di Maria Giglio 

Sarà certamente accaduto anche a voi di montare in macchina in una bella giornata di fine aprile diretti in montagna perché sollecitati dal desiderio acuto di ammirare il verde nuovo scoppiato nei boschi, quello colto con tenera meraviglia da  Salvatore QUASIMODO: ed ecco sul tronco / si rompono gemme:/ un verde più nuovo dell’erba / che il cuore riposa … /quel verde che spacca la scorza / che pure stanotte non c’era.
Spero che abbiate avuto l’occasione, come è capitato anche a me, di accompagnare la salita con la musica di una vecchia ballata irlandese “Green lives” e così arrivare al luogo predestinato cullati da questa bellissima melodia. Scesi dalla macchina siete rimasti anche voi inteneriti osservando la spuma verdolina che, in contrasto con i tronchi scuri degli alberi, richiama alla mente la pregressa stagione umida e fredda che l’ha generata. Vi siete avvicinati per osservare meglio le nuove gemme esplose da poco, verdi, tenere, morbide, vellutate, e tutto mi sa di miracolo, avete detto sicuramente anche voi come il Poeta. Avete allungato la mano e con un dito avete accarezzato una fogliolina … Si prova la stessa sensazione accarezzando la guancia di un neonato. Sì, avete capito bene, la guancia di un neonato. Per me la vita di una foglia è paragonabile alla vita di un uomo: all’inizio è piccola, tenera, poi man mano cresce, cambia colore e il verde tenero diventa più lucido e scuro e ancora lentamente ingiallisce, si accartoccia, proprio come le ossa dei vecchi, e alla fine si stacca dal ramo volteggiando nell’aria per un’ultima danza, si posa per terra e marcisce. Ma in natura è solo per il tempo di una stagione, nota Giosué CARDUCCI, poi il miracolo si ripete, e l’albero a cui tendevi / la pargoletta mano, / il verde melograno/  dai bei vermigli fior, / nel muto orto solingo / rinverdì tutto or ora: non così per l’uomo, pensa il poeta, non così per il suo piccolo Dante che nella terra fredda, nella terra negra non è più rallegrato dal sole.

Eppure anche di fronte alla morte, il verde è testimonianza importante, sostiene Ugo FOSCOLO: la presenza del verde presso le tombe dice il costante ricordo dei vivi, grazie al quale colui che è morto continua a  vivere ancora:  cipressi e cedri / di puri effluvi i zefiri impregnando / perenne verde protendean su l’urne / per memoria perenne …   
E’ acquisito nella nostra coscienza l’accostamento del colore verde alla speranza e l’albero verde, giovane, ci restituisce questa sensazione, il verde che spunta anche dal poco terriccio tra due mattonelle e giunge perfino a fiorire, ci dice la forza della vita, della giovinezza, degli entusiasmi, dei progetti, delle aspettative, dei sogni. Vivere nel verde, immergersi nel verde, come sognava Giovanni PASCOLI in Romagna, oh! fossi io teco e perderci nel verde, / e di tra gli olmi nido alle ghiandaie, / gettarci l’urlo che lungi si perde…, ricercare il verde della natura è un bisogno quasi istintivo: anche chi vive nelle grandi città cementificate ogni volta che può si sottopone a massacranti file di attesa lungo le autostrade intasate per trascorrere una giornata lì dove i prati incontrano i boschi.

Sono sempre più convinta che questo bisogno di verde, avvertito come confortevole ed amico, abbia origini ancestrali quando l’uomo, immerso nella foresta, impaurito ed ignaro, avvertiva che questa gli garantiva rifugio, protezione, alimento, possibilità di sopravvivenza. E tra il verde trova ancora il suo abitat naturale, dove si sente in equilibrio con tutto ciò che ha imparato pian piano a capire e perfino a controllare per ricavare per sé e per i suoi simili un posto sicuro, è in quel mondo verde, misterioso e incantato che ascolta ed impara la voce del vento che gli porta il cinguettio, il cigolio, il brusio, il gorgoglio, lo sciacquio, lo squittio, le mille anime e voci di un mondo dove si sente protetto, dove gli alberi a poco a poco diventano gli amici, un’amicizia che continua nel tempo: o cipressetti, cipressetti miei, fedeli amici di un tempo migliore, o di che cuor con voi mi resterei …, dice Giosué CARDUCCI che ha addirittura l’impressione di rivedere di cima al poggio allor, al cimitero, / giù dai cipressi per la verde via, / alta solenne vestita di nero …  la  nonna Lucia. Ma forse le espressioni poetiche più felici in cui compare con suggestioni fortissime il verde nelle sue opere, sono i campi smeraldini su cui si proietta l’ombra della sera nel Comune Rustico e  quel  divino del pian silenzio verde, che il poeta vede riflesso nell’austera dolcezza del grave occhio glauco del Bove.

Ma il verde è anche simbolo di vita rigogliosa ed orgogliosa: così Giacomo ZANELLA vede l’alloro che, quando alla foresta / le novissime fronde invola il verno, / ravviluppato nell’intatta vesta verdeggia eterno. Certo,  pompa dei colli, osserva il Poeta, ma la sua verzura, gioia non reca all’augellin digiuno; ché la sua splendida bacca invan matura, non coglie alcuno, mentre la poverella vite che lascia andare le sue foglie al sopraggiungere della stagione invernale, offre poi al contadino il buon vino che lo consola nel rigore invernale.
L’alloro, infine, ma sacro e simbolo di vittoria e di vita perenne, verdeggia eterno nel famoso inno ispirato al Carme Secolare di Orazio e musicato da Puccini, Roma divina, a Te sul Campidoglio / dove eterno verdeggia il sacro alloro / a Te nostra fortezza e  nostro orgoglio, ascende il coro…., quell’inno scritto nel ‘22 ma adottato poi dal regime fascista e con esso finito nell’oblio, anche se molti lo avrebbero voluto come inno dell’Italia.

Per completare questa mia introduzione ho cercato tra le opere di scrittori contemporanei pagine che fossero vicine alla mia sensibilità, anzitutto quell’Olivo e olivastro di Vincenzo CONSOLO, che lo scorso anno avevo portato in una delle nostre Officine, il libro in cui Consolo ripercorre tutta la Sicilia, vedendo in essa i segni di un naufragio collettivo ed insieme di uno splendore irrinunciabile. Per rappresentare le due anime della Sicilia Consolo ha scelto un’immagine dell’Odissea, <la singolare opposizione tra l’olivo e l’olivastro che nascono dallo stesso tronco ma hanno diverso destino e simboleggiano il contrasto tra il coltivato e il selvatico, l’umano e il bestiale, la salvezza di sé nella cultura o la perdita di sé in un destino puramente naturale>, e che rappresentano anche le due anime del colore verde:
                                 

    … e tra due folti
cespugli si infilò, nati da un ceppo,
l’uno di olivo e l’altro di oleastro.
Soffio di umidi venti non poteva
con furia penetrarvi, né mai sole
splendente li investiva coi suoi raggi,
né la pioggia attraverso vi filtrava:
tanto erano intrecciati l’un con l’altro.
Là sotto Ulise si nascose …

Anche in Stagioni di Mario RIGONI STERN ho trovato una pagina significativa in cui il verde è colto come segno di amore: i prati ritornano verdi perché la terra è in amore.

Ma quando finisce l’inverno? E’ una domanda che nei giorni di fine marzo mi sento fare dai giovani o anche dai vecchi che conservano poca memoria. Sì, nevica, di notte andiamo abbondantemente sotto lo zero e in casa accendiamo abbondantemente il fuoco nelle stufe. E’ però sufficiente un giorno di sole e i prati ritornano verdi poiché la terra è in amore. La primavera è sempre bianco-verde: se non è per la neve, come da noi, è per i fiori dei ciliegi sulle colline ai piedi delle montagne. Come in Giappone sulle pendici del Fuji-San: bianco di neve, verde di alberi e bianco per i fiori dei ciliegi. Solo che lì fanno una gran festa dove tutti, grandi e piccini, ricchi e poveri, s’inchinano al ritorno della buona stagione.

In Stagione sullo Ionio, tratto dai Racconti di Corrado ALVARO, il verde è uno dei colori naturali che abbelliscono le vacanze dei paesani sullo Ionio.

In questi tempi di villeggiatura costose, voglio ricordare una villeggiatura che nessuno ha mai descritto. La villeggiatura dei paesani lungo i monti e i colli che guardano il mare Ionio. Erano venti chilometri per arrivare al mare, ma senza diligenza o autobus la distanza era molta, e a piedi o con le  cavalcature, un viaggio pieno di incontri, di paesaggi diversi, perché c’erano i colli bianchi, abbaglianti di creta e c’erano pure i giardini di aranci con il loro verde umido, quasi di muschio, gli alti uliveti e infine si sboccava sul letto del torrente. Il mare veniva incontro con le sue onde bianche come un armento, e non arrivava mai a tornava indietro e le fronde verdi dei pioppi tremavano alla brezza crepitando un sordo concerto.

E Aldo CHIANTELLA descrive così una passeggiata verso il fiume nel romanzo autobiografico Chiamatemi Abele, in cui raccoglie i suoi ricordi di partigiano.

Lo spettacolo era veramente eccezionale, proprio come lo avevo fantasticato. In quel punto il fiume aveva allargato il suo letto, inventando un piccolo lago, in cui si specchiavano annosi castagni, che a partire dagli argini fin sulle colline circostanti, avevano costruito  un verde, silenzioso anfiteatro … Ogni cosa appariva viva ed incontaminata e l’acqua che scorreva brontolando sottovoce, fugava l’idea della solitudine e contribuiva a creare un’atmosfera di piacevole armonia.

In un inserto del giornale La Repubblica infine, quasi senza che io lo cercassi, mi è venuto sotto gli occhi un articolo davvero interessante che ben si inserisce in quanto ho detto: I cinque sensi verdi, di Leonora SARTORI presenta infatti le nuove tendenze del verde, i -nuovi giardini costruiti come opere architettoniche-, parchi dove -è bello smarrirsi-, non più luoghi da rispettare, in cui è vietato “calpestare le aiole”, ma paesaggi da -annusare, ascoltare, calpestare, vivere, tappeti di camomilla e di muschio sui quali passeggiare- per sentire la natura con tutti e cinque i sensi.

Annunci