E dopo il BLU il prossimo appuntamento con Officina sarà dedicato al VERDE.

Ecco  il nuovo editoriale realizzato da Antonio Spadaro:

Il verde è il colore della natura rigogliosa, calda e umida. L’estate scorsa ero nel Sud degli Stati Uniti, a Milledgeville, un paesino della Georgia, un tempo addirittura capitale e adesso addirittura irraggiungibile con i mezzi pubblici. E’ il paese natale di Flannery O’Connor. Quando penso al verde, penso al clima caldo umido di quelle giornate di agosto, accompagnate da uno scenario intensamente e brillantemente verde. Nella mia memoria ci sono molti verdi, ma quello è il verde a cascata, necessario, caldo e umido, cioè vivo. I miei ricordi sono tutti tinti di verde. Brillanti al sole.

Il verde è il colore della vita, dei processi vitali, che hanno la loro maggiore manifestazione nell’età verde e acerba (gli anni “verdi”, gli artisti “in erba”,…). Se il rosso è il colore del sangue, che indica una connotazione della vita, quella più pulsante, il verde è il colore della vita nella sua dimensione vegetativa, basilare. E’ il colore della manifestazione concreta della vita. E il massimo è raggiunto quando il verde è riflesso dall’acqua. Allora il verde acquista luce che brilla, come ha scritto in una sua poesia K. Wojtyla:

Posa un attimo lo sguardo sulle gocce di fresca pioggia:
vedi, in esse concentra la sua luce tutto il verde delle
foglie di primavera…

L’attenzione alla precisione del dettaglio si spalanca nella visione di tutto il verde della primavera in una piccola goccia di pioggia, che sembra traboccare dai propri confini: è una bella immagine per dire la natura più intima di ogni essere umano. Per dire, in fondo, che l’inquietudine umana non può trovare altro spazio di riposo che nella meraviglia.

Dunque verde è simbolo di salute, freschezza, giovinezza, perché sono queste le dominanti dei processi vitali. Viridis deriva da vir, cioè il maschio e l’energia vitale che esso significa. Così Tolkien presenta Barbalbero, il pastore di alberi: «Aveva il fisico di un uomo, alto però più del doppio, molto robusto con una lunga testa e quasi senza collo, occhi lenti e solenni, ma molto penetranti, erano marrone picchiettati di luci verdi. Sembrava che dietro le pupille un enorme pozzo pieno di secoli di ricordi e di lunghe, lente e costanti meditazioni, ma in superficie sfavillava il presente». In queste parole c’è tutto un radicamento profondo nella natura, del substrato biologico dell’uomo.

Dunque il verde è il colore della continuità e della persistenza nel processo lento della vita e del destino fiorente e paradisiaco della vita stessa: “paradiso” significa etimologicamente giardino. La vita è permanenza in vita, è stabilità radicale nella condizione vitale. E il verde partecipa ed esprime questa costanza, ma con all’interno una dimensione dinamica, dove il giallo e il blu, come diceva Kandinsky, sono presenti e potenzialmente attivi in qualunque momento. E in natura spesso il verde si mescola pure al marrone e così cambia connotazioni e significati:

Ecco di nuovo il verde; prima fresco, poi maturo, poi spento come una candela.
La terra polacca scorre nel verde, negli autunni e nelle nevi.

(K. Wojtyla, Stanislao)

Il verde dunque è il colore di una stabilità dinamica, quella di una pianta che è viva: vive e, vivendo cresce e si sviluppa.

Ma fino a dove il verde è in grado di arrivare nella sua potenza di espressione della forza costante e silente della vita? Fino a che punto il verde può veramente saziare i nostri occhi? Risponde Wojtyla con i versi di Rive piene di silenzio:

Lontane rive di silenzio cominciano appena di là dalla soglia.
Non le sorvolerai come un uccello.
Devi fermarti a guardare sempre più in profondità
finché non riuscirai a distogliere l’anima dal fondo.
Là nessun verde sazierà la vista

C’è una profondità dove nessun verde è in grado di saziare la vista. E forse proprio questo fondo custodisce la vita, attingibile ma inesauribile perchè sempre fresca, quella dearest freshness deep down things (G. M. Hopkins), quella “cara freschezza che vive in fondo alle cose”.

Che cosa sarà mai?

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