REPORT OFFICINA FEBBRAIO 2007
a cura di Maria BAMBACE

Questa volta, l’incarico di redigere il Report è stato affidato a me e per una che ama l’esplosione di tutti i colori, sembra proprio un controsenso. Comunque, sia perché mi piace il lavoro dell’Officina, sia perché sono abituata ad ubbidire, non mi tiro indietro e do l’avvio ai lavori,  leggendo  i risultati della mia ricerca.
Il bianco è un colore o no? Per gli antichi e i fisici di oggi è un colore a tutti gli effetti come il rosso e il nero: già nelle grotte paleolitiche si usavano delle sostanze gessose per colorare di bianco le figure di animali. I latini, come dice Antonio SPADARO nel suo editoriale, avevano due termini per indicare il bianco: albus = bianco opaco e candidus= bianco brillante che era il colore della toga del candidato alle elezioni. Noi potremmo aggiungere che bianco candido è la veste indossata dal bambino il giorno del battesimo, bianca la tunica come il giglio portati il giorno della prima comunione, bianco è l’abito indossato dalla sposa il giorno del suo matrimonio solennizzato dalla religione cristiana come sacramento, mentre prima la sposa vestiva di rosso. Tutti questi esempi indicano il bianco come simbolo di purezza e verginità.
Il bianco rimanda pure ad una sensazione di freschezza e pulizia: quale piacere maggiore dello sdraiarsi in piena estate, quando fuori ci sono quaranta gradi, su un lenzuolo di lino bianco? E quando  si partoriva in casa, le donne preparavano dei panni bianchi sbiancati e sterilizzati con la cenere, per evitare infezioni alle puerpere e ai neonati e tutta la biancheria intima, fino a non molti anni fa,  era solo bianca perché garantiva bene il pulito e inoltre non perdeva il colore quando era bollita. Posto su un corpo femminile, il bianco accende il desiderio maschile e questo lo doveva ben sapere la bellissima egiziana Nefertiti, affrescata su una parete del tempio di Abu Simbel, ricoperta da una veste candida plissettata lunga fino ai piedi, trasparente per lasciare intravedere  le forme armoniche.

Il bianco è anche simbolo della luce divina, luce bianca, Dio, gli angeli, la Vergine immacolata; è anche il colore dell’aldilà e a questo proposito voglio ricordare le parole che Claudio MAGRIS mette in bocca alla protagonista del libro Lei, dunque capirà:
 
Era difficile che  quegli occhi bianchi intorno a noi , a furia di stare tanto tempo al buio, potessero ancora distinguere un’ombra da un’altra.
 
Dunque bianco è il colore  delle ombre evanescenti  di Palinuro, Didone incontrati da Enea nell’Oltretomba pagano, bianchi i fantasmi nell’immaginario collettivo, bianco il sudario che avvolge i morti, bianco il colore del lutto in India e mi torna in mente la ieratica figura di Sonia Maino che indossa il sari e il velo bianco ai funerali del marito Rajiv Gandhj.
Avere la pelle bianca, fino a qualche decennio fa, quando ancora non si era diffusa la moda dell’abbronzatura, al mare, sulla neve o con le lampade, era sinonimo di superiorità, rispetto alle razze con la pelle scura, le differenze fra un aristocratico e un contadino erano di facilissima comprensione, perché il primo aveva la pelle bianca non esposta alle intemperie, mentre il secondo aveva la pelle bruciata dal sole. Poi con lo sviluppo del lavoro in fabbrica, i soliti aristocratici, per distinguersi dagli operai dal viso pallido, perché costretti a stare al chiuso, cominciarono ad abbronzarsi. Oggi c’è la tendenza inversa: per la diffusione dell’epitelioma o cancro della pelle, dovuto al buco dell’ozono, la solita èlite evita le abbronzature estreme delle masse e qualche attrice, come Francesca Dellera, ama esibire un incarnato bianco, a costo di apparire con una pelle cadaverica e di avvalorare la tesi degli Asiatici che nel bianco della nostra pelle vedono un che di malaticcio.
Volutamente, ho lasciato per ultima la neve che potrebbe racchiudere tutti i simboli: purezza, pulizia, attesa, morte.

Una spessa coltre di neve pulita ricopre i boschi e le radure dell’Altopiano di Asiago dove si muove ancora oggi con destrezza, anche se con lentezza, Mario RIGONI STERN che nell’ultimo suo libro Stagioni spesso rimanda al colore bianco con le sue descrizioni ; infatti bianche sono le pernici che volano spaventate dal passo di chi cammina nel bosco, bianco è il fiore del farfaraccio, bianco è il latte, il burro, la cagliata, la ricotta, il formaggio in casa dell’amico Nello, il casaro, bianche sono le schegge di ossa degli Italiani morti sull’Altopiano di Asiago durante la guerra del 1915-‘18 e ricordati da un enorme Ossario in marmo bianco fatto costruire nel 1938 sul Colle Leiten. Ma bianca è pure l’enorme distesa di neve della Russia che ha ingoiato migliaia di Alpini nell’inverno del ’42 lungo il Don. Se sull’altopiano di Asiago hanno combattuto gli avi di Rigoni Stern, lungo il Don c’è stato  l’autore personalmente, come dice nel romanzo Il sergente nella neve ed è dei pochi sopravvissuti allo sterminio dell’Armir a esser “rivato  a baita”; (“ghè rivarem ‘a baita” era la frase ricorrente di un commilitone che invece è rimasto sepolto nella neve in Russia). Un altro concetto che Rigoni esprime bene nel libro Stagioni è quello dell’attesa che si cela sotto il manto nevoso. Mentre tutto sembra morto sotto la coltre bianca, la vita è momentaneamente sospesa in attesa di germogliare in primavera e solo un esperto della montagna come lui riconosce le impronte dei vari animali e se gli animali sono sazi o soffrono la fame. Questo concetto richiama le enormi distese di nevi e ghiaccio dei Poli, soprattutto della Groenlandia dove il popolo degli Inuit rischia di scomparire perché è stata vietata la caccia alla foca che di solito faceva capolino dai buchi praticati nel pack. Il WWF e GREENPEACE hanno vietato la caccia alle foche, agli orsi e ai beluga, insomma hanno trasformato il cacciatore Inuit in un inutile parassita che, non potendo più sfamare la famiglia con il suo arpione, preferisce morire di fame dentro  il suo igloo o si suicida gettandosi nelle gelide acque del Polo. Il grande esploratore PERONI, dalla comoda vita ricca di gloria, vissuta in Occidente, ha scelto di passare alla scomoda vita degli Inuit per i quali ha aperto la Red House, dove accoglie i più poveri e affamati e spera che qualcosa si possa fare per salvare questa minoranza etnica, specialmente questo anno 2007 che sarà l’anno internazionale polare, soprattutto si proteggano i ghiacciai dallo scioglimento, visto che in Islanda si vuole distruggere uno degli ultimi ghiacciai rimasti per fare posto a una industria di alluminio.
Vivere sulla neve, sapere sciare, muoversi con agilità sulle racchette deve essere bello, ma a me che non ho dimestichezza con la montagna, la grande distesa bianca suscita pensieri di morte per gli incidenti mortali verificatisi di recente, rovinose cadute nei crepacci  di alpinisti talvolta provetti: ricordo l’impressione  provata nella lettura del cap. V  dell’Anabasi dove Senofonte racconta la disfatta dei Diecimila:

I soldati sprofondano nella neve alta un’orgia (quattro cubiti o sei piedi) parecchie bestie muoiono, anche parecchi schiavi e una trentina di soldati ci rimettono la vita. Accendono falò … parecchi muoiono assiderati … Molti uomini rimangono disseminati lungo la strada, perché sofferenti d’occhi a causa del riverbero della neve o a causa di piaghe alle dita dei piedi prodotte dal congelamento. Per difendere gli occhi dal riverbero della neve i soldati durante il cammino si mettono davanti agli occhi qualcosa di nero; contro il pericolo di congelamento, il rimedio più efficace è muovere sempre i piedi, non stare mai fermi, e soprattutto sciogliere i calzari di notte. Chi si distende sul ghiaccio calzato corre il rischio di trovarsi, la mattina, le corregge incarnate e le suole tutt’uno con le piante dei piedi per congelamento.
 
Dello stesso tenore sono le descrizioni di RIGONI STERN nel romanzo Il sergente nella neve e di Primo LEVI nel romanzo Se questo è un uomo:

Foderavano le dita dei piedi con fogli di giornale per evitare che nelle lunghe marce nella neve la pelle si macerasse e andasse in cancrena.

Interviene Ada MELIDONA che legge la lirica Expiation tratta dalla raccolta Les Chatiments di  Victor HUGO, che descrive la tragica ritirata dell’Armata di Napoleone alla Beresina in Russia, sopraffatta dal -Generale Inverno-.

Nevicava. Erano vinti dalla propria conquista.
Per la prima volta l’Aquila   abbassava la testa.
Giorni oscuri! L’Imperatore ritornava lentamente
Lasciando dietro di sé Mosca fumante.
Nevicava. Il rigido inverno fondeva in valanghe
Oltre la piana bianca, un’altra piana bianca.
Non si riconoscevano più i capi né la bandiera
Ieri la Grande Armata, e adesso.. un gregge.
Non si distinguevano più le ali né il centro.
Nevicava. I feriti si riparavano nel ventre
Dei cavalli morti; sulla soglia dei bivacchi desolati
Si vedevano dei trombettieri, ai loro posti, congelati
Rimasti dritti, in sella e muti, bianchi di brina
Con la bocca di pietra incollata alla tromba di rame.
Piovevano palle di cannone, colpi di mitraglia, granate
Mescolati ai fiocchi bianchi; i granatieri, sorpresi tremanti dal freddo
Marciavano pensierosi, col ghiaccio che sigillava i loro baffi grigi.
Nevicava, nevicava sempre! La gelida tramontana
Fischiava, sul ghiaccio, nei luoghi sconosciuti,
Mancava il pane e marciavano a piedi nudi.
Non erano più dei cuori viventi, uomini di guerra:
Non erano che fantasmi erranti nella nebbia densa , un mistero
Una processione di ombre sul cielo nero.
La solitudine vasta ,spaventosa a vedersi,
appariva dappertutto, muta Vendetta.
Senza rumore, il cielo faceva, con la neve spessa,
un immenso sudario per questa immensa armata.
E, ciascuno sentendosi morire, pensava solo a sé stesso.

L’Autore, fa notare Ada, sottolinea l’inclemenza della neve usando l’anafora nevicava.
La neve molto spesso è fonte di morte per chi è costretto ad esporsi ai suoi rischi, mentre dà un senso di pace se la si può ammirare dal calduccio del focolare: ricordo a questo proposito ciò che dice Orazio nelle Odi I,9.

Vides, ut  alta stet nive candidum
Soracte ,nec  iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto.

Dissolve frigus, ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Taliarche, merum diota.

-Vedi come il Soratte si erga  candido di neve, né ormai le selve affaticate sopportino il peso e i fiumi si siano arrestati per il gelo acuto.
Sciogli il freddo , gettando in abbondanza legna sul fuoco e assai generosamente versa, o Taliarco, vino schietto di quattro anni da un’anfora sabina-.

Anche Giosuè CARDUCCI nel primo distico elegiaco della lirica Nella Piazza di San Petronio, della raccolta Odi Barbare, presenta un’immagine simile:

Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,
e il colle sopra bianco di neve ride.

ma ancora di più in Nevicata dove, sempre in distici elegiaci, dice:

Lenta fiocca la neve pe ‘l cielo cinereo: gridi,
suoni di vita più non salgono dalla città,

Questa stessa sensazione di ovattamento si respira in un racconto di Italo CALVINO che descrive il risveglio di Marcovaldo nella città di Torino, ricoperta dalla neve, dove non si avverte più lo sferragliare dei tram. Marcovaldo vede due vantaggi nella nevicata, può dormire fino a tardi cullato dal silenzio e può fare qualche giorno di lavoro come spalatore di neve.

Franca CRUCITTI associa al bianco l’idea della luminosità, della sopraelevazione, soprattutto quando si guardano le grandi distese di neve dove addirittura si trapassa dal bianco all’azzurro: legge un altro passo tratto da Stagioni di Rigoni Stern.                         

Anche se l’inverno sembra tutto mortificare, nella nuova luce del bosco si riprende a vivere. Camminando immersi in quel bianco di luce propria, tra gli alti tronchi muschiati d’argento, pure il tempo diventa irreale e vivi in un mondo metafisico come dentro un sogno: non ha più peso il tuo corpo, non è faticoso il passo e cammini vagando da pensiero a pensiero. In un infinito tra gli alberi innevati anche le cose della vita appaiono più chiare.

Per spiegare l’idea della leggerezza, riporta la lirica del poeta Umberto SABA, Ritratto della mia bambina:

La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo
e dell’estiva vesticciola: “Babbo
-mi disse- voglio uscire oggi con te”.

Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma

che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.

E quella di Giorgio CAPRONIDonna che apre marine.

Sei donna di marine,
donna che apre riviere.
L’aria della mattina

bianca, è la tua aria
di sale – e sono vele
al vento, sono bandiere
spiegate a bordo l’ampie

vesti tue così chiare.

Ed infine, per dare l’idea di una mattinata di bonaccia marina, quando il cielo e il mare si confondono in un unico biancore, legge la lirica Albasia di Gabriele D’Annunzio:

O mattin nuziale
tra il Mar pisano
e l’Alpe lunense!
O nozze immense

e brevi!
La nube formosa
disposa
il monte che a lei sale,

la canna il tralcio,
il salcio
la florida stiancia,
l’argano la bilancia
su la foce pescosa,
la mia rima il mio giòlito,
l’algosa
arena i tuoi piè lievi,
o Ermione.

E il cielo è nivale
come sulla tua guancia
ondata il velo
insolito.

Il mare è d’opale
con vene di crisolito,
come i mari dell’Asia,
immoto albore

di gemme fuse.
Brillano le meduse
a fiore
dell’emerso banco.
E tutto è bianco,
presso e lontano.

E’ grande albasia
da lido a lido,
come allor che fa il nido
sul mar sicano
la sposa Alcione.

A Carmela Ferro il bianco suggerisce sensazioni di freschezza e pulizia che trova nella stessa lirica di Caproni precedentemente citata e in una lirica di Clemente Rebora dal titolo La trottola, dove questo giocattolo, molto colorato, nel girare vorticoso, appare bianco; la trottola, metafora dell’uomo, se sta ferma è impura, ma se gira e si fa attirare nel movimento dalla sferza, cioè Dio, si purifica e aspira all’Eterno. L’uomo, dunque, non può giacere a guardare il suolo, ma deve alzare il capo e ubbidire alla sferza di Dio che lo vuole dinamico e orientato al Bene.

Gira la trottola viva
Sotto la sferza, mercè la sferza;
lasciata a sé giace priva,
stretta alla terra, odiando la terra;

fin che giace guarda il suolo;
ogni cosa è ferma,
e invidia il moto, insidia l’ignoto;
ma se poggia a un punto solo

mentre va s’impernia,
e scorge intorno, vede d’intorno;

il cerchio massimo è in alto
se erige il capo, se regge il corpo;
nell’aria tersa è in risalto
se leva il corpo, se eleva il capo;

gira,- e il mondo variopinto
fonde in sua bianchezza
tutti i contorni, tutti i colori;
gira,- e il mondo disunito
lascia in sua purezza
con tutti i cuori, per tutti i giorni;
vive le trottola e gira,
la sferza Iddio, la sferza
è il tempo;
così la trottola aspira
dentro l’amore, verso l’eterno.

Tita FERRO ricorda i versi iniziali del canto XXXI° del Paradiso dantesco:  
 
In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa.
 

Torna poi al passato più lontano per ricordare come in tutta la cultura celtica fosse ben  presente e radicata una forte simbologia del colore rosso  e del colore bianco uniti:  la loro sacralità forse era data dalla venerazione delle due sorgenti presenti a Glastonbury, l’una bianca lattiginosa, l’altra rossa ferruginosa. Sebbene oggi la scienza spieghi che il colore delle due sorgenti è determinato dalla composizione delle rocce (ricche di calcare e ferro), in cui l’acqua scorre prima di venire alla luce, rimane comunque la straordinarietà della loro stessa presenza ad una distanza così esigua l’una dall’altra.
Ancor prima quindi dell’ interpretazione cristiana delle due fonti, che le voleva sgorgate dalle ampolle contenenti l’acqua e il sangue del costato di Cristo, i Celti avevano intriso di simbolismo le fonti e i colori ad esse associate.
Il bianco insieme al rosso si trova in stretta relazione con la procreazione, il seme, il sangue e il latte. Bianco è il latte materno, distillato dal sangue, ma lo è anche il seme maschile: questo genera una duplice interpretazione, da un lato riconducibile alla forza vitale della donna e dall’altro a quella dell’uomo.
Altra grande relazione tra il bianco e il rosso è la simbologia del parto: la donna infatti in questo delicato passaggio al limite tra “vita e morte” rilascia una mistura di acqua e sangue…i due elementi si ripropongono uniti, quasi a voler significare la loro   potenza creatrice.
Questi colori, dice Tita, permeano anche la simbologia tibetana ed orientale in generale, sempre sotto forma di dualismo, sia esso di contrapposizione o armonia. La sacralità del rosso e del bianco, ancora incarnati da due draghi, ci viene data dagli scritti alchemici, intrisi anche loro da rimandi e significati precisi a questi due “protagonisti indiscussi” della simbologia della  vita e della morte.
Tita ricorda che l’abito bianco è  maschera di morte in molte culture, come in Campania dove l’abito di Pulcinella si confeziona tra l’altro con un lenzuolo, che ci riporta alle immagini di nascita, sesso, sogno, notte, morte.
L’abito bianco è iniziatico in molte culture ed indica la condizione di morte con la quale l’iniziato entra nel rituale; esso viene indossato anche dai tarantati in Puglia, dai fujenti della Madonna dell’Arco, dalle novizie prima che diventino suore, dalle spose, in cui sempre si riferisce alla morte dell’adolescenza, a un passaggio da uno stato all’altro.
Tita legge a conclusione del suo intervento, un brano tratto da La luce del mondo, di Christian BOBIN:

 … c’è un bianco che mi rattrista: quello delle tovaglie di carta bianca, ondulata che si mettono sotto i bicchieri di gente che si annoierà con eleganza durante un ricevimento.
La sola vista di questo bianco che si macchia rapidamente può provocarmi un mezzo dispiacere, prima ancora che le persone serie incomincino a fare i loro discorsi. Al contrario, nulla è più dolce e mutevole, quasi rinnovato ad ogni istante, come se la vita aggiungesse infinitamente vita a se stessa, del bianco della neve.

Interviene quindi Maria IARIA che inizia con un riferimento all’abito di Pulcinella, e alla canzone di BAGLIONI E pantaloni bianchi avrai d’estate. Legge poi un passo tratto dal romanzo Dolce come il cioccolato di Laura ESQUIVEL dove la protagonista Tita che ha sempre sognato di indossare un abito bianco il giorno delle nozze, si ritrova a preparare la glassa per la torta nuziale della sorella:

…E dicendo questo, Tita uscì in fretta dalla cucina per la porta che dava in salotto, dove Chencha e Gertrudis stavano ricamando il lenzuolo nuziale. Era un lenzuolo di seta bianca, con al centro un forellino delicatamente lavorato. Questo pertugio era destinato a mostrare soltanto le parti nobili della sposa nei momenti di intimità coniugale.…Tita rimase come ipnotizzata di fronte al candore del lenzuolo; erano stati soltanto alcuni secondi, ma sufficienti a causarle una specie di cecità. Ovunque posasse lo sguardo vedeva solo il colore bianco. Rosaura, che stava scrivendo a mano degli inviti, le sembrava un niveo fantasma. Dissimulò così bene quanto le stava accadendo che nessuno se ne accorse…..…Più tardi, accompagnando i Lobo all’entrata della fattoria, le sembrò che perfino la notte fosse come non l’aveva mai vista: chiara e rilucente.Ebbe paura che le accadesse la stessa cosa nel momento in cui si stava invano impegnando a preparare la glassa per ricoprire la torta. La intimoriva il candore dello zucchero semolato, sentiva che da un momento all’altro il bianco si sarebbe impadronito della sua mente, senza che lei glielo potesse impedire, mentre le candide immagini della sua infanzia la trasportavano nel mese di maggio quando, vestita di bianco, la portavano a offrire fiori bianchi alla Madonna. Entrava camminando tra una fila di bambine vestite di bianco, fino all’altare pieno di ceri e di fiori bianchi, illuminato da una celestiale luce bianca che proveniva dalla vetrata del bianco edificio parrocchiale. Non ci fu volta che entrasse in chiesa senza sognare di farlo, un giorno, al braccio di un uomo. Doveva fermare non solo questo ma tutti i ricordi che la potevano ferire: aveva da finire la glassa per la torta di nozze di sua sorella. Con uno sforzo supremo cominciò a prepararla.

E la parola glassa catalizza gli sguardi di tutte le Pietre di scarto sulla glassa di un’ottima pignolata portata dalla stessa Maria. Se finora si è nutrito lo spirito, nelle breve interruzione si cerca di alimentare il corpo.
Si riprende la discussione: Ada ricorda l’omerica Andromaca dalle bianche braccia e Tita la poetessa Emily DicKinson, vestita sempre tutta di bianco, come simbolo di purezza o di lutto, in ogni caso, di eccentricità e ribellione. 

Per Maria GIGLIO il bianco scaturisce dal nero: per avvalorare la sua affermazione, riporta un passo dal romanzo I contadini, di Wladislaw St. Reymont, in cui da un cielo plumbeo scende molta neve su un villaggio di contadini polacchi:
 
Verso il mezzogiorno il cielo si fece più scuro e cominciò a cadere la neve a fiocchi larghi: veniva giù tanto fitta che in breve tutti gli alberi e le alture ne furono coperte.
Venne la notte presto, ma la neve non cessò di cadere, sempre più fitta e asciutta, e all’alba ce n’erano almeno tre spanne. I campi erano nascosti come sotto una fitta pelliccia di montone; il mondo era tutto scintillante di un biancore azzurrognolo, e la neve continuava a cadere senza posa.
Un silenzio profondo avvolse la terra e non un soffio, non una voce risuonava attraverso quella caluggine  che scendeva silenziosamente, nulla; ogni cosa era diventata muta come se si fosse arrestata e raccolta, e tendesse l’orecchio per percepire il lieve frusciare di quel biancore inanimato che tremava nell’aria e cadeva senza fine sul mondo.
Una luce bianca, immacolata e tremolante si spargeva come una lana fine, insieme con i fiocchi che continuavano a venir giù, scintillanti come il chiaro della luna: sembrava che tutte le luci del cielo, le stelle e gli astri si fossero polverizzati e mutati in brina nel loro volo celeste, per ricoprire il mondo. I campi e le foreste, le strade e il villaggio erano sommersi in quel biancore, in quel turbinio accecante. Ormai non si poteva più distinguere nulla all’infuori di quel pulviscolo nevoso che cadeva silenzioso, leggero e dolce come i fiori di ciliegio in una notte di luna.

Serena GRISO, per indicare il contrasto bianco – nero, fa vedere delle foto di Mario GIACOMELLI, scomparso da poco e ricordato con una mostra fotografica in cui i colori sono nero su bianco. Inoltre, riporta un lungo intervento tratto dal romanzo Il paese delle nevi del premio Nobel YASUNARI KAWABATA, dove l’autore descrive la filatura e sbiancatura della tela Chijimi sulla neve da ottobre a febbraio, la tela migliore per fare i kimono più pregiati, tela che non esisterebbe se non ci fosse la neve elemento insostituibile: 
  
Il filo veniva filato nella neve, e la stoffa tessuta nella neve, lavata nella neve, e imbiancata nella neve. Ogni operazione, dalla prima filatura alle ultime rifiniture, era compiuta nella neve. “Esiste la tela Chijimi perché esiste la neve, -aveva scritto qualcuno tanto tempo fa- la neve è la madre del Chijimi. La tela Chijimi di questo paese delle nevi era il lavoro a mano delle fanciulle di montagna bloccate fra la neve nei lunghi mesi invernali …    Si dice che nei tempi passati la prima fiera Chijimi si tenesse in primavera quando la neve si era sciolta e le imposte venivano tolte dalle case. La gente veniva da vicino e da lontano per comprare il Chijimi, perfino i venditori all’ingrosso dei grandi centri commerciali Edo, Nagoya e Osaka; e gli alberghi dove si fermavano erano sempre gli stessi……..
…… Egli mandava ancora i suoi kimono al paese d’origine per la “sbiancatura a neve”. Era molto fastidioso rimandare i vecchi kimono – che avevano toccato la pelle di chissà chi – per sbiancarli ogni anno al paese che li aveva prodotti; ma quando pensava al lavoro di quelle ragazze di montagna, desiderava che la sbiancatura fosse eseguita proprio nel paese dove esse avevano vissuto. Il pensiero della tela bianca, distesa sulla neve alta, del tessuto e della neve arrossati dal sole sorgente, bastava a fargli sentire che tutto lo sporco dell’estate era stato eliminato, gli pareva perfino di essere stato purificato anche lui. Bisogna tuttavia dire che era un negozio di Tokyo a occuparsi di tutto questo, ed egli non poteva sapere quindi se la sbiancatura era realmente stata eseguita col vecchio sistema.
Da tempi antichissimi esistevano case specializzate nella sbiancatura, a cui si rivolgeva anche la maggior parte dei tessitori. Il Chijimi bianco veniva steso sulla neve appena tessuto, il Chijimi colorato veniva sbiancato invece su telai mentre era ancora in filo. La stagione di sbiancatura era a gennaio e febbraio secondo il calendario lunare e i campi e i giardini coperti di neve erano i terreni di sbiancatura.
Il panno o il filo veniva lasciato per una notte intera nell’acqua di cenere. Il giorno dopo veniva lavato e rilavato, torto e messo fuori a sbiancare. Il procedimento veniva ripetuto per molti giorni e quando la sbiancatura era terminata la visione dei raggi del sole all’alba che trasformava il bianco Chijimi in un rosso sanguigno era qualcosa di indescrivibile, come Shimamura aveva letto in un antico libro. Era uno spettacolo per gli abitanti delle province più calde. E la fine della sbiancatura era un segno che la primavera stava arrivando nel paese delle nevi.

Sempre Serena riporta una poesia di Giovanni PASCOLI dal titolo Neve:
 
Sui campi e sulle strade
silenziosa e lieve
volteggiando la neve
cade.

Danza la falda bianca
nell’ampio ciel scherzosa
poi sul terren si posa
stanca.

In mille immote forme
sui ceppi e sui giardini
sui tetti e sui camini
dorme.

Tutto d’intorno è pace
chiuso in oblio profondo
indifferente il mondo
tace.

Conclude l’Officina Giuseppina CATONE che ricorda un passo tratto dal Cap. IX° dei Promessi Sposi di MANZONI relativo alla descrizione della Monaca di Monza:

(…) Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto a coprire lo scollo d’un nero saio. (…) Le gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore (…).

Anche lei ricorda l’ambiguo simbolismo del bianco che può essere sinonimo di morte, e documenta questa sua affermazione con due liriche di Federico Garcia Lorca, Canzone d’autunno è la prima, scritta a Granada  nel novembre 1918:
 

Oggi sento nel cuore                                          
un vago tremore di stelle,                                     
ma il mio sentiero si perde
nell’anima della nebbia.
La luce mi spezza le ali
e il dolore della mia tristezza
bagna i ricordi
nella fonte dell’idea.

Tutte le rose sono bianche,
bianche come la mia pena,
e non sono le rose bianche,
perché ci ha nevicato sopra.
Prima ci fu l’arcobaleno.
Nevica anche sulla mia anima.
La neve dell’anima ha
fiocchi di baci e di scene
che sono affondate nell’ombra
o nella luce di chi le pensa.

La neve cade dalle rose,
ma quella dell’anima resta
e l’artiglio degli anni
ne fa un sudario.

Si scioglierà la neve
quando moriremo?
O ci sarà altra neve
e altre rose più perfette?

Scenderà la pace su di noi
come c’insegna Cristo?
O non sarà mai possibile
la soluzione del problema?

E se l’amore c’inganna?
Chi animerà la nostra vita
se il crepuscolo ci sprofonda
nella vera scienza
del Bene che forse non esiste
e del Male che batte vicino?

Se la speranza si spegne
e ricomincia Babele
che torcia illuminerà
le strade della Terra?

Se l’azzurro è un sogno
che ne sarà dell’innocenza?
Che cosa sarà il cuore
se l’Amore non ha frecce?

Se la morte è la morte
che ne sarà dei poeti
e delle cose addormentate

che più nessuno ricorda?
O sole della speranza!
Acqua chiara! Luna nuova!
Cuori dei bambini!
Anime rudi delle pietre!
Oggi sento nel cuore
un vago tremore di stelle
e tutte le rose sono
bianche come la mia pena.

La seconda è Juan Ramon Jimenez:

Nel bianco infinito,
neve, nardo e sale,
perse la sua fantasia.

Il color bianco corre
sopra un tappeto muto
di piume di colomba.

Senza occhi né gesti
soffre, immoto, un sogno.
Però dentro trema.

Nel bianco infinito,
che pura e lunga ferita
lasciò la sua fantasia!

Nel bianco infinito.
Neve. Nardo. Sale.

Anche se assente all’incontro, Sara PUNTILLO ha mandato i suoi contributi, che sono i seguenti. Sul giornale La Repubblica ha trovato l’ultima testimonianza di un grande fotografo: MARIO GIACOMELLI:

Figura bianca – figura nera: … sembra che le foto possano essere indifferentemente buone, o cattive, e che tutto sia affidato un po’ al caso, invece non è così. A volte nascono dal niente o dal tutto che è la stessa cosa. Io cerco di fotografare i pensieri. L’oggetto mi è utile per trasmettere quello che voglio dire. Niente viene a caso, il bianco, il nero. Come in alcune foto famose: la figura nera aspetta il bianco.

Il bianco richiama alla mente di Sara la neve che è una delle cose, come i petali dei fiori, in cui questo colore si presenta in natura. Alla sensazione visiva del biancore si aggiungono le altre: quella tattile del freddo, olfattiva del fresco, del boschivo, gustativa, invano cercheresti un sapore, uditiva. E’ quest’ultima che riserva sorprese. Dove cade la neve infatti, l’atmosfera rarefatta annulla i rumori, ogni attività dell’uomo tace, domina il silenzio.
Infine Sara ci ha mandato alcune liriche: la prima è di Rainer Maria RILKE:                                 

Respirano lievi gli altissimi abeti
Rinchiusi nel manto di neve

Più morbido e folto quel bianco splendore
Avvolge ogni ramo via via.

Le candide strade si fanno più zitte:
le stanze raccolte, più attente.

Rintoccano l’ore. Ne vibra,
percosso ogni bimbo, tremando.

La seconda è di Livia CANDIANI:                                                            

Il frutteto ha difeso
la stella dell’orto
nella battaglia di grandine
tanti auguri
tante perle di brina
sono sul biancospino.
Il pugnale di ghiaccio
dell’angelo giardiniere
taglia i silenzi
verdi negli alberi
e la neve
seppellisce la neve.

Nella poesia che segue di Vivian Lamarque, la neve è morte, il contrario di ciò che esprime la vivacità, il calore gioioso di un bambino:

Ha occhi di ghiaccio
e di ghiaccio le mani
ha un cuore freddo
freddo gelato
la neve è un bambino
che non si è mai svegliato.

Ben diversa l’immagine che ci giunge da B. Sluckij. Per il poeta, la neve è buona, allegra, è una presenza cara che ritorna, che deve essere conosciuta dagli esseri più cari e più giovani, i bimbi e gli uccellini mentre sempre nuovo è lo stupore che coglie gli adulti al cadere della prima neve. L’accostamento al mondo dell’infanzia che ricorre anche in questi versi, è quasi come un topos:

Mi leverò al mattino
tra il ridere pacato dei cristalli
di neve. Cadi, cadi, allegra, buona,
prima neve.

Tu sei la prima, sei la prima neve.
I bambini nati in primavera
e gli uccelli non ti conoscevano.

Anch’io sono stupito dal biancore,
anch’io stupisco di questa nuova:
nella vecchia città palpita adesso
un che di fresco, come di boschivo.

Mi piace concludere la lunga chiacchierata con una tavoletta tratta dalla raccolta I colori della pelle  di Marcello ARGILLI:

Si racconta che nell’antichità più antica tutti gli uomini erano bianchi. I colori si erano divertiti a colorare ogni cosa: le montagne, le piante, gli animali, il cielo, ma si erano dimenticati di colorare proprio gli esseri più importanti che esistevano sulla Terra: gli uomini. Quando se ne accorsero, decisero subito di rimediare e si riunirono per stabilire a chi sarebbe spettato farlo. I concorrenti erano tanti.
“Spetta a me!” gridò il viola. “Sono il colore più distinto!”.
“Perché tu? Gli uomini saranno molto più belli verdi!” ribattè il verde.
“No, sono io, il celeste, il colore più adatto!”.
Alla fine di una discussione burrascosa si passò ai voti e tre ottennero lo stesso numero di preferenze: il nero, il giallo e l’arancione.
I tre colori prescelti vennero a un accordo: il nero avrebbe colorato gli uomini che vivevano in Africa, il giallo quelli che vivevano in Asia e l’arancione quelli che vivevano in America. Subito partirono per mettersi al lavoro. Ma a causa dei violenti litigi era avvenuta un’altra dimenticanza: i colori si erano scordati degli uomini che vivevano in Europa.
Così gli europei restarono bianchi, e figuratevi la loro rabbia quando cominciarono a viaggiare e si accorsero che in Africa, in Asia, in America viveva gente con la pelle nera, gialla o arancione. Forse proprio per la vergogna che i colori si fossero dimenticati di loro, presero a guardare di mal occhio, e addirittura disprezzare, chi aveva la pelle colorata. Questo durò per vari secoli. Ai nostri giorni, però, le cose sono abbastanza cambiate.
Molti bianchi, infatti, considerano oggi la pelle dei negri addirittura più bella della loro, tanto è vero che d’estate prendono il sole per ore e ore per diventare neri. Ma per quanto si sforzino, si vede subito che sono dei bianchi soltanto abbronzati.

  

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