Officina è l’attività che più ci entusiasma: anche oggi ci ritroviamo in biblioteca e non vediamo l’ora di scambiarci idee, riflessioni sul  rosso, su questo colore che si impone su tutti gli altri, e che, come vedremo, si sdoppia in due identità opposte. Ma, prima di avviare la discussione, forse perché il nostro animo è volto al Natale, Tita Ferro ci offre una riproduzione della Natività (1501) di Botticelli in cui è presente il rosso. Gli angeli accolgono e trasmettono con gioia la notizia della nascita di Gesù: con ramoscelli e corone, in cielo e in terra, sulla capanna in ruota mistica, nell’abbraccio con i pastori in terra. L’atmosfera è esultante e festosa. Anche l’abito di Maria pensosa è rosso.

Tocca a me questa volta coordinare Officina e poi redigere il report. Incomincio  a leggere l’editoriale di Antonio Spadaro che tutte noi seguiamo con grande attenzione. Leggo un pensiero alla volta e su questo interveniamo, discutendo, annuendo, proponendo i testi scelti a sostegno dei vari significati che può avere il rosso. Qualcuna afferma che non bisogna cedere alla tentazione di scivolare nei soliti discorsi di una psicologia spicciola.
 
Rosso è il colore della vita, del sangue che scorre nelle vene, del sole che rende tutto radioso: l’amore e la passione. E’ il mantello della Maddalena ai piedi della Croce nel polittico di Masaccio. E’ il colore della violenza, del peccato.  Il colore degli eccessi e degli opposti che si attraggono e tendono alla fine  a riproporre l’uno i caratteri dell’altro. Quante volte un rivoluzionario è diventato tiranno? Quante volte un tiranno ha suscitato idee rivoluzionarie? Il rosso attira l’attenzione dell’individuo e della folla. Mette in risalto ciò che cade sotto i nostri occhi. E’ richiamo al pericolo, all’attenzione, all’azione costruttiva .

Ma e’ davvero così o ci stiamo abituando alla violenza proposta dai mass media, alle terribili macchie rosse per le strade delle città  in guerra? Basterà il rosso a smuovere il nostro animo quasi assuefatto a tutte le tinte? La nostra indifferenza di fronte alla realtà a volte non è più scalfita neppure dal colore acceso, come richiama alla mia mente questa poesia di Edgar Lee Master:

I tuoi rossi fiori tra le verdi foglie
van cadendo, o geranio!
Ma tu non chiedi acqua ,
tu non puoi parlare!
Non hai bisogno di parlare,
tutti sanno che stai morendo di sete,
eppure non ti danno dell’acqua!
Passano oltre dicendo:
Il geranio ha bisogno d’acqua
.

Rosso è anche il colore della fiamma e del fuoco. Subisce la sorte di ogni parola, evoca  suoni, immagini e significati: rosso come sangue, violenza, distruzione. Ciò che è legato alla dimensione demoniaca spesso è raffigurato in rosso, come le fiamme dell’inferno. Anche bruciare una strega aveva a che fare con il simbolismo distruttivo del rosso. Sempre per lo stesso motivo nel Medioevo gli abiti dei carnefici e dei condannati a morte erano scarlatti. A partire dai secoli XIII e XIV, il papa che fino a quel momento vestiva in bianco, userà il rosso. Lo stesso faranno i cardinali. Anche per questo il rosso sembrerà immorale ai riformatori protestanti!

Tita accenna all’ambiguità del significato simbolico del rosso nella Letteratura medievale, sempre però collegato ad un’idea di forza, di violenza, pure nel bene.

Serena Griso, quindi, ci parla del modo di sentire il rosso come colore “cattivo” che segna già dall’infanzia Rosso Malpelo di G. Verga, un modo, in questo caso, tipico della superstizione popolare:

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre col sentirgli dir sempre a quel modo aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.
Del resto, ella lo vedeva soltanto il Sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio di quei soldi, e, nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.
Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e non più, e in coscienza erano anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vedersi davanti, e che tutti schivavano come un can rognoso, e lo accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro.
Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico. Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano un po’ di ricreazione, egli andava a rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel suo pane di otto giorni. Come fanno le bestie sue pari; e ciascuno gli diceva la sua motteggiandolo, e gli tiravano dei sassi, finché il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata. Ei c’ingrassava fra i calci e si lasciava caricare meglio dell’asino grigio, senza osar di lagnarsi. Era sempre cencioso e lordo di rena rossa, ché sua sorella s’era fatta sposa, e aveva altro pel capo. Nondimeno era conosciuto come la bettonica per tutto Monserrato e la Carvana, tanto che la cava dove lavorava la chiamavano “la cava di Malpelo”, e cotesto al padrone gli seccava assai. Insomma lo tenevano addirittura per carità e perché mastro Misciu, suo padre, era morto nella cava.

Tita ci dà una notizia curiosa: lo sapevate che il nostro famoso peperoncino piccante, di colore rosso vivo, viene chiamato nel Sud d’Italia “diavoletto, diavolicchio, diavulill, pipi ‘nfernali” sia per il colore che per il sapore bruciante.

La natura ci offre le sfumature più belle di questo colore. Mi sembrano raffinate e sontuose, tessute a fili a rilievo, pur nella loro semplice umiltà come evocano questi versi di Sugawara Mikizane:
 
Venuto pellegrino
al tuo tempio montano
non ho portato doni.
O Dio della montagna,
questo rosso broccato
di foglie cadute
io lo offro a Te.
           

Serena ci sottolinea nella poesia che segue “il guizzo rossigno” nelle giornate di aprile di Gérard de Nerval :

APRILE
 

Di già le belle giornate,
un cielo d’azzurro, infiammate
le case, più lunghe le sere.
E nulla di verde. Ma appena
un guizzo rossigno, che vena
le rame degli alberi, nere.
Questo bel tempo mi aduggia.
Soltanto dopo la pioggia,
emerger si vede, repente,
la primavera di rosa,
come una ninfa gioiosa
che sbocchi dal bagno, ridente.

Vittoria Mallamaci ha scelto la poesia di Giuseppe Cardillo, Regali, in cui, tra i rossi scarlatti e rubicondi di fiori e bacche, il verso poetico è paragonato ad un bocciolo, pronto ad aprirsi all’interpretazione del lettore:

Rose scarlatte,
candidi gigli
e il bocciolo del verso
ho regalato.
Per donare un rametto
Di bacche rubiconde
Ho ferito una siepe.

Vittoria ci propone inoltre questa splendida descrizione di E. Lear, di un paesaggio caro a noi reggini:

…Avanzando, le vedute delle meravigliose rocce scoscese di Pentidattilo divennero sorprendentemente maestose e selvagge, e mentre il sole tramontava in una gloria purpurea, schiudeva una vera, magnifica e magica scena da romanzo.

Quando parliamo di colori, cioè di elementi propri dell’area visiva, talvolta adoperiamo termini che appartengono ad un’altra area di sensazioni, quasi a voler dire che non si vede solo con gli occhi, ma con tutti i sensi. Prendo ad esempio questi versi di V. Cardarelli in cui anche se non si parla espressamente del rosso, esso è comunque  presente nelle emozioni visive ed olfattive che descrivono l’autunno, stagione cara al poeta:

Amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato…
nulla più mi consola
di quest’aria che odora
di mosto e di vino,
di questo vecchio sole ottobrino
che splende sulle vigne saccheggiate
.

Anche la poesia che segue, di A. Machado, mi ha colpito perché parole che appartengono alla stessa area semantica: ardono, crepitano, bruciare rimandano all’idea della fiamma, del rosso. Ma il protagonista della poesia è il calore ardente dell’estate che di notte crepita senza bruciare:

Ardono i seminati,
scricchiola il grano,
azzurri insetti cercano l’ombra,
toccano il fresco…
E a sera riposa il fuoco,
la brezza
fa ballare il trifoglio,
sale
una stella
fresca
verso il cielo
cupo,
crepita senza bruciare
la notte
dell’estate.

Ma ecco, Maria Iaria ci riporta alla realtà: il rosso visto nella sua concretezza, impasto di polvere ed acqua, distintivo di un mestiere, che maschera il colore vero del personaggio. Solo quando costui lascerà il proprio lavoro, si scolorirà, la ragazza da lui amata accetterà il suo amore. Da Il ritorno del nativo di Thomas Hardy:

…Quando fu più vicino, vide che si trattava d’un carrozzone di forma comunissima, ma d’un color rosso cupo piuttosto singolare. Il conducente gli camminava accanto; ed era, come il suo carro, rosso dalla testa ai piedi. Uno strato di colore gli copriva gli abiti, il berretto che aveva in capo, gli stivali, il volto e le mani. Non si trattava d’una coloritura momentanea: tutta la persona n’era impregnata.
Il vecchio capì di che si trattava. Il conducente del carro era un venditore d’ocra, il cui mestiere consisteva nel fornire ai contadini il colorante per marcare le pecore. Apparteneva a una classe che nel Wessex viene ora rapidamente estinguendosi…. Rappresenta un legame curioso, interessante e quasi scomparso, tra le antiche forme di vita e quelle oggi in genere prevalenti.

L’ocra tinge del suo vivo colore tutto quel che tocca, e lascia la sua impronta inconfondibile, come il marchio di Caino, su chiunque la maneggi anche solo per mezz’ora.
Vedere per la prima volta il venditore d’ocra rappresentava allora un’esperienza importante nella vita d’un bambino. Quella figura color del sangue era come l’incarnazione di tutti i sogni spaventosi che avevano afflitto, sin dal sorgere della fantasia, lo spirito infantile. «Viene l’uomo rosso a prenderti!» minacciavano da generazioni le madri del Wessex.

Curioso, Clym fece alcuni passi e gettò un’occhiata dalla finestra. E, con meraviglia, vide nella stanza Diggory Venn, non più rosso dalla testa ai piedi, ma con l’aspetto, nuovo in lui, d’una persona perfettamente normale; aveva la camicia bianca, un panciotto a fiori, un fazzoletto da collo a bolli azzurri e una giacca color verde bottiglia. Non c’era nulla di singolare nel suo aspetto tranne l’enorme differenza da quel ch’era stato un tempo. Il rosso e tutto quel che poteva far pensare al rosso era stato accuratamente escluso da ogni parte del suo vestiario; ché chi si sia appena liberato dal giogo d’un lavoro nulla teme quanto ciò che gli ricorda il mestiere col quale s’è arricchito.

Maria ci dice che il rosso di Diggory Venn è segno di un mestiere e di una posizione sociale “ai margini”. Pure appartenendo culturalmente al mondo contadino e pastorale descritto nella storia, per esservi integrato socialmente, per arrivare ad essere accettato dalla donna amata, dovrà lasciare il mestiere di venditore d’ocra e dovrà liberarsi di quel segno colorato che è come un’infamia (marchio di Caino). Lo potrà fare perché il colore rosso, per quanto impregnato nella sua pelle, è comunque un rivestimento esterno, sotto il quale si intravede un uomo con caratteristiche diverse da quelle solitamente abbinate a quelli che esercitano il suo mestiere (l’unica cosa in lui poco attraente era il colore: se non ne fosse stato deturpato, sarebbe apparso un magnifico esemplare di giovane e maschia bellezza campagnola).
Aggiunge poi che questa pagina ci fa riflettere sulle tinte che ciascuno di noi porta con sé. La nostra amica ci pone dunque delle domande.  Di che colore è il nostro mestiere? Quanto ci copre? Di che colore siamo quando ce ne sbarazziamo?

Rimaniamo sul piano reale dei colori con la scelta di Serena Griso e Franca Crucitti dello stesso brano. Capita a volte, sia nei nostri laboratori che nelle Officine, che, senza preavviso di alcun genere, venga scelto lo stesso testo da parte di più persone; anche oggi questo non sarà l’unico esempio. Il libro già dal titolo si mostra attinente al nostro argomento: Il mio nome è rosso di Orhan Pamuk:

Sento che vi domandate: cosa vuol dire essere un colore?
Il colore è il tocco dell’occhio, la musica dei sordi, un grido nel
buio. Dato che sono decine di migliaia di anni che ascolto, di libro in
libro, di oggetto in oggetto, quel che dicono le anime, come il ronzio del vento, lasciatemi dire che il mio tocco somiglia a quello degli angeli. Parte di me richiama i vostri occhi, è la mia parte pensante. L’altra parte vola in aria con i vostri sguardi, è la mia parte leggera.
Sono così contento di essere rosso! Mi brucia dentro, sono forte, so di attirare l’attenzione, so anche che non riuscite a resistermi.
Non mi nascondo. Per me, la finezza non si ottiene con la debolezza o la fragilità, ma con la decisione e la forza di volontà. Mi faccio notare. Non ho paura degli altri colori, delle ombre, della folla o della solitudine. Com’è bello riempire con il mio fuoco vittorioso una superficie che mi attende! Dove mi espando io, gli occhi brillano, le passioni si fortificano, le sopracciglia si alzano, i cuori battono forte. Guardatemi, com’è bello vivere! Contemplatemi, com’è bello vedere. Vivere è vedere. Io vedo ovunque. La vita comincia con me, tutto torna a me, credetemi.
Fate silenzio e ascoltate come mai sono un rosso così meraviglioso. Un maestro miniaturista esperto di colori pestò e polverizzò con le proprie mani nel mortaio le migliori cocciniglie provenienti dai luoghi più caldi dell’India e ne preparò cinque dramme, poi preparò una dramma di saponaria e mezza dramma di lotor. Mise tre okka di acqua nel recipiente, ci buttò la saponaria e la fece bollire. Poi aggiunse il lotor e lo mescolò ben bene. Lo fece bollire il tempo necessario a prendersi un buon caffè. Mentre lui bevevo il caffè, io mi spazientivo come un bambino in procinto di nascere. Una volta che il caffè gli ebbe aperto la mente e gli occhi, gettò nel recipiente la polvere rossa e la mescolò per bene con uno dei sottili bastoncini puliti che usava per questo lavoro. Adesso sarei diventato un vero rosso, la mia densità è talmente importante, l’acqua non deve bollire a lungo inutilmente, ma deve comunque bollire. Prese un po’ d’acqua con l’estremità del bastoncino e la mise sull’unghia del pollice (le altre dita non vanno assolutamente bene). Oh, che bello essere rosso! Gli tinsi l’unghia di rosso senza colare, la mia densità andava bene ma c’era del sedimento. Tolse il recipiente dal fuoco, lo filtrò attraverso un tessuto pulitissimo e mi colò, divenni ancora più puro. Poi mi mise sul fuoco, mi fece bollire ancora due volte fino a schiumare, aggiunse un po’ di allume battuto e mi lasciò raffreddare.
Passarono un paio di giorni, rimasi lì in fondo al recipiente senza mescolarmi a nulla. Desideravo essere steso sulle pagine, ovunque e su ogni cosa, mi offendeva stare così. In questo periodo di silenzio meditai su cosa significasse essere rosso.

Anch’io ho letto con molto interesse questo romanzo in cui l’azione, che si svolge nel 1500 in Turchia, nasce dalla consapevolezza dei miniaturisti che i metodi e i libri a cui avevano dedicato la vita, di lì a poco sarebbero stati dimenticati. Nel laboratorio del Sultano si sarebbe disegnato alla maniera europea, privilegiando,a loro vedere, il mondo delle figure rispetto al significato.
Uno dei personaggi, anch’egli miniaturista, ormai morto, narra l’ascendere della sua anima al cielo in un’atmosfera dominata dal rosso. Da Il mio nome è rosso di Orhan Pamuk:

Non appena me ne resi conto,sentii con timore e gioia di essere accanto a Lui. In quel momento percepii con devozione la presenza di un rosso inconfondibile.
In breve tutto si fece completamente rosso. La bellezza di questo colore nasceva dentro di me e in tutto l’universo. Mi stavo avvicinando alla Sua esistenza, e mi veniva da piangere dalla gioia….Questo colore che copriva ogni cosa, e in cui si muovevano tutte le immagini dell’universo,era un rosso talmente bello e meraviglioso che esserne parte e pensare di essere così vicino a Lui mi fece piangere più forte.

Il colore rosso è stato uno dei primi ad essere usato dall’uomo poiché i pigmenti rossi sono stati disponibili molto presto in natura. Nell’arte paleolitica si otteneva questo colore dalla terra ocra rossa e nel neolitico dalla robbia, un’erba dalle radici tintorie. In seguito ci si servì di alcuni metalli come l’ossido di ferro o il solfuro di mercurio. Nella Roma imperiale il rosso che si otteneva dalla sostanza colorante del murice, una conchiglia, era riservato all’imperatore e ai generali, non solo per la difficoltà della produzione, ma anche perché al rosso sin dall’antichità si attribuirono i simboli del potere,quelli della religione e della guerra. Nel Medioevo si ripiegò sul chermes, il colorante estratto da un insetto. Per ciò che riguarda i tintori è interessante ricordare che in questo periodo ciascuno di loro era legato al proprio colore: per esempio, a Venezia, Milano, Norimberga gli specialisti del rosso robbia, non potevano lavorare neppure con il rosso chermes.

Abbiamo letto molti versi di Dante dove è viva la presenza del rosso.
A Tita sono sembrati interessanti questi esempi tratti sia dalla Vita Nova dove Beatrice appare a Dante prima vestita di bianco, poi di rosso, che dalle Rime e dalla Divina Commedia:

a) nella Vita Nova:

(II) Dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono. Apparve vestita di nobilissimo colore, umile ed onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia;

[III] E pensando di lei mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m’apparve una maravigliosa visione, che me parea vedere ne la mia camera una nebula di colore di fuoco, dentro a la quale io discernea una figura d’uno segnore di pauroso aspetto a chi la guardasse; e pareami con tanta letizia, quanto a sè, che mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: “Ego dominus tuus”. Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente; la quale io riguardando molto intentivamente, conobbi ch’era la donna de la salute, la quale m’avea lo giorno dinanzi degnato di salutare. E ne l’una de le mani mi parea che questi tenesse una cosa, la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: “Vide cor tuum”. E quando elli era stato alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si sforzava per suo ingegno, che la facea mangiare questa cosa che in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. Appresso ciò, poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo pianto; e cos&igarve; piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo; onde io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non poteo sostenere, anzi si ruppe e fui risvegliato.

b) nelle Rime:

De li occhi suoi, come ch’ella li mova
escono spirti d’amore infiammati.

c) nella Divina Commedia:

(Inferno V)

O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’universo
Noi che tingemmo il mondo di sanguigno;

–  ma Beatrice appare a Dante vestita di rosso, sopra un velo bianco e coperta da un manto verde nel 30° del Purgatorio:

così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva;

Rossi sono per lo sdegno i volti dei beati durante  l’invettiva  di Pietro contro i papi degeneri;

–  ma rosso è il colore del terzo cerchio, lo Spirito Santo, nella visione beatifica di Dante nel canto 33° del Paradiso.

Anche Giuseppina Catone indica il canto XXVII del Paradiso in cui il rosso è colore dell’ira e dello sdegno: vv. 1 – 36:

“Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo”,
cominciò, “gloria!”, tutto il paradiso,
sì che m’inebriava il dolce canto.

Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo viso.

Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
oh vita integra d’amore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza!

Dinanzi a li occhi miei le quattro face
stavano accese, e quella che pria venne
incominciò a farsi più vivace,

e tal ne la sembianza sua divenne,
qual diverrebbe Giove, s’elli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne.

La provedenza, che quivi comparte
vice ed officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogni parte,

quand’io udi’ : “Se io mi trascoloro,
non ti maravigliar, ché, dicend’io,
vedrai trascolorar tutti costoro.

Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
il luogo mio, il luogo mio, che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,

fatto ha del cimitero mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde ‘l perverso
che cadde di qua su, là giù si placa”.

Di quel color che per lo sole avverso
nube dipigne da sera e da mane,
vid’io allora tutto ‘l ciel cosperso.

E come donna onesta che permane
di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane,

così Beatrice trasmutò sembianza;
e tale eclissi credo che ‘n ciel fue.

Il rosso rimanda anche all’immagine dell’amore perduto, nella Canzoncina di Manola di Théophile Gautier, scelta da Serena:

Ho lasciato cader nel torrente
dal seno un garofano rosso.
Raccoglierlo, ahimè, più non posso
ché mi sfugge nell’onda sfuggente.
Perché mai, mio bel fiore amaranto,
ti ho lasciato cader nel ruscello?
A innaffiarti, garofano bello,
non avevo, negli occhi, il mio pianto?

e alla passione, come quella che cova sotto la cenere in questo brano scelto da Tita, tratto da Grazia Deledda, Canne al vento:

Capitolo quarto
Un gran fuoco di lentischi, come lo aveva veduto Noemi fanciulla, ardeva nel cortile di Nostra Signora del Rimedio, illuminando i muri nerastri del Santuario e le capanne attorno.
Un ragazzo suonava la fisarmonica, ma la gente, ch’era appena uscita dalla novena e preparava la cena o già mangiava entro le capanne, non si decideva a cominciare il ballo.
Era presto ancora: sul cielo lucido del crepuscolo spuntavano le prime stelle, e dietro la torretta del belvedere l’occidente rosseggiava spegnendosi a poco a poco.
Una gran pace regnava su quel villaggio improvvisato, e le note della fisarmonica e le voci e le risate entro le capanne parevano lontane.
Qua e là davanti ai piccoli fuochi accesi lungo i muri si curvava la figura nera di qualche donna intenta a cucinare.
Gli uomini, venuti alla vigilia per portare le masserizie, erano già ripartiti coi loro carri e i loro cavalli: rimanevano le donne, i vecchi, i bambini e qualche adolescente, e tutti, sebbene convinti d’esser là per far penitenza, cercavano di divertirsi nel miglior modo possibile.

Lo sguardo di Giuseppina si sposta da Dante al mondo classico, quello greco in particolare, dove rosso è il calore della passione d’amore, rossa la corda dell’arco d’Amore in questi versi di Anacreonte:

La palla rossa
a me lancia Eros dai capelli d’oro
e con una fanciulla dai sandali a colori
mi spinge a giocare.
Ma essa ch’è di Lesbo dalle belle case,
sdegna me bianco già sul capo
e avida sospira per un altro.

(di Asclepiade)

La vaga Irenio videro gli Amori,
lasciando l’auree stanze d’Afrodite.
Era dal capo ai piedi un virgulto
meraviglioso, e scolpita nel marmo
pareva, tutta fiorente delle sue grazie acerbe
E subito vibrarono sui giovani
una fitta pioggia di dardi
dalla rossa corda dell’arco.

(di Ibico)

A primavera, quando
l’acqua dei fiumi deriva nelle gore
e lungo l’orto sacro delle vergini
ai meli cidonii apre il fiore,
e altro fiore assale i tralci della vite
nel buio delle foglie;
in me Eros,
che mai alcuna età mi rasserena,
come il vento del nord rosso di fulmini,
rapido muove: così, torbido
spietato arso di demenza,
custodisce tenace nella mente
tutte le voglie che avevo da ragazzo.

(di Ibico)

A primavera, quando
l’acqua dei fiumi deriva nelle gore
e lungo l’orto sacro delle vergini
ai meli cidonii apre il fiore,
e altro fiore assale i tralci della vite
nel buio delle foglie;
in me Eros,
che mai alcuna età mi rasserena,
come il vento del nord rosso di fulmini,
rapido muove: così, torbido
spietato arso di demenza,
custodisce tenace nella mente
tutte le voglie che avevo da ragazzo.

Vittoria, invece, ci propone le parole di Erika Jong, che non indicano chiaramente il rosso, ma lo sottintendono come colore tipico dell’amore e del sacrificio materno:

La madre il cui cuore è stato strappato dal petto per sacrificarsi sull’altare della poesia o narrativa o amore o libertà, dice ancora quando il figlio pur adulto inciampa: “Ti sei fatto male, piccolo mio!”

E’ venuta anche a trovarci un’amica, Pina Mangano. L’abbiamo accolta con gioia. Già dal primo incontro ha scelto e portato alcuni testi: un brano de La lettera scarlatta di Nathalien Hawthorn dove questo colore è visto prima come simbolo di vergogna e poi come riscatto, e alcuni versi di Armando Giorgi in cui gerani scarlatti sono ricordi della casa natale.

Ancora una volta ritroviamo l’ambivalenza di questo colore anche per ciò che si riferisce all’amore: il lato della purezza e quello dell’eros e della sensualità.

Forse non tutti sanno che fino al XIX secolo in alcune nazioni il rosso si adoperò anche per gli abiti da sposa, soprattutto in ambiente contadino, per sottolineare il carattere di festa, di ricchezza.

Il rosso rimane impresso nella mente di alcuni poeti, come elemento che caratterizza in un determinato momento la figura della donna amata. Ricordo il rosso scialle di Lina di U. Saba e il verso “se mai ti mostri hai sempre la liseuse rossa” di E. Montale in Luci e colori.

Peccato non aver potuto ascoltare la canzone scelta da Tita! Qualcuno accenna però al motivo e siamo prese dal ritmo di Rossa Mela della Sera, di Zucchero Fornaciari:

È rosso il sole.
È una mela
e sbuccia l’aria della sera
Che sei sola come me
Lo so dagli occhi
Li porterò con me sai
Quando vado via
L’amore che
Disfi e fai
Con le tue mani su di me
Quando vieni e quando vai
Lo so dagli occhi
Li porterò con me sai
Quando vado via
Li porterò con me sai
per farmi compagnia ye ye ye
Uh uh uh uh con me
Nel cuore e nell’anima mia
Rossa mela della sera …

Riaffiorano i ricordi: la mela rossa di Biancaneve, che proprio per il suo colore tenta la fanciulla, il cappuccetto rosso della fiaba che s’intravede tra gli alberi del bosco.

Anche la memoria si colora di rosso come in questo testo di Sue Limb, scelto da Vittoria:

…mia figlia mi stava paradossalmente riconducendo alla vera origine di tutto: indietro, come attraverso uno specchio, in un mondo incantato, dove vecchi ricordi polverosi si destavano, si spiegavano e brillavano di un colore vermiglio-oro.

Per Maria Bambace il colore rosso di primo acchito può evocare il potere, infatti nell’antica Roma la toga praetexta, cioè orlata di rosso, la indossavano i senatori, nel Medioevo e nel Rinascimento gli uomini di potere vestivano di rosso, come bene indicano il Manto rosso di re Ruggero e i molti affreschi e dipinti di Simone Martini, di Botticelli e Masaccio, Piero della Francesca nel ritratto di Guido da Montefeltro.
Per lei il rosso evoca il sangue, quindi la violenza, l’assassinio, ecco perché ha scelto autori che hanno spesso descritto scene di violenza raccapriccianti. Si va dalla Medea di Euripide che per vendicarsi del tradimento del marito Giasone uccide e taglia a pezzetti i figlioletti al Tieste di Seneca, che presenta una scena macabra in cui Tieste scopre di aver mangiato la carne dei figli uccisi e imbanditi dal fratello Atreo, ai violenti puniti da Dante a stare in un fiume di sangue, il Flegetonte, nel 7° cerchio dell’Inferno, a Boccaccio che racconta, in due novelle della IV giornata, la storia di Ghismunda e Guiscardo al quale verrà strappato il cuore per volere del re Tancredi, padre di Ghismunda e mandato in una coppa d’oro alla figlia e quella di Lisabetta da Messina e Lorenzo il quale sarà ucciso dai tre fratelli della donna che, ascoltato il giovane in sogno, va, scopre il cadavere in un bosco, e non potendo portare con sé tutto il corpo, spicca la testa con un coltello e lo nasconde in un vaso di basilico che innaffia con le sue lacrime e fa crescere rigoglioso; a D’Annunzio che nel Cerusico di mare, novella tratta dalle Novelle della Pescara descrive un intervento a bordo di una nave sul giovane Gialluca colpito da tumore al collo e in Dalfino racconta la vendetta ferina di questo personaggio che taglia il collo al brigadiere perché aveva offeso la sua donna Zarra.

EURIPIDEMedea:
Giasone:… Crede lei che dopo avere uccisi  i sovrani di questa terra potrà fuggirsene via impunita? Ma non di lei ora mi do pensiero quanto dei figli. A lei renderanno male quelli a cui fece male. Io venni qui per salvare la vita ai miei figli. …
Corifea: I figli tuoi sono uccisi; di sua mano la madre li uccise.
Giasone: Oh abominio, donna di quante mai furono la più esecrata, dagli dei esecrata, da me, da tutta la stirpe degli uomini! Tu che sugli stessi tuoi figli, tu madre, osasti vibrare la spada, e me padre, distruggendomi i figli, hai distrutto! … Morte ti colga! …

SENECA Tieste:
Abscisa cerno capita et avulsas manus
Et rupta fractis crura vestigia: …
Ex vulnere ipso sanguinem calidum in tua
Defundere ora debui,ut viventium
Biberes cruorem;


et artus, corpora exanima amputans,
in parva carpsi frusta et haec ferventibus
demersi aenis, illa lentis ignibus
stillare iussi,membra nervosque abscidi
viventibus,gracilique traiectas veru
mugire fibras vidi et aggessi manu
mea ipse flammas
.

Tieste: Vedo le loro teste recise, le mani mozzate, i piedi staccati dalle gambe spezzate.
Atreo: – Avrei dovuto versare  nella tua bocca il sangue caldo delle loro ferite, perché tu bevessi il sangue di creature vive.
…, ho amputato i corpi esanimi, e ho fatto le membra a piccoli pezzi e parte ho gettato nella caldaia bollente, parte ho fatto gocciolare a fuoco lento; ho tagliato carne e nervi mentre vivevano ancora e ho visto mugghiare le viscere infilzate in spiedo sottile, e io stesso ho ravvivato con la mia mano le fiamme …

DANTEInferno Canto XII – vv. 46 – 48; 101 – 102; – 115 – 117; – 124 – 12:

Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
La riviera del sangue in la qual bolle
Qual che per violenza in altrui noccia”.

Or ci movemmo con la scorta fida
Lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.

Poco più oltre il centauro s’affisse
Sovr’una gente che ‘nfino a la gola
Parea che di quel bulicame uscisse.

Così a più a più si facea basso
Quel sangue, si che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.

BOCCACCIO DecameroneTancredi e Ghismunda (IV, 1):

… fattasi., il prenze (Tancredi) venire una grande e bella coppa d’oro e messo in quella il cuor di Guiscardo, per un suo segretissimo famigliare il mandò alla figliuola e imposegli che quando gliele desse  dicesse: “ Il tuo padre ti manda questo per consolarti di quella cosa che tu più ami, come tu hai lui consolato di ciò che egli più amava”
Ghismunda … con forte viso la coppa prese; e quella scoperchiata, come il cuor vide e le parole intese, così ebbe per certissimo quello essere il cuor di Guiscardo; per che, levato il viso verso il famigliar, disse: “ Non si convenia sepoltura men degna che d’oro a così fatto cuore chente questo è: discretamente in ciò ha il mio padre adoperato”.
E così detto, appressatoselo alla bocca, …
… , il cuor riguardando disse: “… maledetta sia la crudeltà di colui che con gli occhi della fronte or mi ti fa vedere! … farò che la mia anima si congiungerà con quella, … , basciando infinite volte il morto cuore … , alzato il capo e rasciuttisi gli occhi, …
.., si fé dare l’orcioletto nel quale era l’acqua che il dì davanti aveva fatta, la quale mise nella coppa ove il cuore era da molte delle sue lacrime lavato; e senza alcuna paura postavi la bocca, tutta la bevve e bevutala con la coppa in mano se ne salì sopra il suo letto, e quanto più onestamente seppe compose il corpo su sopra quello e al suo cuore accostò quello del morto amante: e senza dire alcuna cosa aspettava la morte.

Lisabetta da Messina (IV, 5):

La giovane (Lisabetta) , … trovò il corpo del suo misero amante in niuna cosa ancora guasto né corrotto: per che manifestamente conobbe essere stata vera la sua visione … se avesse potuto volentier tutto il corpo n’avrebbe portato per dargli più convenevole sepoltura; ma veggendo che ciò esser non poteva, con un coltello, il meglio che potè gli spicco dallo ‘mbusto la testa e quella in un asciugatoio inviluppata, e la terra sopra l’altro corpo gittata, messala in grembo alla fante … tornossene a casa sua.

FEDERICO GARCIA LORCA

Il lamento di Ignazio: Il sangue versato

Non voglio vederlo!
Di’ alla luna che venga,
ch’io non voglio vedere il sangue
d’Ignazio sopra l’arena.
Non voglio vederlo.

Sui gradini salì Ignazio
con tutta la sua morte addosso.
Cercava l’alba,
ma alba non era.
Cerca il suo dritto profilo,
e il sogno lo disorienta.
Cercava il suo bel corpo
e trovò il suo sangue aperto.
Non ditemi di vederlo!
Non voglio sentir lo zampillo
Ogni volta con meno forza:
questo getto che illumina
le gradinate e si rovescia
sopra il velluto e il cuoio
della folla assetata.
Chi mi grida d’affacciarmi!
Non ditemi di vederlo!


D’ANNUNZIO – Da Le Novelle della Pescara – Il cerusico di mare

La mattina Gialluca, smarrito, disse ai compagni:
Tajjàte.
… . Poi osservarono il tumore ch’ era eguale al pugno di un uomo.

Al primo contatto della lama., Gialluca gittò un urlo; poi, stringendo i denti, metteva quasi un muggito soffocato. … Come il trabaccolo barcollava, il taglio riusciva ineguale; il coltello ora penetrava più, ora meno. Un colpo di mare fece affondare la lama dentro i tessuti sani. Gialluca gittò un altro urlo, dibattendosi, tutto sanguinante, come una bestia tra le mani dei beccai. Egli non voleva più sottomettersi.

Massacese fece altre quattro o cinque incisioni, rapidamente, a caso. Sangue misto a materie biancastre sgorgava dalle aperture. Tutti n’erano macchiati, …
Massacese, …, aguzzava certi pezzi di legno d’abete, con attenzione. I due Talamonte si
occupavano del catrame, poiché il catrame bollente era stato scelto per bruciare la piaga. Ma era impossibile accendere il fuoco su ‘l ponte che ad ogni momento veniva allagato. …
Il collo gli era diventato enorme, tutto rosso, in alcuni punti quasi violaceo. …
Massacese avvolse intorno ai pezzi di legno un po’ di stoppa, e a mano a mano ne tuffava uno nel catrame bollente e con quello strofinava la piaga. Per rendere più efficace e profonda la bruciatura, versò anche il liquido nelle ferite. Gialluca non mosse un lamento. Gli altri rabbrividirono, in cospetto di quello strazio.
Disse Ferrante La Selvi, dal suo posto scotendo il capo:
-L’avet accise!

Dalfino

Nel cuore ci aveva la burrasca, povero Dalfino; … . Era un misto di superstizione, d’odio, d’amore; l’onda paonazza l’attirava irresistibilmente, fatalmente, ma gli pareva che anche là sotto non avrebbe avuto pace senza la vendetta.

Addio, Zarra; vado.
Baciò su la bocca; poi si diede a correre per la rena verso la Dogana, e il sangue gli s’era inferocito. Incontrò il finanziere proprio sotto la lanterna; gli si fece addosso come una tigre e lo sgozzò d’un colpo senza fargli dire neppure Gesummaria.
Poi mentre la gente accorreva, si gittò in mare … e lo videro ancora su la cima bianca de’ marosi, come un delfino, ricomparire, perdersi per sempre nel crepuscolo incerto, tra i fischi dello scirocco e le grida disperate di  comare “Gnese”.

Maria Giglio ricorda da Donna de Paradiso di Iacopone da Todi i seguenti versi:
 

…Figlio bianco e vermiglio
figlio senza simiglio
figlio, a chi mi appiglio?

Franca Crucitti ha scelto lirica Il sangue di Alonso Damaso, che è un alto grido di angoscia verso il sangue versato nel mondo e l’ingiustizia umana che lo provoca:

Ho viaggiato mezzo mondo
Dall’aereo guardavo, insaziabile, il mare, la terra,

Vedevo solo sangue sparso.

E mi domandavo, come perchè?
E volevo atterrare,palpare quella coltre rossa,
convincermi che (forse) non era sangue,
(magari solo un fenomeno sconosciuto).

Ma no, Ch’era proprio sangue, sangue, sangue.
E gridai atterrito.
E volevo fermare il freddo uccello di nichel grigio senz’anima,
e mi torcevo impotente,
appeso a quell’altezza,
fra compagni di viaggio che leggevano il loro “Life”
e piloti albini che non mi comprendevano
.

Bisogna atterrare, bisogna atterrare: pericolo.
Immense Amazzoni versano sangue nei mari.
Grandi fiumi satelliti gonfiano di rossa spuma ribollenti Amazzoni
Sottili rivi scarlatti risalgono furtivamente (come termometri febbrili) i torvi fiumi.
Violacei torrenti fumiganti ruggiscono e si precipitano giù a cercare fiumiciattoli dove placare la Rabbia.

Sangue, sangue,
immensa rete di sangue che irriga il mondo.
Dove sono le sue sorgenti? Io le voglio vedere, le sorgenti.

Fermate, signori, fermate
bisogna atterrare, ora stesso.
Perché c’è sangue per tutto il mondo,
e io ho bisogno di sapere chi è che versa il sangue,
e perché e in nome di che si versa.

Dammi, gran Dio, gli occhi della tua giustizia,
Perché nel mondo regna l’ingiustizia.
Tu non hai creato l’ingiustizia. Ma c’è qualcuno che l’ha creata.
Qualcuno è l’ingiusto, io devo vedere la faccia dell’ingiusto.
Perché c’è la menzogna e voglio vedere le sue sorgenti ocra.
Occhi miei, attenti, attenti:
io voglio vedere quali braccia strozzano la giustizia di Dio, quali bocche
distorcono le sue verità.

Anche per Mimma Parrino è così: rosso come vita e morte.

Vorremmo continuare, ma il tempo non ci concede il piacere di stare ancora insieme.
Cerco di trarre le fila di questo interessante incontro sul rosso, colore dell’ambivalenza, dell’amore e della violenza, senza dimenticare comunque che ogni persona è raffigurabile con l’arcobaleno e che sta ad ognuno di noi coglierne con uno sguardo attento i vari colori che la rappresentano armoniosamente.

Il rosso s’impone, attira l’attenzione: dunque, è un’essenza? un colore che si presenta agli altri imponendosi o è forse il punto d’arrivo di chi cerca e sceglie quello che è più evidente?
In entrambi i casi, forse, c’è un’affinità: un desiderio di entrare in relazione con l’altro mantenendo l’intensità del colore o stemperandola. Ma chi si mostra in modo perentorio non dovrebbe lasciare qualcosa di sé all’altro? E chi si trova bene soltanto con quelli che diluiscono i toni vuole veramente ricevere qualcosa dagli altri o preferisce rimanere fermo su pacate tinte smorzate?
Accettiamo invece, senza condizioni, il rosso che domina assoluto nel quadro di Rembrandt, Il Misericordioso, rosso avvolgente, come l’abbraccio pieno di amore del Padre, che accoglie e consola, a cui fiduciosi ci abbandoniamo.

Annunci