COME SI FA AD ESSERE OTTIMISTI, OVVERO UOMINI DI SPERANZA?


(di Katia Marino)

Nonostante mi sia laureata da poco e fino ad oggi determinate situazioni ed esperienze mi abbiano insegnato a comportarmi, a ragionare, ad essere in un determinato modo, è bastato soffermarmi solo pochi minuti per rendermi conto che sono incredibilmente tante le cose che, oggi, avrei ancora bisogno di sapere. Tanti ancora i dubbi, le incertezze, le domande alle quali quotidianamente cerco di trovare una risposta, ma mi accorgo nel contempo che una cosa in particolare, alla mia età e nella realtà in cui vivo, sovrasta tutte le altre ed urge con uno spietato punto interrogativo: mi chiedo, cioè, se sia ancora possibile oggi essere ottimisti, se sia possibile pensare in positivo, nutrire una speranza, imparare o quanto meno provare ad essere uomini di speranza.
E questa volta non è la solita questione del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno.

Tempo fa devo aver letto da qualche parte che essere ottimisti fa bene al cuore e che la serenità è contagiosa. Ebbene! Io concordo pienamente, ma certe riflessioni, di quelle, per esempio, che si fanno a volte tra amici, in famiglia o magari seguendo il telegiornale con gli aggiornamenti dall’ultima guerra o le notizie dell’ennesimo stupro, dell’ennesimo caso di violenza, di figli che accoltellano i genitori o viceversa, di giovani depressi senza lavoro, di anziani maltrattati o animali abbandonati mi portano talvolta ad annullare, a considerare inesistenti parole come ottimismo, serenità, speranza.

E la domanda a questo punto si impone sempre più prepotente. E’ possibile oggi guardare al futuro e farlo serenamente? E, soprattutto, l’ottimismo è fattibile a tutti? Come spiegarlo, allora, ai tanti giovani, spesso demotivati, del nostro Paese, specie a quanti provengono da una realtà “diversa”, come quella del Sud Italia, per esempio, il famoso Sud sempre meno evoluto, meno industrializzato, meno attento e pronto ai cambiamenti? E’ possibile essere ottimisti in una realtà in cui i giovani quando trovano un lavoro é perché per necessità si adattano, in cui i latitanti si nascondono per anni senza essere trovati, mentre segretamente continuano a manipolare i loro sporchi traffici o dove chi lotta per sconfiggere tutto questo viene ucciso? Ed ancora, come si può essere ottimisti quando la morte ci strappa via una persona cara o di fronte ad una malattia incurabile, che ti toglie ogni speranza facendoti sentire impotente?

Queste domande sono strettamente connesse alle caratteristiche proprie del tempo e dello spazio in cui viviamo e, soprattutto, sorgono come esigenza propria della vita, che non si può concepire se non aperta al futuro e ad un futuro che comprenda, soprattutto per una persona giovane, la possibilità di realizzare sé stessi nella maniera più completa possibile.

Pare sia stato un gruppo di Gesuiti ad utilizzare per la prima volta, nella prima metà del ‘700, il termine “ottimismo” in riferimento alla dottrina di Leibniz, anche se il concetto che esprime risulta di gran lunga più antico. Il termine fu particolarmente abusato, infatti, dalla filosofia antica, da Platone a tutte le cosiddette “filosofie ottimistiche”, ovvero quelle che ponevano a fondamento della realtà un principio razionale, concludendo che tutto ciò che è, in quanto è, è bene. Più in generale, oggi si definisce con il termine ottimismo l’attitudine a giudicare favorevolmente lo stato e il divenire della realtà.

Ma è davvero così importante essere ottimisti?

Probabilmente è proprio questo il segreto per riuscire a cogliere la semplicità delle cose che la vita quotidianamente ci offre ed in questa semplicità la sua grandezza.

E poiché essere ottimisti non significa prendere tutto alla leggera, essere superficiali, vivere alla giornata, forse sarebbe più opportuno parlare di fiducia, di affidamento/abbandono, di speranza, ovvero di quel “positivo” che nasce dalla fede. Per un cristiano quanto meno dovrebbe essere così, perché per un cristiano il termine ottimismo coincide con la fede, con la speranza, con la predisposizione, la disponibilità ed il sapere accettare tutto ciò che accade anche se noi non lo abbiamo previsto, anche ciò che non abbiamo calcolato, tutto ciò che è diverso da noi.
L’ottimismo cristiano non è pura fiducia nel fatto che, sempre, tutto andrà per il meglio, ma un ottimismo che ci permette di cogliere la compatibilità con le difficoltà, con le preoccupazioni, le sofferenze, con la stanchezza fisica ed il dolore, che affonda le sue radici nella coscienza della libertà e nella sicurezza del potere della grazia; un ottimismo che porta a essere esigenti con noi stessi ed a sforzarci per esserlo.
Compito del cristiano dovrebbe essere, dunque, quello di guardare tutti con fiducia e comprensione e comprensione significa azione.

Essere ottimisti significa, allora, maturare uno sguardo nuovo, un atteggiamento aperto e flessibile nei confronti della vita, nei confronti delle persone, della realtà, del mondo. Si può essere o non essere ottimisti per vivere ma non si può vivere senza speranza, la speranza che con l’impegno cerca di aprire sempre nuove strade, che, testarda, cerca i fiori anche tra le pietre, che, instancabile, nutre l’amore anche in un’esperienza di assoluto egoismo.

Esiste una stretta connessione tra ottimismo e autoefficacia, intendendo per quest’ultima il senso della propria efficacia personale, la consapevolezza di non essere soltanto spettatori della propria esistenza, bensì protagonisti.

Le delusioni che tanti di noi hanno ricevuto nel corso della propria vita non devono indurci a pensare che anche da determinate circostanze non sia possibile trarre qualche beneficio, la possibilità cioè di imparare un qualcosa che proprio quella situazione ci ha permesso di vedere finalmente in modo chiaro e, allo stesso modo, non dovrebbe mai venir meno la speranza che anche in certe persone non possano esserci delle qualità migliori: il che non significa affatto osannare gli ingenui o gli sprovveduti, ma semplicemente che esistono al mondo persone diverse.
La persona ottimista dovrebbe allora distinguersi per l’atteggiamento obiettivo; l’ottimista dovrebbe essere fiducioso, disponibile, aperto agli altri, non dovrebbe aver paura di incontrare persone nuove, di instaurare rapporti nuovi, nuove forme di collaborazione.
La persona ottimista non dovrebbe mai aver “paura di chiedere”.

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