Officina Novembre 2006 

In attesa di poter pubblicare il report di questa Officina, risultato finale delle riflessioni dello studio condotto dalle Pietre di scarto sull’argomento, riportiamo l’Editoriale redatto da Antonio Spadaro,  come sempre preziosa e puntuale base di partenza per tutte le nostre ricerche.

“Qual è il senso del colore? Cosa hanno a che fare i colori con la mia vita?

La risposta sembra ovvia. Anzi: la stessa domanda può apparire quanto mai banale. Si può pensare una vita senza colori, una vita in bianco e nero? No!
Ma, in realtà, anche il bianco e il nero sono colori! Dunque una vita senza colori per noi sarebbe vuota. L’essere per noi è sempre radicalmente colorato.
Il colore è uno dei canali attraverso il quale il mondo viene a me, è un potente canale di relazione, di comunicazione: il colore crea attrazione e repulsione, crea abbinamenti e atmosfere. Il colore contribuisce a fare della realtà un ambiente.
Eppure c’è chi identifica il “colore” con qualcosa di cangiante, superfluo, come il trucco, ad esempio, nel senso più illusorio del termine: i capelli tinti, le unghie smaltate, etc… A volte sembra che il colore sia opzionale nel senso che, dato che può cambiare, se ne può fare a meno.

E invece non è così. Anzi: proprio il fatto che il colore sia mutevole e cangiante può essere un chiaro segno di vita. La poesia di Gerard Manley Hopkins (che Bertolucci definisce un «piccolo pacco d’esplosivo ad alto potenziale») ci aiuta a capire che la bellezza vera è sempre “pied beauty“, cioè “bellezza screziata”, da cui prende il titolo una sua splendida poesia. In essa Hopkins dà gloria a Dio

per le cose chiazzate ­
per i cieli d’accoppiati colori come vacca pezzata;
per i nèi rosa in puntini sulla trota che nuota
[…]
Per tutte le cose contrarie, originali, impari, strane;
quel ch’è instabile, lentigginoso (chi sa come?).

La passione per l’instabilità, l’originalità, per ciò che è cangiante non è puro interesse superficiale per la stranezza. Essa è invece passione per ciò che è sorgivo, esuberante come acqua di fonte. Questa bellezza variopinta, picchettata, macchiettata, instabile nella durata (fickleness) e nella forma (speckled) è il segno che la natura non è mai esausta (nature is never spent), non si esaurisce e non si spegne.

Certo, ci sono cose, come la morte, che sembrano sporcare e spegnere (blots black out): tutto sembra invece affogare in un enorme buio (enormous dark). Eppure a questi pensieri “bui” Hopkins grida: Enough!, cioè Basta! Il buio lotta con i colori un duello che, a suo parere, non lo vedrà vittorioso.
Perché il destino dell’uomo è ” dayspring“, alba, momento iniziale e sorgivo del giorno.

Ma per comprenderlo è necessario un occhio acuto, capace di vedere i colori del mondo, le sfumature e i colori pastello, capace di cogliere, per dirla con Hopkins, la “freschezza più cara” che “vive in fondo alle cose”.

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