(di Katia Marino) 

Prima le risate e poi Dante

Venerdì sera, 24 Novembre, il PalaCalafiore di Reggio Calabria ha ospitato il tanto atteso Benigni-show, lo spettacolo dal titolo “Tutto Dante” dell’illustre comico fiorentino, che ha letteralmente stregato il pubblico di Reggio Calabria.

Inizia così l’articolo apparso oggi sulla Cronaca di Reggio del quotidiano Gazzetta del Sud: “A tratti, quando Roberto Benigni recita i versi di Dante, il PalaCalafiore somiglia ad una cattedrale. Il pubblico ascolta e si lascia coinvolgere, ma resta in religioso silenzio. Ma Benigni diverte tanto nella prima parte dello spettacolo quando prepara la sua singolare recita della Divina Commedia. Manda simpaticamente il giovanissimo sindaco Giuseppe Scopelliti nel girone dei lussuriosi, ironizza sul governatore regionale Agazio Loiero, che definisce Arnold Schwarzenegger (“non è forse la Calabria la California d’Italia?”), tira in ballo Silvio Berlusconi a proposito del ponte sullo Stretto, esalta i ragazzi di Locri. Insomma un vero tornado di classe e simpatia. Parla molto della Calabria e dei Calabresi, dice di voler bene all’una e agli altri. “La Calabria è una terra erotica” afferma. Benigni, insomma, coinvolge un pubblico pronto ad applaudirlo lungo il percorso delle sue continue felici battute e ad ascoltarlo attentamente mentre recita Dante [….]”.

Pochissimi minuti di ritardo rispetto all’orario previsto ed impresso sul biglietto, già debitamente riposto nel cassetto –vero- dei ricordi; le luci si spengono proprio mentre mi allontano un istante dal posto freneticamente raggiunto per godere dello spettacolo il più vicino possibile. Ma riesco a recuperare in tempo. Parte una musica vivace e allegra, si colora lo scenario che fa da sfondo al palcoscenico ed ecco Benigni, camicia chiara sotto un abito grigio, arrampicarsi sulle scalette laterali e precipitare in scena col suo solito buffo fare. Quasi come un clown ride, saltella, si nasconde e poi riappare, ammicca al pubblico dispensando baci e inchini e lasciando trapelare quanto di più energico può in quel momento. Quando prende in mano il microfono per salutare la città e i presenti il Palasport è oramai in tripudio.

Parte dapprima con la satira politica. Benigni inizia salutando le prime file, quelle, sottolinea, “con un reddito annuo di 70-80 mila euro”, ma poi si rivolge anche ai “meno agiati”, alla gente in fondo e sugli spalti, saluta ai lati gridando: “ciao Scilla”, “ciao Palazzi”, mentre non cessano gli applausi. Spiega il perché il suo spettacolo si intitoli “Tutto Dante”, dicendo che da quando non c’è più Berlusconi al governo i comici rischiano di diventare precari e che, dunque, si è dovuto accontentare ripiegando sul buon anima del nostro illustre connazionale e, continuando con le manie di grandezza del nostro ex Presidente del Consiglio, ha affermato: “lasciando da parte quando credeva di essere Dio con affermazioni del tipo “lasciate che i bambini vengano a me”, – uno dei motivi, tra l’altro, per cui non è stato realizzato il ponte sullo Stretto di Messina, perché lui non ne avrebbe avuto bisogno, dato che al suo passaggio si sarebbero aperte le acque -; ma, almeno, quando Berlusconi affermava qualcosa il giorno dopo sapevamo già che avrebbe ritrattato, ora invece Prodi la finanziaria la vuole davvero”.
Non è mancata la satira sulle condizioni del nostro Sud, da secoli arretrato, sul precariato (due giorni prima, a Catanzaro, Benigni era stato accolto da uno striscione recante questa scritta: “Benigni la vita è bella, ma non per tutti”), come non è mancato il richiamo alla magnificenza di questa nostra terra, al suo nobile passato, alla dignità che si respira ad ogni angolo, perché a Reggio, ha sottolineato Benigni, oltre alle melanzane sott’olio e al peperoncino pure nei dolci, non c’è soltanto la ‘ndrangheta:  la Calabria la ‘ndrangheta la combatte.

Benigni ha ricordato come grandi filosofi (Tommaso Campanella, Giordano Bruno, etc..), grandi pensatori e intellettuali di origine meridionale abbiano contribuito alla diffusione della cultura dal Sud per tutto il resto della nostra Penisola. Benigni ha esaltato, con quel suo modo così fuori le righe, un passato glorioso, talvolta dimenticato, quale è quello di una terra come la nostra Calabria, culla di civiltà e culture, oasi di sapere gelosamente custodito prima di essere diffuso e che ha enormemente contribuito a fare della nostra Penisola una delle mete più ambite da parte di molti grandi del passato, siano stati essi Greci, Romani, Barbari, Francesi, Inglesi. E’ inutile ricordare Federico II  e la scuola poetica siciliana, artefice di aver fatto muovere i primi passi di una poesia lirica nazionale, fino ad oggi. E Benigni ha anche evidenziato come “il meglio” di questa terra, che sta soprattutto nella sua gente, sia rimasto intatto, un po’ come i Bronzi e, non è stato possibile evitarlo, come la vecchia cara Salerno-Reggio Calabria: allo svincolo di Gioia Tauro c’è una ruspa, ci è stato ricordato, oramai presa in cura dalle Belle Arti.

Quella di Benigni è indubbiamente, come tutte le altre tipologie, una comicità che deve piacere per poter essere apprezzata, al di là di quello che può essere l’orientamento politico di ognuno, il proprio gusto, la propria sensibilità e magari, aggiungo io, l’opinione che per far ridere non si deve necessariamente fare ricorso alla volgarità.

Con grande maestria e quasi senza accorgercene Benigni inizia a parlare di Dante, della sua secolare fama e dell’immortalità della sua opera. Dante, afferma Benigni, scrisse la Commedia per farcene dono, anzi no: la verità è che Dio ha creato Dante affinché fosse lui a donare all’umanità intera un capolavoro ti tale spessore, anche se non tutti riescono ad apprezzarlo. E’ un po’ come una mela, ha sottolineato, la cui dolcezza è gradita e piace solo a chi ha un palato disposto ad accoglierla.
Benigni ha spiegato che non dobbiamo immaginarci Dante vecchio, curvo, con l’alloro intorno al capo ed il naso aquilino, ma dobbiamo pensare a lui giovane, come il trentacinquenne qual’era all’età della composizione dell’opera. Benigni è riuscito nell’arco di tutta la serata a far sgusciare in poche e scandalosamente semplici battute quanto di più autentico e vero e sempre di così straordinariamente attuale sia contenuto negli endecasillabi danteschi, attraverso i quali la poesia diviene “sublime estensione del pensiero e dell’animo umano”, illustrando il viaggio compiuto per la prima volta da un uomo “ancora vivo” nel regno dei morti… “per amore”.
Cosa poté mai spingere un giovane uomo del 1200 a dedicare anni e anni della propria vita alla realizzazione di una simile opera, ma anche solo a pensarla tale? La risposta di Benigni è stata: l’ “Amore“. Proprio da questa unica, breve e apparentemente semplice parola Benigni parte per commentare la Divina Commedia, l’opera il cui più immediato obiettivo è stato quello di far emergere come, da sempre, l’uomo sia vittima delle più infime bassezze, sempre in preda alle passioni terrene; il comico stesso nelle battute iniziali ha affermato: “Reggini, io vi amo. Vi amo tutti, ma proprio sensualmente, carnalmente, e vi bacerei tutti, uno per uno, in bocca, per dimostrarvi quanto è vero”.
Benigni ha parlato dell’amore vero, di quello con la “A” maiuscola, di quello su cui da sempre si interrogano studiosi, pensatori e teologi di tutto il mondo; ha parlato dell’amore che non conosce confini e che, dopo essere passato attraverso la sofferenza ed il peccato, si innalza ad un livello superiore. Quell’amore che non è più soltanto una passione terrena che si limita ad ingentilire l’uomo, ma diviene quella forza che muove tutto l’universo, che innalza le creature fino a farle congiungere a Dio, “l’amore che muove il sole e l’altre stelle”.
E’ stato l’amore per una donna, l’amore per Beatrice a dare vita e forma alla Divina Commedia. Una donna, dunque, “la rugiada dell’Altissimo”, senza il cui sguardo nessuna cosa grande è stata mai creata; lei che, nata dalla costola di Adamo, ha il grande dono della procreazione. Benigni ha ironizzato, a questo proposito, dicendo che i dieci comandamenti consegnatici da Dio sono più che sufficienti per vivere bene ed essere felici, ma Dio, in realtà, ancor prima ne aveva donati all’uomo, affinché li sottoponesse alla sua comprensione, altri due, molto semplici: “crescete e moltiplicatevi”, ovvero, ha chiarito Benigni, “mangiate e fate all’amore”. E che dire allora di certi ordini religiosi che rispettano rigidamente due regole, il digiuno e la castità? Queste persone, si è interrogato giustamente il comico, quando moriranno e si presenteranno al cospetto di Dio, Lui cosa dovrà dirgli: “mi sa che non ci siamo capiti bene?”.
La grandezza di Dante sta nel fatto che non ha voluto tirare in ballo per la sua opera personaggi del passato, ma uomini e donne per la maggior parte ancora in vita, attraverso i quali ha voluto far emergere anche il più insignificante dei difetti, le brutterie, la pietosa commiserazione della fragilità dell’animo umano: oggi  basterebbe sostituire quei personaggi con i nostri Prodi, Bush, Saddam Hussein per coglierne l’infinita attualità. Ed inutile dire che la grandezza di Dante sta anche tutta nella lingua utilizzata: quando la lingua della cultura era il latino Dante cosa ha fatto? Coraggioso, sicuro, forte ha scelto il fiorentino.

Gran parte dell’attenzione del comico toscano è stata dedicata al Canto V dell’Inferno, il canto dei lussuriosi, “i peccator carnali che la ragion sommettono al talento”,  travolti in eterno da una violenta bufera, simbolo dei sensi da cui furono agitati in vita, ed il canto di Paolo e Francesca, modulato sulla base di un motivo molto diffuso nella letteratura di quel tempo, amoremorte.
Ed eccolo iniziare con il racconto di Minosse, il mitico re e legislatore di Creta, trasformato da Dante in un vero e proprio demonio al servizio di Dio, dinanzi al quale tutte le anime sono spinte a confessarsi per essere poi giudicate e vedersi assegnare la pena e la zona dell’inferno stabilita per ciascuna. Tanti i personaggi che Dante ha collocato tra i lussuriosi: la mitica regina Didone, Elena, Cleopatra, Achille, Paride, Tristano, tutti amanti infelici e alla vista dei quali Dante si sente vincere il cuore, quasi fino a perdere i sensi:

Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

Da questo sentimento sono state generate le tante immagini piene di amore e di dolore che hanno dato vita all’episodio in cui Dante, sempre in compagnia di Virgilio, incontra  Francesca da Rimini, unita al suo amante anche all’inferno (quei due che ‘nsieme vanno), mentre si muovono con maggiore rapidità e leggerezza delle altre anime ed alle quali Dante desidera rivolgersi. La tragica storia narrata da Francesca la vede peccatrice “per amore”, l’amore fulmineo nato nel suo cuore per il cognato, di un’intensità tale che ancora la vince e non consente a chi è amato di non riamare. Un episodio anche questo attraverso il quale Benigni ha spiegato come il sentimento di Dante abbia voluto fondamentalmente compatire la debolezza della natura umana, pur con altissima umanità: che è peccatrice lo si sente in tutto il canto, ma quando il peccato è debolezza insita nella natura umana, e non, dunque, vizio o malvagità, Dante non può non manifestare la propria simpatia e pietà. Francesca non è una donna eroica e tutta passione, che vive e s’inebria dei suoi ricordi, ma una donna che ha sofferto e soffre duramente per un amore superiore alle sue forze, dal quale fu sorpresa quando meno l’aspettava e che sopravvive, potente, anche oltre la morte, a testimonianza di quanto fosse difficile resistergli. Dante commosso, pensando ai “dolci pensier” che li condussero al “doloroso passo”, quello del peccato, della morte e della dannazione, manifestando la propria pietà è ansioso di scoprire l’occasione che consentì il manifestarsi del loro reciproco amore.

E, mentre la commozione e il silenzio sempre più crescevano, ecco la voce di Benigni divenire sempre più seria, più bassa, quasi fioca, commossa e intensa:

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse:
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.

La passione ebbe il sopravvento, ma a tal punto da portare gli amanti ad interrompere la lettura e a dimenticare dolorosamente il libro. E:

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea, sì che di pietade
io venni men così com’io morisse;
e caddi come corpo morto cade.

Questi ultimi versi non necessitano di commento. Fa, invece, molto riflettere, e con questa concludo, l’affermazione secondo cui Dante non avrebbe composto la Divina Commedia per sottolineare che Dio esiste, ma affinché Dio “esista”.

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