(di Tita Ferro)

Sarà perché stiamo pensando tanto ai colori.
Sarà perché sul balcone della camera da pranzo, dove ho l’unico angolo quasi totalmente mio col computer e libri disordinatamente accatastati, sono fioriti bellissimi gerani di varie tonalità di rosso che risaltano tra il verde intenso e qualche spruzzatina di giallo delle foglie, e l’ocra caldo dei vasi.
Sarà il verde tenero e lucido di una pianta di peperoncini, venti centimetri appena, che, nata spontaneamente e fiorita in breve tempo, ha prodotto un unico piccolo peperoncino: lo controllo di tanto in tanto, come il piccolo principe la sua rosa, per vedere che gli sbalzi di temperatura non lo facciano appassire.
Sarà per questo, mi sono detta, che nel primo incontro di Officina sui colori,

 quando si è parlato dei colori della Divina Commedia, ho avuto una strana sensazione: un’attrazione istintiva per il Purgatorio che si apre con il <dolce color d’oriental zaffiro> per dispiegarsi in tutta una varietà di colori e di toni, quasi mai violenti, direi mantenuti dentro le tinte pastello, un forte interesse per il realismo dell’Inferno, che, pur giocato tutto sull’oscurità, suggerisce varie tinte negli aggettivi che riguardano altri campi sensoriali (aspro, forte, amara…), ed uno scarso interesse per la luce assoluta del Paradiso.

Dante concepisce il Paradiso come luce su luce, ribadiva Francesca, ed era questo in effetti il Paradiso che anch’io ho sempre presentato agli alunni, tutto giocato sulla luce, a partire dagli <specchiati sembianti> delle anime del cielo della luna, che inducono Dante in errore,  fino alla <candida rosa> germinata nell’-eterna pace del Paradiso, grazie all’amore riacceso nel ventre della Vergine-.
Confesso che improvvisamente non mi è piaciuto questo mio assoluto disinteresse per il Paradiso ed ho reagito contro me stessa prima ancora che per polemica con la collega che mi ripeteva che in Paradiso non può esserci se non luce.
Intendiamoci, non volevo contrapporre i colori alla luce senza la quale neppure esisterebbero i colori.
Mi vengono spesso in mente i bellissimi versi della Pentecoste manzoniana:

Come la luce rapida
piove di cosa in cosa
e i color vari suscita
dovunque si riposa…

e non mi stanco di contemplare questa –pioggia- di luce che –suscita-, chiama ad esistere i colori di tutti gli oggetti su cui –si riposa-, cioè, intendo io, conclude in essi il suo camino perché ad essi era finalizzata: erano indistinte tutte queste realtà del creato, anonime, inesistenti, e la luce che non le colpisce bensì si posa su di esse come le gocce di una pioggia leggera, come rugiada, le mette in evidenza, esaltandone i colori, le fa esistere, una diversa dall’altra, distinta nel colore che è proprio di ognuna.
E’ la luce che irrompe nel buio ed ecco là il verde di un prato punteggiato del giallo, rosso, turchino, arancione, dei fiori, qui il marrone di un tronco si perde nel trionfo di una chioma verde, più lontano l’azzurro del mare in lontananza segna l’inizio del cielo, e sul balcone della mia camera il rosso trionfante dei gerani mi allarga il cuore.
Non voglio sminuire la luce: tutti chiediamo ogni giorno nella preghiera la grazia della luce, <che io veda, Signore,> perché nelle tenebre non si può camminare.
Ma se il colore caratterizza la carne, è distintivo della materialità dell’uomo, mi dicevo, e se l’uomo è stato salvato, lui tutto intero, non soltanto nel suo spirito, allora in paradiso ci dovrà essere tutto l’uomo con i suoi <colori> che lo distinguono, lo rendono unico.
Perché sarebbe morto Cristo nella carne per salvare uno spirito?
Perché sarebbe risorto ed asceso al cielo con la sua carne nella quale sono rimasti visibili i segni della sua passione (<Guarda le mie mani, metti pure il tuo dito nei fori dei chiodi e la tua mano nella ferita del costato>, fori e ferite che hanno il colore rosso del sangue versato) se non per portare con Lui questa carne fatta anche di colori, questa mia carne che, in un certo senso, per una certa parte, è già risorta con Lui, già immersa nella Trinità?

Sono tornata a rileggere il canto 33° del Paradiso che ho sempre insegnato ma forse quando, ancora giovane, sentivo meno la protesta della carne che rifiuta la morte, il dissolvimento.
Dante, a conclusione del suo viaggio, racconta quello che ha potuto vedere, quando ha ottenuto, attraverso l’intercessione della Vergine, la grazia di poter <con gli occhi levarsi/più alto verso l’ultima salute>:

<Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:

sustanze ed accidenti e lor costume
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume
>

Dante dice di aver visto nella profonda luce di Dio, quasi <legato con amore> in un unico libro, tutto ciò che nell’universo si presenta <squadernato>, sparso foglio a foglio, certamente con i vari colori che caratterizzano la materialità, e li vede, questi fogli, non diversi, trasfigurati, li vede uguali, tant’è che li riconosce (sustanze ed accidenti…), ma riuniti insieme in modo talmente misterioso che ciò che dice gli sembra solo una debole luce.
L’immagine che Dante suscita in me  è quella di un Dio che  abbia raccolto, ma direi meglio raccolga momento per momento, con pazienza amorosa, i -fogli- colorati  disordinatamente sparsi qua e là nella confusione del nostro mondo e li rimetta al loro posto: è il gesto familiare ad ogni mamma che abbia dei bambini sventati e che sta loro dietro per raccogliere e riparare quello che essi seminano qua e là per la casa e rovinano.
Dante dice anche che gli sembrò di vedere <la forma universal di questo nodo>, il modo con cui i -fogli colorati- stavano legati insieme nella profondità della Luce assoluta  e crede di trovare una prova alla verità di quanto racconta nell’esperienza di -consolazione- che continua a fare: <dicendo questo, mi sento ch’i’ godo>.
Ma la sua visione procede: a mano a mano che la sua vista, mentre egli guarda, si <avvalora divenendo sincera> (<una sola parvenza, mutandom’io, a me si travagliava>),  nell’essenza dello splendore divino gli appaiono tre cerchi, ma tre cerchi di tre colori diversi!, e di una medesima dimensione:

<Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvemi tre giri
di tre colori e d’una contenenza:

e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e il terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri
>

Dei tre colori uno solo è esplicitato, il rosso, lo Spirito Santo che a Dante sembra spirare dall’uno e dall’altro dei <tre giri>, i quali a loro volta sembrano riflessi come un arcobaleno talora è riflesso da un altro.
Due arcobaleni!!!

Leggevo e immaginavo ciò che Dante sembrava suggerirmi: il Paradiso come un trionfo di colori, di tutti i colori dell’arcobaleno e di tutte le tonalità possibili, riuniti in un’armonia assoluta di accostamenti, di sottolineature, colori non fissi, ma, proprio come avviene nell’arcobaleno, colori che cambiano continuamente, sfumando l’uno nell’altro.
Il Paradiso che Dante suggeriva a me era una danza di -colori- nella luce.
E più avanti il suo discorso mi sembrava farsi ancora più esplicito.

<Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso
da li occhi miei alquanto circunspecta

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige
:>

Il Verbo, la seconda Persona della Trinità, a Dante, a mano a mano che la sua vista diviene più chiara, appare  <dipinto della nostra effige>, come se dalla sua profondità emergessero i tratti del volto dell’uomo, della carne con i suoi –colori diversi-, non un simbolo ma la carne assunta da Dio nell’Incarnazione (non indossata come una veste!) e riportata all’interno della Trinità con la Resurrezione da Cristo.
Un Dio che ha tanto amato l’uomo da crearlo a sua immagine e da volerlo salvare nel modo che maggiormente esprime l’amore, la presenza-condivisione, non può aver dimenticato i colori che fanno di ogni persona un essere prezioso, perché unico e irrepetibile, non può aver lasciato perdere niente di quanto caratterizza colui/colei che ha voluto come figlio/a nel suo Figlio.

Se ha contato anche i capelli del mio capo, se non devo preoccuparmi perché valgo molto più dei fiori multicolori e molto più dei passeri dei quali pure si prende cura, dimenticherà qualcuno dei miei colori questo Dio così totalmente altro da me che non posso pensarlo tanto meno parlarne eppure così maternamente, teneramente presente e vicino, nella sua apertura e disponibilità ad accogliere il totalmente altro che sono io per Lui?

Decido un’ennesima rilettura: andrò alla ricerca dei colori nel Paradiso di Dante.

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