Oscar e la dama in rosa di Eric-Emmanuel Schmitt

di Tita Ferro

Ho appena completata la lettura di un bel libro, Oscar e la dama in rosa (sette edizioni in italiano tra il 2004 e il 2006), uno di quei pochi per i quali ritieni scontati i grandi riconoscimenti in campo mondiale da parte dei lettori: ti senti uno di quelli che, chiuso il libro, rimpiangono di non avere ancora qualche pagina da leggere e si attardano a riguardare la copertina con i colori rosa, azzurri, rossi che sembrano i sogni più che i disegni di un bambino, rileggono il titolo, il nome dell’autore ed intanto vedono ripassare nello specchio della memoria un “bimbo testa d’uovo”, una vecchietta con la divisa rosa, due genitori spaventati di fronte al più importante appuntamento della vita e un medico con le “sopracciglia cespugliose” che avverte il limite della sua competenza e bravura e si sente sconfitto: “abbiamo tentato di tutto, credetemi”, dice al papà e alla mamma del bimbo quasi per scusarsi.

Il successo del libro? Merito delle due o tre questioni fondamentali che affronta? Delle risposte che tenta di dare o che suggerisce a persone drammaticamente coinvolte negli stessi problemi? Non direi. Perché il libro non mi sembra una storia costruita per sostenere delle tesi, tant’è che, completata la lettura, ciò che rimane impresso è la figura di un bimbo, il tenero approccio teso ad iniziare un possibile dialogo, “caro Dio”, con cui il libro si apre, e il perentorio “Solo Dio ha diritto di svegliarmi” con cui si conclude.
Il libro è la storia di Oscar che si trova a dover fare i conti con qualcosa che lo sorpassa in tutti i sensi e che giunge improvviso a sconvolgere la sua vita, qualcosa di cui legge la gravità più che nelle sue condizioni, nel comportamento degli altri, adulti e bambini, parenti o estranei, che quella –cosa- non sanno come affrontare, che sono impreparati perché ne hanno sempre allontanato anche il pensiero, nell’illusione che la vita sia destinata a durare per sempre. “E’ stato allora (quando sente i suoi genitori che dicono al dottore di non avere il coraggio di abbracciare il bimbo dopo che hanno saputo che morirà) che ho capito che i miei genitori erano due vigliacchi”, scrive a Dio. “Peggio: due vigliacchi che mi prendevano per un vigliacco”.

Dicevo dunque che il Libro è il racconto della vita di Oscar, conclusa nel Natale del suo decimo anno, quello in cui si imbatte in una -parola-, leucemia, non terribile all’inizio, quando le prospettive di chemioterapia e di trapianto indicano possibili vie di uscita che altri prima di lui hanno percorso con successo, ma terribile in seguito perché con Oscar né la chemio né il trapianto hanno effetto. Il bambino si trova così solo ad affrontare quella cosa chiamata morte che tutti cercano di allontanare non parlandone, inventando dei diversivi, tentando di distrarsi e di distrarre il piccolo paziente perché non sanno come dirgli la verità.
La malattia e la stessa previsione della morte diventano invece per il piccolo fonte di scoperte nel poco tempo che gli è concesso, grazie alla guida intelligente di una anziana, Nonna Rosa, come la chiama Oscar per il colore della divisa di dama di carità, che non gli nasconde la realtà della morte ma lo invita a guardare piuttosto ai giorni che gli rimangono, a valorizzarli attimo dopo attimo anche se sono pochi, prendendo esempio dalla pianta che vive un solo giorno. E la dama non gli racconta soltanto della pianta, gliene fa piantare una perché possa vedere lui stesso e seguire le fasi di una vita che si conclude in un solo giorno ma che in quel breve lasso di tempo ha tutto ciò che le altre piante hanno, la germinazione, la crescita, la fioritura e il fatale appassire. Nonna Rosa gli suggerisce anche di rivolgersi a Dio scrivendo a Lui quello di cui non può parlare con gli altri, di presentargli ogni giorno un desiderio da esaudire, inventa per lui la leggenda degli ultimi dieci giorni dell’anno nei quali è possibile prevedere le caratteristiche dell’anno seguente vivendo ogni giorno come uno dei mesi dell’anno successivo: lei invita il piccolo a vivere ogni giorno come se fosse un decennio.

Come la pianta Oscar arriva a vivere in dodici giorni centodieci anni, “Sono tanti. Credo di cominciare a morire”, scrive nell’ultima lettera a Dio, ma riesce a sperimentare personalmente i momenti caratteristici della vita, lo sbandamento dell’adolescenza, la gioia di amare e di sentirsi amato, la crisi dell’età di mezzo: arriva a capire anche i suoi genitori e il medico e ad aiutarli ad affrontare la loro sconfitta come un fatto della vita stessa: “La smetta con quell’espressione colpevole”, dice allo stupefatto dottore, “deve rilassarsi, distendersi. Non è colpa sua se è costretto ad annunciare brutte notizie  alle persone … e guarigioni impossibili. Non è Dio Padre. Non è lei a comandare alla natura. Lei è solo un riparatore”. Oscar sperimenta anche una “visita di Dio” che Nonna Rosa gli suggerisce di chiedere come grazia: “Grazie di essere venuto, hai scelto il momento giusto, perché non stavo bene. …  Quando mi sono svegliato, ho pensato che avevo novant’anni e ho girato la testa verso la finestra per guardare la neve. E allora ho indovinato che venivi. Era mattino. Ero solo sulla terra. Era talmente presto che gli uccelli dormivano ancora, che perfino l’infermiera di notte, la signora Ducru, aveva dovuto schiacciare un pisolino e tu cercavi di fabbricare l’alba. Facevi fatica, ma insistevi. Il cielo impallidiva. Tingevi l’aria di bianco, di grigio, di azzurro, respingevi la notte, risvegliavi il mondo. … Ho capito che eri qui. Che mi rivelavi il tuo segreto: ogni giorno guarda il mondo come se fosse la prima volta. … la prima volta. Contemplavo la luce, i colori, gli alberi, gli uccelli, gli animali. Sentivo l’aria che mi passava nelle narici e mi faceva respirare. Udivo le voci che salivano nel corridoio come nella volta di una cattedrale. Mi trovavo vivo. Fremevo di pura gioia. La felicità di esistere. Ero incantato. Grazie, Dio, di aver fatto questo per me. Avevo l’impressione che mi prendevi per mano e che mi conducevi nel cuore del mistero a contemplarlo. Grazie”.

Nonna Rosa gli dice che “le persone temono di morire perché hanno paura dell’ignoto” e gli propone di “non aver paura ma fiducia: Guarda il viso di Dio sulla croce: subisce il dolore fisico ma non prova il dolore morale perché ha fiducia. … Si ripete: mi fa male ma non può essere un male. Ecco! E’ questo il beneficio della fede.. … Ok. Nonna Rosa, quando avrò fifa, mi sforzerò di aver fiducia”.
Il libro non vuole rivelare una formula su come affrontare gravi problemi e la stessa morte, un comportamento da adottare in circostanze simili come manuale per addetti ai lavori, perché una formula non c’è: solo un amore come quello di Nonna Rosa può far intuire casa per caso che cosa è opportuno fare, come porsi, solo l’amore può rendere creativi, capaci di inventare tutto ciò che può aiutare il parente, l’amico, chiunque si trova in difficoltà.

Il libro è una favola e, come tutte le favole, guarda alla sostanza delle cose, a quella bellissima e misteriosa realtà che è la vita: in una favola un bimbo può avere una chiarezza di idee e di linguaggio che è poco plausibile per la sua età ma rispondente a una sensibilità delicata acuita dalla malattia e dalla solitudine che essa gli crea attorno; in una favola ci può essere una singolare coincidenza di circostanze eccezionali capaci però di gettare luce sulle situazioni normali e quotidiane.
Una favola non dà soluzioni ma può far riflettere, suggerire molto di più di quello che dice, illuminare sull’unico modo di stare accanto agli altri e di amarli, facendo affiorare in ciascuno quanto c’è di bello e di buono: e ce n’è tanto in ogni essere umano. Nonna Rosa aiuta Oscar ad addormentarsi in serenità, tanto da poter pensare a lei e ai suoi genitori più che a se stesso nel momento della morte, ma riceve da lui molto di più, come riconosce nell’ultima lettera che è lei a scrivere a Dio: “Caro Dio, il ragazzino è morto. Si è spento stamattina durante la mezz’ora in cui i suoi genitori ed io siamo andati a prendere un caffè. Penso che abbia aspettato quel momento per risparmiarci. Come se volesse evitarci la violenza di vederlo scomparire. … Grazie di avermi fatto conoscere Oscar. Grazie a lui ero divertente, inventavo delle leggende, me ne intendevo persino di catch. Grazie a lui ho riso e ho conosciuto la gioia. Mi ha aiutata a credere in te. Sono piena di un amore ardente, me ne ha dato tanto che ne ho per tutti gli anni a venire”.

Oscar e la dama in rosa, Eric-Emmanuel Schmitt, pp. 90, BUR 2006, euro 5.

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