, anzi poteva essere mangiato proprio perché a sua volta era stato mangiatore di uomini.
La risposta alla curiosità dei due turisti ed al loro desiderio di un’esperienza unica ed assoluta, avviene nel territorio dei Maja e precisamente di fronte al bassorilievo del sole giaguaro, dove è rappresentato il re sacerdote nell’atto del sacrificio visto come una discesa del corpo sacrificato agli dei sottomarini e una rinascita nella vegetazione. L’uomo che di fronte al bassorilievo rivive  la scena, così racconta la sua esperienza: Discesi e risalii alla luce del sole giaguaro, nel mare di linfa verde delle foglie. Il mondo vorticò, precipitavo sgozzato dal coltello del re sacerdote… l’energia solare scorreva per reti fittissime di sangue e di clorofilla, io vivevo e morivo in tutte le fibre di ciò che viene masticato e digerito, in tutte le fibre che s’appropriano del sole mangiando e digerendo. Quando ritorna al ristorante dove la moglie lo attende, come se avesse anche lei partecipato all’esperienza del marito, i loro denti prendono a muoversi con pari ritmo, mentre essi si fissano con un’intensità di serpenti, immedesimati nello spasimo di inghiottirsi a vicenda, coscienti di essere a loro volta inghiottiti dal serpente che tutti ci digerisce e  ci assimila incessantemente nel processo di ingestione e digestione del cannibalismo universale che impronta di sé ogni rapporto amoroso e annulla i confini dei nostri corpi. Questa conclusione a cui si giunge in un ritmo incalzante che non concede respiro, comunica al lettore un senso di orrore e insieme di liberazione: orrore di fronte ad una sorgente di vita, il sole, vista come giaguaro che dà la morte, di fronte alla vita nell’universo intuita come cannibalismo universale, processo di ingestione e digestione sul quale si modellano i comportamenti e i rapporti tra i gruppi ed anche quello d’amore tra i singoli individui; liberazione nel senso che l’orrore della morte, della discesa nel buio è intuito come preludio di una rinascita, la nuova aurora, la vegetazione rigogliosa, qualunque fibra vivente.

L’orrore della morte, con cui si chiudeva il primo racconto, è superato dalla possibilità di annullare i confini dei corpi, di entrare in un’armonia universale dove vita e morte non sono che due aspetti indissolubilmente uniti ed incessantemente riproposti della vita di quell’universo di cui l’uomo fa parte. Forse la resistenza che il lettore avverte soprattutto in presenza di un linguaggio che raggiunge una concretezza ed un realismo indicibili, deriva dalla resistenza che la stessa parola morte suscita nell’uomo, il senso di tragedia estrema che è stato associato a questa realtà nello sforzo di allontanarla quanto più è possibile dalla vita, perché essa è per l’uomo di tutti i tempi il ricordo sempre presente del suo limite, del fallimento di ogni sua pretesa di dominio assoluto sul mondo, di durata senza fine.
  
Quest’uomo è ancora il protagonista del terzo racconto, Un re in ascolto, ridicolizzato oltre ogni dire fin dalle prime battute attraverso l’uso del linguaggio conativo che si fa di volta in volta insinuante, ironico, duramente sarcastico nell’apparente complicità, e il racconto  particolareggiato della strana situazione in cui il re protagonista si trova: Lo scettro va tenuto con la destra, diritto, guai se lo metti giù, e del resto non avresti dove posarlo, accanto al trono non ci sono tavolini o mensole o trespoli … ; il trono è isolato, alto su gradini stretti e ripidi, tutto quello che fai cascare rotola e non si trova più. Guai se lo scettro ti sfugge di mano, dovresti alzarti, scendere dal trono per raccoglierlo, nessuno lo può toccare tranne il re … La testa devi tenerla immobile, non dimenticarti che la corona sta in bilico sul tuo cocuzzolo… devi mantenere quella compostezza regale che si suppone connaturata alla tua persona…. Quanto ai bisogni corporali non è un segreto per nessuno che il trono è bucato, come ogni trono che si rispetti … tutto è stato predisposto per evitarti qualsiasi spostamento… Se t’alzi, se t’allontani anche di pochi passi, se perdi di vista il trono anche per un attimo, chi ti garantisce che quando torni non ci trovi qualcun altro seduto sopra? Magari uno che ti somiglia, uguale identico. Va’ poi a dimostrare che il re sei tu e non lui! Un re si distingue dal fatto che siede sul trono, che porta la corona e lo scettro.… Quest’uomo fantoccio, una volta incoronato re, deve dunque stare seduto sul trono senza più muoversi giorno e notte: tutta la sua vita di prima non è stata che una lunga attesa per diventare re, ora deve regnare, cioè ancora attendere il momento in cui dovrà lasciare il trono, lo scettro, la corona, la testa.

La sua vita è contrassegnata dalla monotona ripetizione quotidiana degli stessi avvenimenti, dall’inattività di sovrano che deve fare ciò che si adatta ad un re, cioè dare consistenza ad una maschera, inattività fisica direttamente proporzionale all’ansia che lo divora internamente, alle perplessità, al dubbio sul presente e sul futuro: egli non sa se deve considerare rassicurante o minacciosa per lui la monotona ripetizione di fatti sempre uguali nei quali può nascondersi un colpo di stato già avvenuto, una sua condanna a cui non è seguito l’arresto semplicemente perché egli ormai non conta più nulla, oppure l’annuncio di una liberazione, la nota che potrebbe sconvolgere il ritmo soffocante. In questo contesto di attesa angosciante, di dubbi, di sospetti, di monotonia, si affina l’udito del re, teso a cogliere i suoni che si ripetono sempre uguali, scandendo il tempo come i tocchi di un orologio che non esiste; egli coglie la presenza di un prigioniero la cui vita è funzionale alla sua, nel senso che egli è re perché tiene prigioniero questo personaggio misterioso, col quale tenta di comunicare mediante un linguaggio fatto di colpi battuti su una parete. Tra i due (due o una persona sola che cerca di dialogare con se stessa?), si inserisce una voce di donna: canta una canzone che il re ricorda di aver sentito nella sua infanzia, senza peraltro riuscire ad identificarla. Egli vorrebbe rispondere ma non può, perché non ha voce, è prigioniero del suo stesso potere ed ogni tentativo di uscire dalla gabbia in cui volontariamente si è rinchiuso, è destinato a fallire. Come nel primo racconto il profumo identificava la persona, era il suo nome, qui è la voce ad esprimere l’identità e per conoscerla non serve l’intelligenza bensì quello che Calvino chiama l’occhio dell’orecchio. Finalmente il desiderio prevale sulla paura di una possibile perdita del potere e il re esce dal palazzo, seguendo la voce prima nella città, poi nel bosco, al buio, poi ancora nel palazzo dove sente la presenza del prigioniero, nei sotterranei, ma senza vederlo. Ad un certo momento alla voce di donna che canta si unisce in un accordo perfetto la voce del prigioniero che il re riconosce come la propria: è la tua voce, la voce a cui davi forma per rispondere a lei, traendola dal pulviscolo dei suoni della città, la voce che le mandavi incontro dal silenzio della sala del trono! Il prigioniero sta cantando la tua canzone come se non avesse fatto altro che cantarla, come se non fosse stata cantata che da lui … e i due si allontanano liberi le loro voci si allontanano fino a svanire.
Ed anche il re si trova finalmente libero: Se alzi gli occhi vedrai un chiarore. Sopra la tua testa il mattino imminente sta rischiarando il cielo: quello che ti soffia sul viso è il vento che muove le foglie. Sei di nuovo all’aperto, abbaiano i cani, gli uccelli si risvegliano, i colori tornano alla superficie del mondo, le cose rioccupano lo spazio, gli esseri viventi danno ancora segni di vita. Certo anche tu ci sei qua in mezzo, nel brulicare dei rumori che si levano da ogni parte … Da qualche parte, in una piega della terra, la città si risveglia, con uno sbatacchiare, un martellare, un cigolare in crescendo…
Col re che si libera anche la natura e la stessa città sembrano animarsi di una vitalità nuova.

Annunci