REPORT OFFICINA NOVEMBRE 2006
a cura di Maria IARIA

Questa non è la prima Officina per noi, ad Ottobre ne abbiamo fatta una riprendendo una delle “cose che bisognerebbe sapere” venute fuori nell’ultima Officina dell’anno scorso. È stata una festa affollata, con protagonista indiscussa la nostra Katia, che ha festeggiato con noi la sua laurea conseguita a luglio e ha coordinato l’incontro, che verteva proprio sulla domanda da lei posta “Come si fa ad essere ottimisti, ovvero uomini di speranza?”.
Oggi il clima è diverso: più consueto, perché siamo in meno, le “abitué”; ma anche più animato: ci piace, questo tema dei colori, e non vediamo l’ora di cominciare a confrontarci e, parlo per me, a capirci qualcosa.
Io, reduce dall’Officina romana, ho il compito di coordinare l’incontro e redigere il report: sono molto inquieta, perché l’appuntamento a Roma è stato per me così pieno di stimoli e spunti che penso occorrerà tutto l’anno per venirne a capo e mettere un po’ d’ordine nella mia testa. Intanto provo a dare alle altre una pallidissima idea dei contenuti venuti fuori a Roma e delle possibili riproposte degli interventi romani nel corso delle altre attività del gruppo.

Poi si comincia davvero, a partire dall’editoriale di Padre Spadaro. È Tita Ferro a commentarlo, rammentando che il termine colore ha in molte lingue antiche la radice in comune con celare, coprire. In questo caso, potrebbe identificarsi con il trucco, che però non si limita a coprire, arriva a trasformare. Invece conveniamo che c’è un colore insito agli oggetti, “proprio” di essi ma, come dice Padre Spadaro a conclusione del suo editoriale, «per comprenderlo è necessario un occhio acuto, capace di vedere i colori del mondo, le sfumature e i colori pastello, capace di cogliere, per dirla con Hopkins, la “freschezza più cara” che “vive in fondo alle cose”». E qui ci viene incontro un brano che tratta dello sguardo e dell’attenzione, da DAL VULCANO AL CAOS, di EDITH DE LA HERONNIERE, un libro propostoci da Giuseppina Catone:

Gli occhi non fanno lo sguardo, certo, lo si sa da Lafcadio Hearn, mezzo cieco, i cui libri sono tutti una stupenda e precisa descrizione del mondo. Potete avere i più begli occhi del mondo e non guardare nulla. Potete avere anche i più brutti occhi del mondo, i più difettosi, i più incapaci e guardare il mondo che vi circonda meglio di chiunque altro. Fra gli occhi e lo sguardo c’è un abisso. Lo sguardo dipende dall’attenzione. Non è necessario mescolarvi amore od odio. L’attenzione è sufficiente da sola. Essa dà vita a ciò che viene guardato, conferisce dignità, rivela la bellezza. Fa esistere ciò che non veniva ancora guardato, come se riuscisse a entrare all’interno del viso e del  paesaggio, delle vibrazioni e di quei tremiti con cui si esprime la loro atmosfera interna. Il più delle volte non vediamo che un’infima parte di ciò che si mostra, escludendo tutto il resto, respingendolo nel campo immenso di ciò che preferiamo ignorare. L’attenzione, invece, non vuole ignorare nulla.”

Con le letture proposte da Franca Crucitti il nostro sguardo si posa sui colori dell’autunno, e la nostra attenzione è catturata dalla bellezza dei passi scelti. Franca sottolinea come in ognuno dei brani i colori si carichino dello stato d’animo del poeta, e si differenzino in base ad esso. Così SALVATORE QUASIMODO, in una poesia tratta dalla raccolta ED È SUBITO SERA, si identifica con un tronco d’albero e trova così il modo migliore per esprimere il suo stato d’animo: il rifiorire della vita dopo lunghe sofferenze.

Specchio
Ed ecco sul tronco
Si rompono gemme:
un verde più novo dell’erba
che il cuore riposa:
il ceppo pareva già morto
piegato sul botro.
E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era
.

I colori sono caricati di intensità: il verde è “più novo dell’erba”, il cielo si rispecchia nei fossi “più azzurro”. Qui i colori brillano, nella poesia successiva, AUTUNNO SFIGURATO di G. TRAKL, poeta tedesco del primo Novecento, possiedono invece i toni caldi della maturità:

Potente così finisce l’anno
Con uva d’oro e frutta di giardini.
Tacciono intorno meravigliosi i boschi
E sono compagni al solitario.

E il contadino dice: sì, vabene.
Rintocchi della sera, lunghi e lievi
Ancora rallegrate sul finire!
Uccelli a schiera salutano passando.

È il tempo dolce dell’amore.
In barca, lungo il fiume azzurro
Come soavi s’inseguono le immagini.
E tutto, in silenzio e pace, va in rovina
.

Il poeta esprime, attraverso le immagini autunnali, il bisogno di trovare un conforto contro l’angoscia dell’anima, di trovare una pace definitiva sia pure nel lento dissolversi, nel lungo andare in rovina e perire di tutte le cose. In ALLA BRUMA di SERGIO SOLMI, un momento di profonda pacatezza della natura corrisponde alla pacata serenità raggiunta dall’animo del poeta. Tutto, dentro il grigio della bruma diventa morbido e discreto: si perdono i colori della violenta stagione solare e prende forma l’intimo comportamento della ”casa” umana (cioè della propria coscienza). La bruma, dunque, viene sentita come la stagione mediana dell’uomo, in cui egli, abbandonate le esperienze più violente, si abbandona a una nuova dimensione: quella della meditazione e dell’attesa”stanca”, ma “dolce” e serena della morte:

Alfine sei tornata, amica bruma!
Alle tue bige folate m’arrendo
E mi ritrovo come in una patria,
lungi dal sole disastroso, dalla
nuda luce che odio. Come allevia
gli occhi feriti il tuo sfumato, morbido
alone. Come persuadi al giorno
l’umana, esatta misura, la forma
della casa, e discreta ora annunci
lo studioso inverno. Come infondere
sai all’intera vita il molle indugio,
la stancata dolcezza, l’abbandono
del caro istante che precede il sonno
.

Anche il brano seguente, questa volta in prosa, è teso a sottolineare che c’è una stagione autunnale nella natura, ma anche nella vita dell’uomo. Si tratta di una stagione fatta di dissolvenza, di colori attenuati, di vita che dolcemente si spegne, di fiori e di speranze che cadono. È la stagione in cui perdono la loro forza le passioni e le tendenze aggressive, quando le cose e le persone sembrano staccarsi dai nostri interessi, e quando gli interessi non si rivolgono più all’esterno, ma alla capacità di vivere con la nostra intimità, con i ricordi delle cose, di osservare con distacco e con animo placato. Ma questo stato d’animo pacificato e sereno può offrire come una forma di intelligenza della realtà; non si tratta di distacco dalla vita, ma capacità di cogliere, con occhio più vivo, forme di vita essenziali e profonde. È di un autore spagnolo, BAROJA (1872-1956), e prende come titolo SENTIMENTO D’AUTUNNO:

L’autunno aveva fatto la sua apparizione in Parigi; un autunno amabile e soave, fatto di giorni grigi e di nebbie dense.
Don Fausto e il suo vicino, sempre che il tempo lo permettesse, andavano nei villaggi dei dintorni. Piaceva a tutti e due passeggiare per quei parchi superbi, camminare per quei sentieri pieni di foglie secche, e all’annottare, già di ritorno nella città, vedere nell’aria grigio azzurrata come brillavano nella lontananza, tra la bruma, le luci delle carrozze e dei fanali.
Il fecondo autunno, l’epoca dei frutti ben maturi, ha fama di essere triste. È una fama propagata da poeti piagnucoloni che non hanno passeggiato per la campagna quando gli alberi cominciano a ingiallire.
L’autunno dà quasi sempre un’impressione di realtà, di pienezza, di vita; la primavera, invece, è più malinconica. L’autunno è allegro perché dinanzi alla natura che sembra morire l’uomo si sente forte; la primavera è triste, è la decorazione splendida dove l’uomo non può mai porre la sua azione. Il giorno di maggio è magnifico; il sole brilla, le praterie ridono, la natura grande, indifferente, è ringiovanita con la stessa forza della primavera passata, ma l’uomo si trova piccolo e triste perché sente di contar ben poco, vede che ogni anno che passa è un anno meno di vita, vede che non si rinnova come l’albero, né come il ruscello, né come la neve del monte, e che quello che muore in lui non torna giammai a germogliare.
No, l’autunno non è triste. Nei suoi giorni il cielo si mostra soave e vario, amabile e gentile; il sole gialliccio indora le rossicce cime degli alberi, e le foglie secche scricchiolano allegramente sotto i piedi … Don Fausto e il suo vicino se ne andavano consci di essere proprio due partigiani della campagna. Ambedue mariti ingannati e filosofi … Erano giunti a quell’altura dalla quale si comincia a vedere la vanità delle cose umane, comprendevano che ogni cosa ha il suo determinato tempo, e che il tempo di indignarsi era passato per loro. In possesso di questa verità si dedicavano unicamente alla contemplazione della natura. Si sedevano su una panca e chiacchieravano.
Di quando in quando le nubi mostravano un cielo azzurro, pallido, dolce come una carezza, e lasciavano passare i raggi di un sole giallognolo come un malato di anemia. Qualche volta sfrecciavano nel cielo stormi di uccellacci, disegnando con le loro forme nere un angolo acuto; una pica lanciava il suo grido burlone tra il fogliame, qualche corvo passava molto vicino crocidando e facendo trasparire le sue ali violacee nella chiarità dello spazio, mentre da lontano risuonava l’urlo dolente di una locomotrice.
In quei grandi parchi, in quei giardini ben curati, malgrado la perenne verdezza dell’erba, si sentiva come in qualche parte il passo dell’autunno; mucchi di foglie giallicce si inumidivano con la pioggia; altre grandi, rossicce, portate dal vento, correvano e giocherellavano per i viali coperti d’arena. …”

E da un autunno che, nell’animo dell’uomo maturo, vince il confronto con la malinconica primavera, fa da contrappeso l’INSOLITO AUTUNNO di A. ACHMATOVA, in cui quella che lei vede come l’umida, gelida, torbida stagione di malinconie e di tristezze, dinanzi allo spirito che ama, acquista una nuova dimensione e si trasforma addirittura in primavera:

Un insolito autunno aveva levato una cupola eccelsa,
alle nubi era stato ordinato di non offuscarla.
E stupiva la gente, ché s’approssimava il termine del settembre
Ma dove erano finite le giornate umide, gelide?
Di smeraldo s’era fatta l’acqua dei canali torbidi
E l’ortica aveva preso a odorare come rosa, solo più forte.
V’era un sole tale, quale un ribelle penetrato nella capitale,
e l’autunno primaverile tanto avidamente gli si stringeva,
che pareva di lì a poco avrebbe preso a biancheggiare il trasparente
bucaneve.
Era così quando t’accostasti – tranquillo – all’ingresso della mia casa
.

Analogo sentimento d’amore è presente nella poesia di MARIARIOSA BORIO GASPARIN proposta da Sara Puntillo. Anche qui siamo in un “insolito autunno”, che si rivela alla poetessa innamorata lungo il “solito viale”. È il suo sguardo che si fa acuto e che trasfigura le foglie secche sui rami in pietre preziose, le nuvole nel cielo in soavi immagini del mondo naturale e, con uno scarto sinestetico, assimila la muta bianca immagine al rumoroso tumulto del suo cuore:

Su per il solito viale
in questi ultimi giorni
gli alberi paiono impazziti
hanno vesti inusuali
colori di calma fuggente
ambra,rubini,topazi,
giade, coralli,agate,
oro, soprattutto gocce d’oro
riverberano nei miei occhi
lo splendore accecante
dello sfavillio del sole
sui tremuli rami
sotto uno scenario turchino
dove sospesi bianchi cavalli
galoppano come i battiti del mio cuore
.

È un approccio impressionistico, quello presente in questa poesia: luci e ombre, colori e forme. Gli elementi (foglie, cielo, nuvole) non sono chiamati con il loro nome, così come gli impressionisti per dipingere un albero non tracciavano la figura di un tronco e dei rami: ne osservavano la luce e riproducevano i colori e le ombre che questa proiettava su esso. In un quadro o una poesia così realizzati è l’insieme che rivela i particolari; e Tita Ferro ci ricorda che vedere non è essere analitici: la vera visione è sintetica.
Il piacere di una descrizione particolareggiata, necessariamente in prosa, ce lo ha dato Maria Chiantella: anche lei ci ha portato colori autunnali, quelli presenti in un brano di UN UOMO, di ORIANA FALLACI, ricco anche di suoni, profumi e sapori:

La Toscana è bella d’autunno. Puoi camminare lungo sentieri che hanno il profumo dei funghi e delle ginestre, ascoltare le voci del vento che chiama dai poggi orlati di cipressi e di abeti, pescare le anguille nei borri dove il torrente rotola sui sassi scivolosi di borraccina, andare a caccia di lepri e di fagiani nelle macchie di erica rossa, ed è tempo di vendemmia, l’uva si gonfia violetta tra i pampini fitti, i fichi pendono dolci dai rami che fremono di fringuelli e di allodole, nei boschi le foglie si accendono di giallo e di arancione bruciando il monotono verde d’estate. Se ti senti stanco di te stesso e hai bisogno di ritrovare te stesso, lavarti dei dubbi, non c’è posto migliore della Toscana d’autunno: andiamo in Toscana, ti dissi. Venisti, e la vecchia casa sulla collina non era mai stata incantevole come quell’autunno. L’edera l’aveva fasciata in fiammate di rosso che si arrampicavano fino alle finestre del secondo piano e ai merli della torretta, i rosai erano inaspettatamente sbocciati in un tripudio primaverile, e così il glicine che dalla ringhiera del terrazzo prorompeva in cascate di tenero azzurro. Era fiorito anche il corbezzolo dinanzi alla cappella, bacche di porpora su cui i merli si gettavano ingordi, e nella vasca le ninfee galleggiavano bianche, superbe“.

Anche tra le proposte di Maria Bambace ve ne è una che vede il colore in stretta relazione con le stagioni. In questo caso si tratta del bianco inverno, il cui rigore è stemperato del rosso del fuoco e del vino: è un carme di ORAZIO dal titolo INVITO A TALIARCO, unico esempio di poesia dell’antichità classica proposta:

Vides ut alta stet nive candidum
Soracte, nec iam sustineant onus
Silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto
dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina,
o Thaliarche, merum diota
.

Trad.: “Vedi come il Soratte si innalzi bianco per la neve profonda né i boschi affaticati ormai sopportino il peso e i fiumi si siano congelati per il gelo intenso; sciogli il freddo, gettando a larghe mani legna sul fuoco e assai benevolmente spilla, o Taliarco, un vino di quattro anni da un’anfora sabina“.

In questa riflessione sui colori si è fatta notare da più parti l’immaturità espressiva dei tempi antichi riguardo ai colori: ma in questa poesia le figure evocate sono strettamente legate ai colori che le connotano, anche se vi è un solo termine, “candidum” a richiamarne direttamente uno.
In altre poesie proposte da Maria Bambace il colore diventa protagonista assoluto: lo troviamo in trionfo nei fiori, nella poesia I’ MI TROVAI, FANCIULLE, UN BEL MATTINO di ANGELO POLIZIANO:

I’ mi trovai, fanciulle, un bel mattino
di mezzo maggio in un verde giardino.
Eran d’intorno violette e gigli
fra l’erba verde, e vaghi fìor novelli
azzurri gialli candidi e vermigli:
ond’io pòrsi la mano a cor di quelli
per adornar e’ miei biondi capelli
e cinger di grillanda el vago crino
.

Ne osserviamo l’illusorietà in LE PROMESSE DELL’ARCOBALENO di G. COVONI, una poesia che già nel titolo contiene il retrogusto un po’ amaro della sua conclusione:

Con le strisce, una gialla, una vermiglia,
una verde, una lilla, egli promette
oceani di spighe, Alpi di fieno
e alluvioni di vino da bottiglia
coi colori di rose e di violette
che hanno le penne dell’uccello lira.
Tutta la pompa dell’arcobaleno
non è che un poco d’acqua colorata
e, quando tra le nubi la ritira,
resta il disarmo della grandinata
.

Macchia” il placido paesaggio colto da FRIEDRICH HOLDERLIN in A MEZZO LA VITA:

Tra gialle pere declina
e piena di rose selvatiche
la terra nel lago,
voi amabili cigni,
ed ebbri di baci
tuffate il vostro capo
nell’acqua sobria e sacra
.

Il colore ha ovviamente un ruolo importante nella descrizione dei tramonti, siano essi raffigurati come fenomeni a sé, in cui i soli elementi presenti sono il sole e il mare, per di più personificati, come in TRAMONTO dello spagnolo MANUEL MACHADO:

Voce del mare: un languido e sonoro
sospiro era in quel vespro … Non volendo
morire il giorno, con artigli d’oro,
alle scogliere s’afferrava, ardendo.
Ma il mare gli protese il suo orizzonte,
e il sole, infine, come in ricco letto,
ne’ flutti immerse la dorata fronte,
stemperato in un vortice violetto
.
……………………

oppure siano colti come il momento migliore per descrivere un luogo e dargli un po’ di mistero, come in SERA DI LIGURIA di VINCENZO CARDARELLI:

Lenta e rosata sale su dal mare
la sera di Liguria, perdizione
di cuori amanti e di cose lontane.
Indugiano le coppie nei giardini,
s’accendono le finestre ad una ad una
come tanti teatri.
Sepolto nella bruma il mare odora.
le chiese sulla riva paion navi
Che stanno per salpare
.

o ancora siano evocati tra i momenti più suggestivi offerti allo sguardo dalla propria città d’origine, come in U MARI I RRIGGIU da “‘Nta scurata” di F. CHIRICO:

‘Nc’esti ‘nu lagu…, si nci capitati,
chi non v’u ‘nzigna ‘u libru ‘i giografia,
ma è cchiù ‘nfatatu r’i cchiù nominata…

E, chistu, non mi pasrhi sulu a mmia.
Ma, dittu fu di centu viaggiatori
R’a Scozia, ill’Alimagna e Nurmandia…

Certu, fu manu r’u cchiù gran Pitturi
Chi fici un quathru cca di gran pristigiu
mbrischiandu ad arti i megghiu so coluri:

capulavuru ‘i Ddiu… ‘stu mari ‘i Rriggiu!
Mentri ‘i stu latu, r’u Lidu a’ Catuna,
si ‘ncanta l’occhiu comu pi’ prudigiu,

an facci ‘a conca gira e s’ancuruna
com’a ‘nu circu r’un priziusu aneddhu
undi ill’arba o’ tramuntu ‘u suli sduna…

Cchiù sutta, chiuri ‘u quathru Mungipeddhu
C’o celu azzurru ‘u so’ sicarru fuma…
Criu chi non c’è spittaculu cchiù beddhu!…

Quand’è ‘u thramuntu, viri chi si ddhuma
All’orizzonti ‘na bbampata ‘i focu
Ch’a rifressi ndorati si ndi sfuma…

Menthri chi l’umbra scindi, a pocu a pocu,
e ‘u friscu r’a sirata s’ambicina,
cangia ‘u scinariu, ma non spiccia ‘u jocu…

È l’ura mi passii nt’a Via Marina
mmenz’a palmari, throffi ‘i virdi e hjiuri
vardandu l’unda chi spumia nt’a rrina…

Nt’e’ cori ‘a giuvintù trema r’amuri
e ‘a frevi r’a puisia nt’a menti nchiana,
nthr’a vuli ‘i vantasìa, gioi e duluri…

‘Na vila vesrhu ‘u largu s’alluntana,
menthri ch’a luna srhamenti capuzzìa,
e ti nd’accorgi chi è “Fata Murgana”!…

Cu varda chist’incantu s’arricrìa
E non s’u sperdi chiddhu ch’è luntanu,
ma si ‘nzonna chi torna…, Rriggiu mia
!

Anche in prosa vengono abilmente colti questi momenti di bellezza assoluta, connotati dal susseguirsi dei colori in natura; il brano è tratto da LA PUTTANA DEL TEDESCO di GIOVANNI D’ALESSANDRO:
“…Il cielo, per farsi perdonare, fece allora uno di quei miracoli che regala solo nei tramonti di giugno, quando prima ha mancato di rispetto alla stagione: mentre le nubi grigie su di loro rimanevano gonfie, cominciò a scoprire e ad allargare l’orizzonte, sempre più, una striscia celeste, che divenne cremisi nella prima mezz’ora di campi, d’oro al vecchio convento a metà strada e turchina alla periferia di Sulmona, quando ormai scendeva la sera“.
 

Vittoria Mallamaci ci propone una bellissima poesia di GUNNAR EKELOF, dal titolo MARE ONDOSO:

Turchini sono i miei desideri, turchini i desideri del cielo e del mare
troppo dura è per me la vita degli uomini, io mi trovo a mio agio
tra i molluschi e il fuco
le mie rive sono le collane del mare e il mare alita calmo
e cigola lentamente con tutti i suoi bei ciottoli…
nelle nubi suona invisibile un quartetto d’archi con colori
e il sole muore come un cigno di luce
forse qualcuno mi dà uccelli per volare nella rossa scia
del sole dove trepida la mia stella fosforescente
se io attendo forse qualcuno trasforma in razzi i miei desideri
e li farà esplodere presso una nube
remota
allora stelle turchine cadrebbero adagio come pioggia nella rossa sera…
turchine sono le stelle dei miei desideri, troppo dura è per me la vita
degli uomini
.

Giuseppina Catone ci propone due poesie di UMBERTO SABA: la prima riguarda un luogo, le coste dalmate, che sono insieme luogo della memoria e paesaggio dello spirito:

Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore
.

Con la seconda poesia, LA MIA BAMBINA, Saba sceglie delle immagini e dei colori che assomigliano alla sua bambina.

La mia bambina
La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo
e dell’estiva vesticciola: «Babbo
— mi disse — voglio uscire oggi con te».
Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti
.

Ognuno di noi ha un colore, forse ognuno di noi è un colore, ma se è facile trovare un colore da identificare con una bambina “leggera e vagante”, noi adulti complicati e appesantiti siamo sicuri di poterci descrivere con un colore corrispondente a quello che gli altri vedono in noi? In AGONIA di CESARE PAVESE, proposta da Katia Marino, questo miracolo sembra compiersi: il rosso del vestito sarà notato e riconosciuto dai passanti, anch’essi colorati, incontro a cui va la protagonista della poesia:

Girerò per le strade finché non sarò stanca morta
saprò vivere sola e fissare negli occhi
ogni volto che passa e restare la stessa.
Questo fresco che sale a cercarmi le vene
è un risveglio che mai nel mattino ho provato
così vero: soltanto, mi sento più forte
che il mio corpo, e un tremore più freddo accompagna il mattino.

Sono lontani i mattini che avevo vent’anni.
E domani, ventuno: domani uscirò per le strade,
ne ricordo ogni sasso e le strisce del cielo.
Da domani la gente riprende a vedermi
e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi
e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,
ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo
di essere io che passavo – una donna, padrona
di se stessa. La magra bambina che fui
si è svegliata da un pianto durato per anni:
ora è come quel pianto non fosse mai stato.

E desidero solo colori. I colori non piangono,
sono come un risveglio: domani i colori
torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,
ogni corpo un colore – perfino i bambini.
Questo corpo vestito di rosso leggero
dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
e saprò d’esser io: gettando un’occhiata,
mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori
.

Giuseppina Catone legge per noi anche alcuni brani di DAL VULCANO AL CAOS di EDITH DE LA HERONNIERE, diario di un viaggio in Sicilia. Sono stralci che rendono bene la materialità del colore, il suo cambiare così come cambia la natura e l’essenza della terra che lo produce. Il colore è mutevole ed indica, nei suoi passaggi di tono, non solo gli elementi chimici che lo compongono, ma anche le varie sfaccettature della sicilianità:

… Il primo viaggio parte da Stromboli dove non tornerò. Un disastro ritmato ogni quarto d’ora dalle emissioni lancinanti del vulcano. Notte e giorno senza tregua. Una polvere grigia sospesa nell’aria, così insistente che bisogna spazzare ogni mattina il pavimento del cortile che ne è ricoperto. Ricordo un villaggio di un bianco accecante, posato sulla sabbia nera ai piedi della massa ruggente i cui pendii di basalto sono striati di cespugli grigioverdi di aloe. Verde, nero, bianco: i colori della morte. Se non si è vulcanologi, l’ascensione dei vulcani è sconsigliabile. Ma l’attrazione era troppo forte e mi sono sentita trascinare verso l’alto dal grande polmone di fuoco. Quella notte, l’arrampicata era la sola scappatoia all’oppressione dello scirocco e degli abitanti dell’isola. La sola fuga possibile s’intravedeva verso l’alto al termine di una salita spossante, con l’idea finale di una caduta alla maniera di Empedocle, solo un po’ più discreta, senza lasciare traccia. Nessun sandalo di bronzo. Una morte pulita nelle fumigazioni solforate. Il mio corpo sarebbe scivolato piano piano verso il fiume rosso e oro. Si sarebbe operata la fusione. Sarebbe stata una fine alchemica. Un’opera al bianco, al rosso e poi al nero. Un semplice cambiamento di colore e di stato.”

“La Sicilia dov’è?…..Nobili pietre, muri ocra ed ecrù erosi dalla salsedine e dallo scirocco, campanili corrosi, facciate sbocconcellate dai venti e dai terremoti, tutte le costruzioni vanno in rovina…La Sicilia è negli sguardi.”

“All’ingresso della badia di S. Spirito, ai piedi di Caltanisetta, una donna custodisce la chiave … Compare alla porta la donna dal volto di antica dea, con uno straccio in mano. Mi guarda con gravità e apre la chiesa romanica per lasciarmi entrare. Poi sorride: il suo sguardo di una bellezza inimmaginabile esprime l’accoglienza totale, senza difesa. Fra quei due sguardi si dispiegherà il mio viaggio, che sarà fatto di una moltitudine di occhiate. …La folla di donne vestite di nero chine ai balconi o nascoste dietro le loro tende; tutti quegli occhi di brace infossati sotto sopracciglia che ignorano la depilazione; lo sguardo grave dei vecchi dalle orbite incavate, che vedono immediatamente dietro di voi qualcosa di terribile… In Sicilia mi attendeva un mare di sguardi.”

“Dapprima il nero. Quello del sudiciume e della rovina. Ai piedi dell’Etna, Catania è nera di apparenza e di sostanza”

“La lava sussiste. Le strade scavate nel basalto, si incrociano ad angolo retto…… nel cuore della città, in piazza del Duomo, si erge l’elefante che regge sul dorso un obelisco, simbolo di resurrezione. Terra contro terra. L’elefante di lava….contro le eruzioni dell’Etna. Bisogna aver visto da vicino un elefante per associarlo alla terra: la sua massa possente e rassicurante, le sue rotondità, i suoi colori di gleba…”

“La viuzza si arresta davanti a un muro e a un cancello: Villa Comunale. Nel giardino, la primavera si aggrappa alla roccia sotto forma di fiori gialli, viola, lilla, rosa, protesi verso un sole che ha trionfato sulle brume mattutine. Un incanto vegetale su uno sfondo azzurro, bordato di mimose, di allori, di centauree, di serenelle, di iperici e di violaciocche……L’Etna bianco, il colore violento dei fiori, gli elementi e le stagioni uniti in una divina sintesi dello sguardo che li abbraccia insieme. La bellezza divina di Taormina è fatta dell’aria purissima, del teatro greco, del vulcano, del mare.”

“Le euforbie fiancheggiano la strada che sale a Castelmola. L’euforbia è il fiore siciliano per eccellenza. Il suo verde tende al giallo in una declinazione di freschezza ineguagliata….Le scarpate della montagna sono ricoperte di queste grandi piante dai toni dell’anice sotto le quali l’erba sembra blu e il cielo decisamente verde.”

“Sonata in bianco e nero, Linguaglossa, lingua di lava, risale al XVII secolo. Alzando gli occhi si vede un cono di un biancore maestoso. Più di una montagna: una presenza, bianca, ideale, disincarnata e schiacciante al tempo stesso, da cui si leva un fil di fumo….Fra Linguaglossa e Randazzo il treno si inerpica fra un caos di basalto….su questa gleba nera, il biancore immacolato del vulcano innevato sembra irreale…..Le lave sono fiorite. La carne del vulcano resta capace di fertilità, è addirittura famosa per questo. Oltre Randazzo, campi di un verde crudo…”

“Per il pullman è dolce il modo di percorrere un paese, come una penna carica d’inchiostro su un foglio bianco…”

“Eccoci partiti, partiti per la vera Sicilia, quella dell’interno, di cui conservo una visione bruciata dal sole di campi di grano, di avena, di segale, disposti in grandi tele astratte sotto un cielo di un blu simile a quello dell’affresco di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena. Il calcare e lo zolfo Hanno sostituito la lava. Una polvere bianca sembra sospesa nell’etere
.”

Anch’io mi sono soffermata sulla materialità del colore: ci sono colori esistenti in natura, o meglio, ci sono in natura materie e pigmenti colorati ai quali l’uomo ha fatto ricorso quando, tracciando segni sulla pietra, o sulla tela, o sull’intonaco, ha provato, con maggiore o minore abilità, a riprodurre il mondo che lo circonda, e i colori di cui esso è fatto. Questo uso di elementi presenti in natura per creare il colore è stata raccontata da TRACY CHEVALIER in LA RAGAZZA CON L’ORECCHINO DI PERLA:

Ma tu non sai chi è, lui?”
“No”.
“Ti ricordi quel quadro che vedemmo nel Municipio qualche anno fa, quello che Van Ruijven aveva acquistato e che mostrava a tutti? Era una veduta di Deft, presa dalla Porta di Rotterdam e Schiedam. Con quel cielo che occupava gran parte del dipinto, e la luce del sole che batteva su alcuni edifici”.
“E il colore era mischiato con della sabbia per rendere il ruvido dei mattoni e dei tetti”, aggiunsi io. “E c’erano ombre lunghe sull’acqua, e figurine di persone sulla sponda più vicina a chi guardava”.
“Proprio quello”. Le orbite di mio padre si distesero, come se avesse ancora gli occhi e stesse guardando il quadro.

“Erano solo i colori a ricompensarmi dei guai che mi procuravano le bugie. Piano piano presi gusto nel macinare quanto lui portava dalla spezieria – ossia, carbonato di piombo, robbia, massicotto – e riuscivo a ottenere colori luminosi e puri. Imparai che quanto più finemente macinavo il materiale, tanto più intensi diventavano i colori. Da grani grossolani e opachi di robbia, per esempio, emergeva una bella polvere rosso brillante che, mescolata con l’olio di lino, produceva un colore luminosissimo. Arrivare a creare questo e altri colori era come una magia.
Da lui appresi anche come lavare i materiali per purificarli ed estrarne il colore desiderato. Mi servivo di una serie di gusci di conchiglie e di ciotole basse, nelle quali lavavo e rilavavo i colori fino a trenta volte, per toglierne il gesso, o la sabbia o la ghiaia. Era un lavoro lungo e paziente, ma ero ricompensata dal vedere come il colore a ogni passaggio risultava sempre più trasparente e sempre più prossimo alla brillantezza desiderata
“.

ed anche da ANTOINE AUDOUARD in ADDIO, MIA UNICA, dove il colore è materia che viene assaggiata, sottoposta all’esame del gusto:

Tutte le mattine, Cristiano è già all’opera nella chiesa quando ci svegliamo, e questo ci rallegra il cuore.
Non appena apro gli occhi, lui ha già lasciato la nostra capanna e lo trovo in chiesa. Nei primi tempi, era per dirigere lo sgombero, poi la pulizia. Adesso prepara gli intonaci, addirittura sperimenta già i pigmenti in un buffo modo: quando il colore gli piace, se ne mette un po’ sulla punta dell’indice e lo assaggia. Io ho mangiato della terra verde: non è buona
“.

La percezione del colore attraverso altri sensi è un passaggio obbligato per chi sia sprovvisto della facoltà di percepirlo con il senso ad esso preposto, la vista. Il contributo inviatoci da Katia Marino, tratto da PER LETTERA di ISELIN HERMANN, propone un accostamento tra colori e profumi:

Sono seduto in cortile sotto il gelso e ti scrivo. Se chiudo gli occhi vedo forme e luci, e questo è il modo migliore per pensarti. Di tanto in tanto li apro per scrivere – vorrei che alla fine questa diventasse una lettera, anche se procede per staccato.
Se giro gli occhi chiusi verso il sole vedo un colore che non conosco, né so come si chiama. E’ azzurro, nel chiarore abbagliante? E’ bianco, giallo, pesca?Forse è l’interno delle mie palpebre. O è il ricordo del cielo, come l’ho visto prima di chiudere gli occhi? E’ una luce abbagliante, un colore freddo, anche se sulle palpebre si diffonde un calore pungente. Per una frazione di secondo assume una diversa sfumatura agli occhi della mente (solo questi si possono chiamare occhi della mente) perché un rondone passa stridendo fra me e il sole. Perfino una mosca può cambiare quel colore, e io so che una nuvola – per quanto soffice e leggera – potrebbe trasformarlo, perché in fondo è più una sensazione che un colore.
Sensazione che s’inasprisce per una brezza, da sud, mi porta il profumo di una pianta di pomodoro. Anche sapere dietro di me le vecchie rose inodori cambia il colore della sensazione: d’un tratto diventa fresco e delicato sovrapponendosi al caldo, misterioso profumo della morella.
Penso a come potrei spiegare i colori ad un cieco. Per me profumo e colore sono sempre stati legati, ma sarebbe lecito e obiettivo spiegare i colori con i profumi – con i profumi e le sensazioni?
Il rosso inglese, un colore che amo molto e che ha pure il morboso nome di caput mortuum, è intenso e acre, proprio come il profumo della pianta di pomodoro. Il bianco è come il profumo del cetriolo, anche se il cetriolo è verde. Chiudi gli occhi, Delphine, annusa un pezzo di cetriolo e dimmi se esiste qualcosa che profumi maggiormente di bianco. La rugiada del mattino è marrone. L’asfalto appena posato è giallo. E verde è in eterno il profumo dell’erba appena tagliata. L’azzurro, in tutte le sue sfumature si avvicina alla trementina vegetale, che è imparentata alla lontana con gli oli eterei della lavanda. Se chiudo gli occhi e annuso un panno intriso di trementina, o tengo in mano il vecchio bicchiere di latta in cui pulisco i pennelli, vedo un colore fra l’acquamarina e il granito. Mi accorgo all’improvviso di non aver mai chiesto a un cieco fino a che punto è cieco. Non è detto che sia tutto nero, lì dentro, magari il sole apre anche a loro quegli occhi della mente che in me si aprono quando penso a te. Il pensiero illumina dall’interno.
Apro gli occhi per scriverti tutto questo e guardo il muro di granito più azzurro che grigio, nell’angolo d’ombra dove Bastian sta disteso con la lingua fuori, lasciando che il fresco gli entri nel corpo. La cagnetta Perle si è infilata sotto la poltrona nell’atelier. E’ maggio, nel mio cortile, e qui maggio è così. Il mese dei profumi – il mese dei colori e del desiderio.”

Anche in L’orto immobile da LA PRIMA SORSATA DI BIRRA E ALTRI PICCOLI PIACERI DELLA VITA, di PHILIPPE DELERM, proposto da Sara Puntillo, il colore viene non solo descritto, ma anche rievocato, gustato insieme agli odori e alle altre sensazioni come “piccoli piaceri della vita”:

Passeggiamo in un orto, in estate, in una località dell’Aquitania. E’ il momento più vuoto del mese di agosto, all’inizio del pomeriggio. Non un alito di vento. Persino la luce sembra dormire sui pomodori: appena un punto lucente su ogni frutto rosso. L’ultima pioggia li ha un po’ maculati di terra. E’ piacevole l’idea di passarli sotto l’acqua fresca e di assaporarne la polpa appena tiepida. Nell’ora che non passa, degustare appena la declinazione sapiente dei colori.….”.

A volte si unisce ad intuizioni, a sensazioni:

Ci sono pomodori verde pallido, un po’ più scuro intorno al peduncolo, e altri quasi arancio dove sonnecchia un tocco di acidità. Quelli sembra che non facciano curvare il ramo. Solo i pomodori maturi hanno una sensualità cascante.…Dall’altra parte, lungo il muretto di pietra, si stende una spalliera di peri, con la disposizione simmetrica dei rami a cui l’oblunga opacità del frutto picchiettato di sabbia rossa dà un tocco di femminilità…

In questi casi dunque il colore si impone nell’universo sensoriale, anche attraverso uno spostamento verso gli altri sensi. Ma un cieco troverebbe sempre e comunque il bianco nell’odore del cetriolo, come nel brano precedente? Per un daltonico com’è il rosso? La sua percezione non è uguale alla nostra. E allora quanto è concreto, il colore? Il nome che gli diamo non è meno oggettivo di quello che diamo a un oggetto, o a un animale, o a un frutto? Privato di luce il colore non diventa nero? Il colore esiste o esistono solo corpi che assorbono una maggiore o minore quantità di luce? Un oggetto è intriso di colore o è la luce, a contatto con l’oggetto, a manifestare il colore, come MANZONI ha magnificamente espresso ne LA PENTECOSTE?

Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa
E i color vari suscita
Dovunque si riposa
;

Certo il colore non si può toccare, si può solo vedere e guardare. Alla luce di questo, ragionare sui colori può servirci a sollevare la nostra riflessione dal piano concreto ad un piano che è sempre sensoriale ma risulta più indefinito, e imbocca senza sforzo la strada verso lo spirito. Certo è che una connotazione spirituale nel colore è senz’altro presente: lo abbiamo visto in quelle poesie in cui la descrizione del paesaggio si accorda agli stati d’animo in cui si trova il poeta e nuovi esempi troviamo nelle poesie proposte da Sara Puntillo. Una si intitola IL BLU, ed è tratta da “Volevo che voi lo sapeste“, raccolta poetica di JACK HIRSCHMAN:

L’amore mi travolge
come colei che è andata
via e ha lasciato il suo vestito bianco
a fiorellini blu

dietro. Dietro, dietro
andando verso il futuro
radiosamente nuda. Cosa
devo farne? Indossarlo?

Io non indosso abiti. Amo
quello che c’è dentro. Ma
questo è così triste e solo
che lo lascerò posato

per un po’ sul mio petto,
contro la curva del mio braccio
e lascerò che i fiori blu
siano blu
.

L’abito bianco a fiorellini blu è l’immagine dell’abbandono. Non resta nulla della donna amata che è andata via, libera da tutto ciò che la condizionava, se non l’abito bianco, lasciato lì. E’ bene circondarlo come in un abbraccio e proteggerne i colori, la autenticità. Il vestito è tutto ciò che rimane di una storia: è il testimone muto di fatti, di emozioni, un ricordo che va curato anche nei minimi particolari, i fiorellini blu, per esempio, perché non siano dimenticati.

In NEL BLU di AGNETA FALK da “It’s not love It’s love“, sempre proposta da Sara Puntillo, “blu” non è soltanto un colore, indica anche chi è triste, depresso. “Nel blu” è dunque un momento di tristezza, che consuma come una fiamma, mentre una voce lieve, quasi un sussurro, in questa particolare dimensione spazio temporale, conduce attraverso le fiamme blu della passione ad acque tranquille:

Vedo il mondo
quando chiudo gli occhi
quando ascolto nel blu.
Sento una voce che ha vissuto
nel blu tanto a lungo da contenere
ogni errore, ogni memoria e fantasia.

Una voce ridotta a nulla
così lieve che posso udire ogni nome
in un unico nome, dove la fiamma blu sfiora
questo nome trasformandolo in un sussurro che brucia,

la voce che ti sale dal di dentro e
e ti porta al mare
dove una bufera cresce
e ti riconduce all’indietro sull’acqua calma,

la voce che va
dove nessun altro osa.
Quella voce mi arde dentro
Nel blu
.

In un altro brano del romanzo da me portato, ADDIO, MIA UNICA, un tratto di colore cambia in dolore l’espressione del volto dei personaggi dipinti:…

So che la cosa non mi riguarda, giacché vi siete accordato con Monsignore l’Arcivescovo, ma perché la Strage? È un soggetto… inaspettato”.
Erode che ordina la Strage degli innocenti e la Strage stessa saranno sopra la Presentazione al Tempio e la Fuga in Egitto, separati da un motivo geometrico dove soltanto il bianco fa da complemento alle ocre e ai verdi.
“È per mostrare che Gesù è uno di quei bambini” dice Cristiano sorridendo, “e che sua madre, anziché stringerlo a sé fuggendo sopra un asino, guidata da Giuseppe, qui” (indica uno spazio ancora vergine, in basso) “potrebbe benissimo essere un’altra madre, lì, devastata dal dolore” (e indica uno spazio parimenti vergine, in alto).
“Capisco” dice il suddiacono senza capire niente.

Rammento che rimase a lungo davanti ai volti ancora vuoti delle donne i cui figli venivano massacrati e le cui figure curve, perfettamente parallele, con le lunghe mani, esprimevano già la sofferenza.
“Non basta” diceva, la mente altrove, “e se questa sofferenza non fosse espressa non basterebbe mai.”
Alla fine, con un tratto di terra verde, sottolineò, semplicemente, il gran dolore di quegli occhi chiusi… e l’effetto era sorprendente, tanto che Gisleberto e io lanciammo un’esclamazione
“.

La DIVINA COMMEDIA ci fa porre domande pesanti riguardo alla dimensione materiale e spirituale del colore e le risposte cercate ostinatamente da Tita ci spiegano come la dimensione spirituale, necessariamente, inglobi quella materiale. Franca Crucitti evidenzia come nell’Inferno trionfi il buio, come il Paradiso sia il regno della luce, e come i colori siano presenti nel Purgatorio, regno intermedio che porta in sé l’impronta della vita terrena dell’uomo e che è collocato nel luogo in cui gli uomini vivono la loro vita terrena. Ciò rende possibili descrizioni di fenomeni naturali che non possono aver luogo negli altri regni, come nel CANTO I:

Dolce color d’oriental zaffiro,
Che s’accoglieva nel sereno aspetto
Del mezzo, puro infino al primo giro,
a li occhi miei ricominciò diletto,
tosto ch’io uscii fuor de l’aura morta
che m’avea contristati li occhi e il petto
.

O nel CANTO II:

Già era il sole a l’orizzonte giunto
……………
sì che le bianche e le vermiglie guance,
là dov’i’ era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance
.

Nel CANTO XXVIII, l’incontro con Matelda avviene mentre lei passeggia tra i fiori:

Coi piè ristetti e con li occhi passai
Di là dal fiumicello, per mirare
La gran variazion d’i freschi mai;
e là m’apparve, sì com’elli appare
subitamente cosa che disvia
per maraviglia tutto altro pensare,
una donna soletta che si gia
e cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.
“Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
che sogliono essere testimon del core,
vegnati in voglia di trarreti avanti”
diss’io a lei, “verso questa rivera,
tanto ch’io possa intender che tu canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
La madre lei, ed ella primavera”.
Come si volge, con le piante strette
A terra e intra sé, donna che balli,
e piede innanzi piede a pena mette,
volsesi in su i vermigli e in su i gialli
fioretti verso me, non altrimenti
che vergine che li occhi onesti avvalli;
e fece i prieghi miei esser contenti,
sì appressando sé, che il dolce suono
veniva a me co’ suoi intendimenti.
Tosto che fu là dove l’erbe sono
Bagnate già da l’onde del bel fiume,
di levar gli occhi suoi mi fece dono
.

Questa presenza solo terrena del colore fa presupporre, come ha fatto notare Rosa Elisa Giangoia nel suo intervento all’Officina romana, poi proposto anche sul blog, la finitezza del mondo dei colori, in contrasto ad una vita ultraterrena in cui tutto sarà buio o tutto sarà luce. A questo punto Tita ha manifestato tutta la sua perplessità su questa interpretazione e soprattutto sulla convinzione dell’assenza dei colori nel PARADISO, in favore della sola luce: prima di tutto ci ha mostrato alcune tavole coloratissime trovate su Internet, opera di un artista che ha raffigurato il regno dantesco secondo le descrizioni presenti in alcuni brani del Sommo Poeta; poi ci ha confessato che sì, anche lei ha sempre presentato ai propri alunni un Paradiso tutto giocato sulla luce, a partire dagli «specchiati sembianti» delle anime del cielo della luna, che inducono Dante in errore, fino alla «candida rosa» germinata nell’eterna pace del paradiso grazie all’amore riacceso nel ventre della Vergine. Tuttavia, se il colore caratterizza la carne, la materialità dell’uomo, e se l’uomo è stato salvato, lui tutto intero, non soltanto come puro spirito, allora in paradiso ci deve essere tutto l’uomo con i suoi «colori» che lo distinguono, lo rendono unico. Perché sarebbe morto Cristo nella carne? Per salvare uno spirito? Perché sarebbe risorto ed asceso al cielo con la sua carne nella quale sono rimasti visibili i segni della sua passione («Guarda le mie mani, metti pure il tuo dito nei fori dei chiodi e la tua mano nella ferita del costato») se non per portare con Lui questa carne fatta anche di colori, la carne di tutti gli uomini che, in un certo senso, per una certa parte, è già risorta con Lui, già immersa nella Trinità?

Nel CANTO XXXIII del PARADISO Dante racconta quello che ha potuto vedere, quando ha ottenuta, attraverso l’intercessione della Vergine, la grazia di poter contemplare Dio:

Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:

sustanze ed accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.

Dante dice di aver visto in Dio, quasi «legato con amore» in un unico libro, ciò che nell’universo si presenta «squadernato», sparso foglio a foglio, non diverso, trasfigurato, ma uguale e riunito: come se Dio avesse raccolto, o meglio, come se raccogliesse momento per momento, con pazienza amorosa, i fogli disordinatamente sparsi qua e là nella confusione del nostro mondo e li rimettesse al loro posto: è il gesto familiare ad ogni mamma che abbia dei bambini sventati e passa a raccogliere quello che essi seminano qua e là per la casa.
Dante dice anche che gli sembrò di vedere «la forma universal di questo nodo», il modo con cui la luce assoluta e i colori stavano insieme e crede di trovare una prova a questo nell’esperienza stessa che ha fatto: «dicendo questo, mi sento ch’i’ godo».
Ma la sua visione procede a mano a mano che la vista si «avvalora divenendo sincera» e «una sola parvenza, mutandom’io a me si travagliava»:

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvemi tre giri
di tre colori e d’una contenenza:

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e il terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

Dei tre colori uno solo è esplicitato, il rosso che a Dante sembra spirare dall’uno e dall’altro, lo Spirito Santo, ma egli dice che l’uno sembra riflesso dall’altro.
Un arcobaleno talora è riflesso da un altro.
Allora arriviamo a vedere il Paradiso come un trionfo di colori, di tutti i colori dell’arcobaleno e di tutte le tonalità possibili, riuniti in un’armonia assoluta di accostamenti, di sottolineature, colori non fissi, ma danzanti, proprio come nell’arcobaleno in cui i colori cambiano continuamente, sfumando. E più avanti il discorso di Dante sembra farsi ancora più esplicito:

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso
da li occhi miei alquanto circunspecta

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige
:

Nel Verbo appare a Dante, man mano che la sua vista diviene più chiara, la «nostra effige», la carne concreta, con i suoi colori diversi, non un simbolo, ma la carne assunta da Dio nell’Incarnazione (non come una veste esterna!) e riportata all’interno della Trinità con la Resurrezione di Cristo.
Un Dio che ha tanto amato l’uomo da crearlo a sua immagine e da volerlo salvare non può aver dimenticato i colori che lo fanno persona unica e irrepetibile, non può aver lasciato perdere niente di quanto caratterizza colui/colei che ha voluto come figlio/a nel suo Figlio: se anche i capelli del mio capo sono contati e non devo preoccuparmi perché valgo molto più dei fiori multicolori e dei passeri, che cosa mai dimenticherà di me questo Dio così totalmente altro da me eppure così eternamente aperto ad accogliere il totalmente altro che sono io per lui?

E concludiamo così, con una domanda, un incontro di Officina caratterizzato da molte altre domande, senza risposte definitive, perché scoprire quale sia il senso del colore è questione che richiede tempo e riflessione, ricchezza di percezione ed abbandono ad essa, apertura dei sensi e della mente: in altre parole fisicità, intelligenza e sensibilità, quello che ci caratterizza come creature umane.

Poiché, però, Officina è per noi una palestra della mente e del cuore, come in una palestra ci concediamo, prima di tornarcene a casa, uno o due esercizi defatiganti. Uno è una favola, ovviamente proposta da Tita. Si intitola LA FAVOLA DEI COLORI:

Tanto tempo fa, il pappagallo non aveva colori; era tutto grigio, le sue piume erano corte come quelle di una gallina bagnata. Uno tra i tanti uccelli giunti chissà come nel mondo.
Gli Dei litigavano sempre; litigavano perché il mondo era assai noioso con due soli colori. Ed era motivata la loro ira, poiché solo due colori si alternavano nel mondo; uno era il nero che comandava la notte, l’altro era il bianco che camminava di giorno, il terzo non era un colore, era il grigio che dipingeva sere e mattine affinché non si scontrassero troppo.
Questi Dei erano litigiosi ma molto sapienti.
In una riunione giunsero all’accordo dì rendere i colori più lunghi perché fosse allegro il camminare e l’amare di uomini e donne. Uno degli Dei prese a camminare per pensare meglio, e tanto pensava, che sbatté contro una pietra ferendosi la testa da dove ne uscì sangue. Il dio, dopo aver strillato per un bel pezzo, guardò il suo sangue e vide che era di un altro colore, diverso dai due colori e andò dagli altri Dei, mostrando loro il nuovo colore che chiamarono “rosso”, era il terzo che nasceva. Un altro degli Dei cercava un colore per dipingere la speranza. Lo trovò dopo un bel pezzo e lo mostrò all’assemblea degli Dei che gli misero il nome “verde”, era il quarto che nasceva. Un altro cominciò a grattare forte a terra. “Che fai?” gli chiesero gli altri Dei. “Cerco il cuore della terra” rispose rivoltando la terra da ogni lato. Dopo un po’ trovò il cuore della terra, lo mostrò agli altri dei che chiamarono “caffè”, era il quinto colore. Un altro dio salì in alto. “Vado a guardare il colore del mondo” disse, e si mise a scalare e scalare fino alla cima. Quando arrivò ben in alto, guardò in giù e vide il colore del mondo, ma non sapeva come fare a portarlo. Allora rimase a guardare per un bel po’, finché il colore non gli si attaccò agli occhi. Discese come poté, a tentoni, e andò all’assemblea degli Dei. “Porto nei miei occhi il colore del mondo”, E “azzurro” chiamarono il sesto colore. Un altro dio stava cercando colori quando sentì che un bambino rideva; si avvicinò con cautela e gli prese la risata, lasciandolo piangente. Per questo si dice che i bambini improvvisamente ridono e improvvisamente piangono. Il dio portò la risata del bambino e misero nome “giallo” al settimo colore. A quel punto gli dei che erano ormai stanchi, andarono a dormire, lasciando i colori in una cassetta buttata sotto un albero. La cassetta non era chiusa bene e i colori uscirono, cominciando a far chiasso e festa. Così nacquero tanti nuovi colori. Quando tornarono gli Dei si accorsero che i colori non erano più sette, ma molti di più e guardarono la cassetta. “Tu hai partorito i colori, tu ne avrai cura, cosi dipingeremo il mondo”. E salirono sulla cima del monte, e da lì cominciarono a lanciare i colori, così l’azzurro rimase parte nell’acqua e parte nel cielo, il verde cadde sugli alberi e sulle piante, il caffè, che era il più pesante, cadde sulla terra, il giallo, che era un risata di bambino, volò fino a tingere il sole, il rosso giunse sulla bocca degli uomini e degli animali che lo mangiarono, colorandosi così di rosso. Il bianco e il nero già esistevano. Gli dei lanciavano i colori senza fare attenzione a dove finivano, ed alcuni di essi spruzzarono gli uomini; per questo vi sono persone di diversi colori e di diverse opinioni. Allora, gli Dei, per non dimenticarsi dei colori e perché non si perdessero, cercarono un modo per conservarli; stavano pensando come fare quando videro il pappagallo. Lo presero e gli attaccarono i colori e gli allungarono le piume affinché ci stessero tutti
“.

L’altro esercizio è una poesia in dialetto, più colorita che colorata! Ce l’ha portata Maria Bambace ed è tratta da “Canti popolari della Locride” di L. SCHIRRIPA. Si intitola A FIMMINA:

O facci di ‘n’aliva quand’è spatta
E dissapìta comu cammarùni,
quando camini ssa facci t’arràppa,
si faci comu scorza di limuni.
Hai vesticèllha di la carcaràzza,
lu caminàri di lu pipitùni.
Centu malanni a cui ti tinni ‘n brazza
E non ti minàu dducentu baffettùni
.

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