su L’IDIOTA di F. DOSTOEVSKIJ 

di TITA FERRO

Dopo tanti anni mi ritrovo tra le mani uno dei “libri della mia giovinezza”, ne sfoglio le pagine segnate qua e là da sottolineature, parentesi, richiami, annotazioni ai margini e in fondo, quasi un altro libro nel libro. La copertina è cartonata con i bordi un po’ consumati, in seconda pagina lo spazio bianco accanto al titolo, l’Idiota, è coperto dalla dedica in grafia elegante, regolare, leggermente inclinata a destra, i fogli un po’ ingialliti custodiscono una stella alpina secca, di colore grigio chiaro, ben conservata, con i petali vellutati e due foglie sottili: sprazzi di ricordi dei miei venti anni si accendono e spariscono senza soluzione di continuità, non è la Russia del Libro lo sfondo ma la Milano degli anni sessanta, via del Conservatorio e l’Istituto Colonna, una camera, un terrazzino, una sedia, un libro e la meravigliosa scoperta di poter girare tutto il mondo insieme alla sensazione inebriante di avere il mondo in un pugno.
Ma potrei parlare oggi dell’Idiota sulla base di quelle emozioni, sensazioni, giudizi, che, anche se arricchiti da successive riletture, restano sotto il segno di quel primo inebriante approccio, potrei presentarlo in maniera che esso serva per un dialogo tra persone interessate alla lettura e possa sollecitare magari una ri-lettura dell’Idiota e delle altre opere di Dostoevskij? E’ una domanda che può far sorridere: su quest’opera e sul suo autore è stato scritto talmente tanto che è difficile anche pensare di poter dire qualcosa di nuovo.

Eppure ogni nuova lettura, ogni nuovo impatto con l’opera produce sempre una conoscenza nuova, magari anche solo l’evidenziazione di un particolare che sposta la prospettiva, illumina  di nuovo significato personaggi, circostanze e il lavoro stesso dell’Autore: ogni lettore riscrive il libro e, sicuramente, aggiunge una parte di sé.
Cercherò di comunicare le mie esperienze con questo libro nel tempo in cui me lo sono portato dentro allora, in istituto e all’Università, per strada e in tram, di giorno e di notte, ed anche dopo, in occasione di riletture, conquistata da quel principe Myskin con cui si apre e si conclude il Libro, l’idiota che non trova  mai le parole per esprimere il mondo di compassione che ha dentro, che balbetta, arrossisce, giustifica anche quelli che lo giudicano un idiota ma che finiscono poi per subirne il fascino segreto, tutto riassunto nella semplicità e nella trasparenza della sua anima di -eterno  fanciullo-; quel principe Myskin che non giudica,  non condanna, ma di fronte al quale ognuno pare rimettersi  spontaneamente al proprio posto, quasi che egli possieda la segreta capacità di rivelare gli altri a se stessi,  soprattutto di scoprire e salvare in ogni essere il meglio, l’aspetto più favorevole che non manca in nessuno.

L’Idiota vide la luce in un momento tragico per Dostoevskij, quando lo Scrittore, assillato da difficoltà finanziarie aggravate da debiti di gioco, girava per l’Europa insieme alla seconda giovanissima moglie ed era sollecitato continuamente dai direttori delle riviste che stampavano i suoi manoscritti e che esigevano la consegna degli stessi entro i termini previsti; era inoltre amareggiato per la morte della figlioletta Sonia e per le crisi epilettiche che in quel periodo erano frequentissime e lo lasciavano prostrato e senza memoria. Autobiografiche sono le considerazioni che Dostoevskij mette in bocca a Myskin quando egli racconta del suo soggiorno in Svizzera alle sorelle Epancin:

gli attacchi si ripetevano varie volte di seguito: cadevo in uno stato di completa stupidità, perdevo completamente la memoria, la mente continuava a lavorare, ma il filo logico dei pensieri era come spezzato. Non riuscivo a collegare l’una all’altra più di due, tre idee, almeno così mi pare. Quando poi gli attacchi si calmavano, ridiventavo sano, come mi vedete ora. Ricordo che provavo un’insopportabile tristezza, avevo persino voglia di piangere, ero in preda ad un senso continuo di stupore e di inquietudine.

Il ritratto di Myskin è nelle prime pagine del Libro, insieme a quello di Rogozin nelle cui parole c’è già la presentazione del terzo personaggio principale: Nastas’ja Filippovna.

… era un giovanotto sui ventisei o ventisette anni, di statura un po’ superiore alla media, con i capelli biondi e folti, le guance incavate, una leggera barbetta a punta quasi completamente bianca. I suoi occhi erano grandi e azzurri e avevano uno sguardo fisso, nel quale appariva un’espressione mite ma penosa, quell’espressione che rivela ad un primo sguardo osservatore un individuo malato di epilessia.

L’idea di Dostoevskij era quella di rappresentare in Myskin un uomo veramente buono, come scriveva al poeta Majkov, senza nascondersi le difficoltà: 

Non vi è nulla di più difficile specialmente oggi. Tutti gli scrittori, non solo i nostri ma anche tutti gli europei, quando si sono accinti  alla  rappresentazione  del – positivamente  ottimo – sempre vi hanno rinunciato. Perché un tale compito è smisurato. L’ottimo è l’ideale e l’ideale, sia il nostro che quello della civile Europa, è ancora ben lontano dall’essersi elaborato. Esiste nel mondo un unico personaggio positivamente ottimo, il Cristo, tal ché l’apparizione di questo personaggio smisuratamente, infinitamente buono, è certo un infinito miracolo. Ricordo solo che tra i personaggi della letteratura cristiana il più riuscito di tutti è don Chisciotte. 

E proprio al significato simbolico del cavaliere folle, messo in evidenza da Unamuno in pagine delicatissime, si richiama Dostoevskij; egli lo vede, però, attraverso il “cavaliere povero” di Puskin, per cui il suo cavaliere diventa serio e non comico, come osserva Aglaia, la minore delle sorelle Epancin, manifestando stima per questo personaggio:

Profondissima stima perché in quei versi è rappresentato un uomo capace di avere un ideale e in secondo luogo perché, propostosi questo ideale, è capace di credere in esso e di consacrargli tutta la vita. Un caso che ai nostri tempi non si verifica davvero molto spesso. Quei versi non mi dicono in che cosa consistesse precisamente l’ideale del – cavaliere povero – , ma vi si legge che era una figura luminosa, una figura di pura bellezza e che era innamorato. A lui era indifferente chi fosse e che cosa facesse la sua dama. Gli bastava  averla scelta e aver creduto nella sua pura bellezza, dopo di che si era sempre inchinato davanti a lei.

Myskin  attrae il lettore perché non è un astratto simbolo di bontà ma una figura viva e palpitante che cerca di esprimere con le parole e le azioni, nel luogo e nel momento in cui si trova a vivere, la sua capacità di attenzione, di amicizia, di compassione: l’ideale in lui si incarna senza cancellarne le debolezze, la stessa capacità di intuizione sarebbe in lui  derivata da uno stato di malattia, la follia dell’epilessia, secondo un’antica credenza ricordata nel Romanzo che cioè il momento albare dell’attacco epilettico sia un fatto capace di dare all’individuo poteri supernormali per capire il mondo. Oltretutto è anche ingenuo, senza alcuna esperienza del vivere, non sempre capace di cogliere la malevolenza e la doppiezza degli altri  ma tutt’altro che idiota, come lo stesso Gania, il segretario del generale Epancin, è costretto ad ammettere:
Come mai pensavo di aver capito che voi foste idiota? Voi notate quello che agli altri sfugge sempre. Con voi si potrebbe discorrere ma è meglio tacere.
Ma forse più significative sono le parole che Aglaia rivolge a Myskin, sentendo il bisogno di metterlo in guardia dalle persone che lo circondano:
Perché dite loro queste cose. Qui non c’è nessuno degno di simili parole. Qui non c’è nessuno che valga il vostro dito mignolo, che abbia un cuore come il vostro e un’intelligenza come la vostra. Voi siete il più onesto, il più intelligente di tutti. Perché dunque vi umiliate, perché vi mettete al di sotto di tutti? Perché non avete orgoglio?

E’ vero che queste doti nobilissime non salvano Myskin dal un totale fallimento sia nei confronti di Nastas’ja che non riesce a salvare dalla morte, che nei confronti di Rogozin del quale non riesce ad impedire l’omicidio. A ben guardare, però, egli fa tutto quanto è in suo potere: scambia con Rogozin la croce che li fa, in un certo senso, fratelli, è pronto a rinunciare all’amore di Aglaia e a sposare Nastas’ja per salvarla da una morte che lei stessa prevede, ma ancora prima propone a Rogozin di farla andare via dalla Russia perché si curi, parla con l’uno e con l’altra in maniera tale che ciascuno dei due, di fronte a lui, sembra convincersi. E’ tutt’altro che predicatore di verità astratte, è coinvolto personalmente, soffre di una compassione che gli attanaglia il cuore, perché lui vede una realtà che gli altri non vedono, la tragedia verso cui corrono fatalmente le due persone a lui care, travolte da passioni estreme, Nastas’ja dall’orgoglio e dall’odio e Rogozin da una cieca gelosia. E quando la tragedia si compie, a lui non rimane che sedersi vicino ai suoi amici, tremante, impaurito, ma capace ancora di accarezzare Rogozin, di piangere tutta la sua pietà e condividerne in un certo senso la sorte con la regressione nell’idiozia.

Non dovrebbe stupire che Dostoevskij abbia scelto un idiota ad incarnare il suo ideale di uomo totalmente buono, idiota in greco significa speciale, diverso, dovrebbe piuttosto far riflettere la coincidenza con quanto scriveva Nietsche a proposito di Gesù: “Se si volesse usare il linguaggio proprio del fisiologo, un’altra parola sarebbe più indicata: idiota”, perché è da escludere ogni influenza reciproca. Quando ho visto per la prima volta La strada di F. Fellini mi è sembrato di capire meglio: il compito di chiarire a Gelsomina il senso del suo vivere accanto all’ottuso Zampanò, è affidato ad un funambolo, uno che cammina sospeso tra cielo e terra, e pazzoide, uno che vede cioè le cose in modo diverso dagli altri. Idiota e folle appare spesso agli altri chi non vive secondo la moda comune.
Il personaggio di Nastas’ja è tutto riassunto in pochi tratti caratteristici: bellissima, orgogliosa e, purtroppo, stuprata in giovane età.  Myskin, ancor prima di conoscerla di persona, ascolta da Rogozin il racconto delle pazzie che ha compiuto per lei e la ammira poi nel ritratto che gli viene mostrato da Gania:

raffigurava una donna di eccezionale bellezza: era fotografata in un abito di seta nera, di foggia elegante ma assai semplice; i capelli biondo scuri erano acconciati con semplicità, alla buona; gli occhi scuri e profondi, la fronte pensosa, l’espressione del viso piuttosto magro era in certo modo altera …. Orgoglio, disprezzo, per non dire odio, si leggevano in quel volto, nel quale, nello stesso tempo, appariva un non so che di fiducioso e di meravigliosamente ingenuo: questo contrasto suscitava, in chi contemplava quel ritratto, un senso di compassione.
Il Principe commenta:
E’ un viso stupendo e sono certo che il suo destino non è dei più comuni. Il suo volto appare gaio, ma ella deve aver molto sofferto, non è così? E’ un viso fiero, terribilmente orgoglioso, e io mi domando se sia buona. Ah, se lo fosse. Tutto sarebbe salvo …

Si capisce perché Myskin si chieda se oltre che bella sia anche buona, la bontà la salverebbe, anzitutto la bontà nei riguardi di se stessa: Nastas’ja infatti odia gli altri corrotti non perché odi il male ma perché le hanno fatto del male, odia gli altri perché odia se stessa e si odia perché non è quella che vorrebbe essere. Lo si nota nelle lettere insensate che scrive ad Aglaia, manifestando per la giovane sentimenti di ammirazione e di stima smisurati: la adora come il bene personificato o meglio adora in Aglaia quello che crede di non poter essere più. Di Myskin, l’unico da cui si è sentita guardata con uno sguardo diverso, capace di andare al di là dell’apparenza, ella dice: 
 

E’ il primo uomo della mia vita la cui devozione sincera mi abbia ispirato fiducia. Fin dal primo sguardo egli ha avuto fede in me ed io in lui.

Questo amore le ispira il nobile gesto di favorirne il matrimonio con Aglaia, ma quando poi scopre in lei le stesse meschinità di tutti, la gelosia, il desiderio di amare per possedere, il bisogno di schiacciare la rivale, non contenta di avere vinto, allora il desiderio di rivalsa ha il sopravvento e decide di trattenere Myskin per sé, accettando il matrimonio a cui si sottrae solo all’ultimo momento. L’ultima visione della bellissima donna è un corpo che sembra abbandonato nel sonno, di cui si intravede solo il piede bianchissimo che spunta dal lenzuolo:
Ai piedi del letto, tra un groviglio di candidi merletti, spuntava,  da sotto il lenzuolo, l’estremità di un piede nudo che pareva scolpito nel marmo, tanto appariva spaventosamente immobile.

Parfen Rogozin è presente fin dalle prime pagine del Romanzo, descritto nei particolari fisici che tradiscono un mondo interiore caratterizzato dal bisogno del possesso, del potere che dà il denaro, ed insieme da un desiderio di sollevarsi al di sopra e al di là di questo mondo:
Uno dei due, sui ventisette o ventotto anni, era di bassa statura, aveva i capelli crespi, quasi neri, gli occhi piccoli e grigi, ma pieni di fuoco, il naso largo e schiacciato tra gli zigomi alquanto sporgenti, le labbra sottili sulle quali errava continuamente un sorriso sfacciato, beffardo e quasi cattivo, ma la sua fronte alta e ben modellata correggeva l’impressione sgradevole della parte inferiore del viso. Ma ciò che in quel volto colpiva in modo particolare era un pallore cadaverico che conferiva all’insieme della fisionomia di quel giovane un’espressione di grande stanchezza e nello stesso tempo qualcosa di dolorosamente appassionato che non si intonava con il sorriso beffardo e con l’espressione ardita e presuntuosa dello sguardo… Aveva qualcosa che stupiva ed interessava Myskin”.

Rogozin, come tutti i personaggi di Dostoevskij, è presentato come un impasto di bene e di male e Myskin dimostra di averlo intuito quando gli dice:
Ho pensato che, se non ti fosse capitata questa disgrazia (l’incontro con Nastas’ja), saresti diventato tale e quale a tuo padre, anche in brevissimo tempo. Ti saresti rinchiuso in questa casa silenziosa, con una moglie ubbidiente e taciturna, aprendo la bocca solo per pronunciare poche e severe parole, senza credere a nessuno e senza nemmeno sentirne il bisogno, ammucchiando denaro, silenzioso e torvo”.

L’incontro con Nastas’ja si potrebbe dire l’occasione offerta a Rogozin per rivelarsi, per far parlare in sé il bene o il male: i gesti che egli compie di rinunciare a tutto per la donna che ama, di mettere sotto i piedi il denaro per l’amore, sono nobilissimi.   La sua natura, però, riappare quando progressivamente il suo amore si manifesta come desiderio di possesso esclusivo, ossessione, gelosia.
E’ questione di gelosia,  Parfen, gli fa notare Myskin, e la gelosia è la malattia che ti ha fatto esagerare tutte le cose… Quand’anche io fossi verso di te innocente come un angelo, non mi potresti soffrire, fino a quando penserai che ella (Nastas’ja) preferisca me a te. Il sentimento che tu provi è gelosia”. Ed ancora:L’amore e l’odio, si confondono in te, ma se l’amore passerà il guaio sarà ancora peggiore. La odierai violentemente a causa dell’amore che ora le porti e delle sofferenze che ora sopporti.

In lui si alternano sentimenti di amicizia verso il Principe, desiderio di vera fratellanza, quasi in sostituzione  di quel fratello che lo ha privato tanto dell’affetto quanto del denaro del padre, ad accessi di gelosia, di invidia,  che lo portano addirittura a tentare di uccidere Myskin, nonostante da lui abbia avuto le più ampie assicurazioni della assoluta infondatezza dei suoi sospetti e nonostante sia costretto lui stesso ad ammettere:
La cosa più certa è che la tua compassione è anche più forte del tuo amore.
E’ questa gelosia che porta Rogozin al delitto: uccide la donna che dice di amare perché ella sia sempre sua: Se ne stia ora là, dice al Principe, vicino a me e vicino a te… Così ho deciso per non darla a nessuno.

E nel delirio gli rimane accanto solo quel fratello acquisito, quello che fin dall’inizio ha intravisto la conclusione tragica ed ha cercato in tutti i modi di aprire gli occhi al giovane amico, di farlo ragionare, di impedirgli addirittura un matrimonio che sarebbe stato la sua rovina, oltre che quella della donna. Questo fratello, alla fine, non può fare altro che stendersi accanto a lui, piangere di compassione, di pietà, condividere in tutto la sua sofferenza, ripiombando nella follia da cui era uscito.
Nei tre personaggi che ho ricordato, ma anche in tutti gli altri più o meno importanti che popolano il mondo russo del Romanzo, Dostoevskij presenta l’uomo nel processo di manifestazione del suo mondo interiore nel quale il tratto fondamentale è la lotta spesso violenta  tra la fede  in Dio e la negazione di Lui: non soltanto nell’umanità ci sono i buoni e i cattivi, i credenti e gli atei, ma, nello stesso uomo, angelo e demone lottano per avere il sopravvento, donde l’agire tormentato, contorto dei personaggi, e l’aspetto spesso caotico del  mondo in cui vivono. Fede in Dio o rifiuto di Lui non impegnano lo Scrittore in astratte disquisizioni filosofiche ma sono colti in momenti di vita, nel comportamento di personaggi concreti, negli avvenimenti che allo Scrittore offriva la vita politica e sociale russa e soprattutto quella religiosa e morale.

Bellissime sono le pagine in cui, rispondendo ad una domanda di Rogozin sul sentimento religioso, Myskin non dà definizioni ma molto concretamente riferisce la risposta di una giovane contadina che egli ha visto fare un segno di croce sul suo bambino che per la prima volta le ha sorriso.
 

<E’ tanto grande la gioia di una madre quando scorge il primo sorriso del suo bambino quanto deve essere la gioia di Dio ogni qual volta dall’alto dei cieli vede un peccatore che prega con devozione!>. Così mi disse la donna quasi con queste precise parole, esprimendo un pensiero … nel quale è contenuta tutta l’essenza del cristianesimo, cioè la nozione di Dio considerato come padre nostro … il pensiero fondamentale di Cristo! Una semplice contadina! Vero è che si trattava di una madre… Ascolta, Parfen, poco fa mi hai fatto una domanda, ed eccoti ora  la mia risposta: il sentimento religioso nella sua essenza non può essere intaccato né da un ragionamento, né da un errore, né da un delitto, né dall’ateismo. C’è in questo sentimento qualcosa di incomprensibile e lo sarà eternamente … Ma quello che più importa è che tutto questo si nota in modo più chiaro e più facile nel cuore dei Russi …

Ho avuto la sensazione, durante la lettura del Libro,  che la realtà esterna, concreta, fosse continuamente sorpassata dalla realtà interiore, da quella lotta  che, come prima dicevo, il bene e il male sostengono in ciascun individuo; Dio e il diavolo mi sono sembrate forze attive che quotidianamente combattono nel campo smisurato dell’animo umano, forze vive, in azione, non astratti simboli allegorici. Forse questa considerazione spiega il prevalere nell’Idiota, come in tutti i romanzi di Dostoevskij, del dialogo che diventa spesso monologo dell’uomo il quale cerca di dipanare la materia ingarbugliata dei suoi pensieri, di far luce prima dentro e poi fuori di sé. Per lo stesso motivo manca nei romanzi di questo autore la natura o, quando essa c’è, è il riflesso di un’aspirazione segreta dell’uomo ad un mondo di innocenza originaria, come quando il principe Myskin racconta alle sorelle Epancin il suo soggiorno in Svizzera e ricorda boschi, montagne, laghi e contemporaneamente le impressioni che questi paesaggi naturali suscitavano nel suo cuore di malato.

Myskin mi ha entusiasmato nei miei venti anni ma anche dopo in modo diverso; in lui ho visto il testimone di certi valori, la sincerità, la trasparenza, la comprensione, la compassione, che il sentimento religioso presuppone e fonda e che egli presenta attuati nella sua vita in un modo assoluto, sempre eccessivo, come fa notare il vecchio generale Epancin,  un modo che finisce per sembrare scandaloso nella società perbenista in cui si trova a vivere. La sua testimonianza mi richiamava certe affermazioni assolute del Vangelo che tanto hanno impegnato i -benpensanti- nel tentativo di renderle più accessibili ed accettabili fino a vederle come espressioni solo simboliche: “Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo… Se uno ti percuote su una guancia, porgi anche l’altra… E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco attraverso la porta del regno dei cieli…”. Myskin mi ha conquistata come quei profeti disarmati che provvidenzialmente si affacciano di tanto in tanto nella storia, che rifiutano ogni compromesso, o meglio ne sono incapaci, testimoni, al di là di ogni mediazione storica e culturale, pur necessarie, della possibilità che la vita abbia un fondamento diverso dal potere, dall’apparire, dall’avere, non gelosamente chiusa a difendere sé e le proprie cose, ma aperta a comunicare, a ricevere, a donare.
 

Riassunto

Il Libro si apre con la presentazione del principe Myskin che in treno torna a Pietroburgo da una clinica svizzera dove un famoso medico ha cercato di curarlo dei gravi disturbi mentali collegati all’epilessia di cui soffre: il medico stesso lo ha definito un bambino, innocente e indifeso, condizione determinata dall’isolamento in cui è vissuto. In treno conosce un giovane, Rogozin, il quale, avendo ereditato un milione di rubli dal padre, ritorna nella capitale. Dalle sue parole conosciamo un altro dei personaggi importanti, Nastas’ja, donna orgogliosa e bellissima di cui Rogozin è innamorato, mantenuta da un anziano proprietario terriero, Totskij, che l’ha accolta orfana e l’ha fatta educare con intenti tutt’altro che caritatevoli. Arrivato nella capitale, Myskin si reca a casa del generale Epancin, la cui moglie è sua lontana parente, in cerca di aiuto e di consiglio. Lì conosce Gania, il segretario, nella cui casa abiterà per breve tempo, e tutta la famiglia dalla quale è accolto molto bene; sente nuovamente parlare di Nastas’ja che Totskij,  volendo sposare una delle figlie del generale, cerca di accasare con Gania, offrendo per lei una dote di 75000 rubli. La prima delle quattro parti di cui si compone il Libro, si conclude in casa di Nastas’ja che rifiuta Gania, dopo averlo umiliato, e va via con Rogozin.

Nella seconda parte l’azione si sposta a  Pavlovsk, dove tutte le famiglie coinvolte nella vicenda si ritrovano per le vacanze. Il Principe ha ereditato una somma ragguardevole dal suo antico protettore ed abita in casa di Lebedev, figura laida di bugiardo e dissimulatore, considerato valido interprete dell’Apocalisse. Qui rivede Rogozin il quale, in un accesso di gelosia, sapendo che Nastas’ja lo ama, cerca di ucciderlo. Il Principe, invece, comprende sempre più chiaramente di essersi innamorato di Aglaia, la più giovane delle tre sorelle Epancin, molto bella. La seconda parte si conclude con un tentativo da parte di Antipo Burdovskij di impugnare l’eredità del Principe ed un accenno alle teorie dei nihilisti che appoggiano i diritti del giovane. La parte terza è occupata dalle vicende di Aglaia, palesemente innamorata di Myskin, e dal tentativo di suicidio del giovane Ippolìt, un tisico che scrive una spiegazione lunghissima prima di cercare di attuare il suo proposito che,  per altro, non riesce. Nella parte quarta la vicenda precipita verso la tragica conclusione: dopo aver accettato quasi di fidanzarsi con Aglaia che ama, Myskin, quando si trova di fronte alle due donne, Nastas’ja ed Aglaia, non esita a scegliere la prima della quale ha compassione e che vorrebbe salvare da un’unione con Rogozin, destinata a finire tragicamente. Ma, proprio al momento di sposarlo, Nastas’ja, con una scelta dettata da nobili sentimenti, lascia  Myskin ad Aglaia e fugge con Rogozin che, nella prima notte di nozze, roso dalla gelosia, la uccide. Il Libro presenta in conclusione i tre personaggi, Myskin, Rogozin e Nastas’ja che in apertura era indirettamente presente nelle parole di Rogozin, ora lo è solo come muto cadavere che i due vegliano, l’uno vaneggiando, l’altro ripiombato per il terrore e la pietà nello stato di idiozia da cui il medico svizzero lo aveva guarito.

La figura di Dostoevskij scrittore si inserisce nell’ambito della letteratura russa del realismo che subì una certa influenza dalla letteratura occidentale ma prese poi forme tutte particolari, come si nota nel passaggio dai primi realisti come Puskin (Racconti di Belkin) e Lermontov (Un eroe del nostro tempo) a Gogol e soprattutto a Tolstoi e allo stesso Dostoevskij.
 
 

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