Cari amici, lo scorso sabato, 17/06/2006, si è tenuta qui a Reggio la nostra
ultima OFFICINA di espressioni creative dell’anno ed ha avuto come tema: “Le cose che bisognerebbe sapere“. E proprio a questo proposito ci sarà presto una grande novità! Gli interrogativi presentati nel corso di questo nostro ultimo incontro, infatti, l’anno prossimo saranno ulteriormente sviluppati e approfonditi da ciascuno di noi, ognuno realizzando l’editoriale mensile sul proprio interrogativo, il quale verrà postato nel nostro blog e che, dunque, tutti potrete leggere e che il gruppo di Pietre di scarto potrà utilizzare come base, come punto di partenza per sviluppare il proprio pensiero sul singolo tema.

Queste sono le ulteriori cose, dopo le domande avanzate direttamente dai Bombers romani, che secondo le Pietre di scarto bisognerebbe ancora sapere: “che si può, che si deve sperare“; “come si fa a ricordare“; “come si fa ad essere ottimisti, ad essere uomini di speranza“; “come si fa a capire il proprio desiderio profondo“; “che cosa rende la propria vita degna di essere vissuta“; “apprezzare il valore dell’amicizia“; “il valore che che può avere il silenzio“; “che bisogna saper ridere” ed “il valore della tolleranza, il rispetto del diverso“. A proposito di quest’ultima domanda riportiamo una simpatica e molto significativa poesia di Trilussa del 1940, dal titolo “L’affare de la razza“, letta durante l’incontro di Officina dalla nostra amica Maria Bambace, che ha proposto come “propria” cosa che bisognerebbe saperre appunto il valore della tolleranza:

Ci avevo un gatto e lo chiamavo Ajò;

ma, dato che era un nome un pò giudio,

agnedi da un prefetto amico mio

pè domandaje se potevo o no:

volevo stà tranquillo, tantoppiù

ch’ero disposto de chiamallo Ajù.

-Bisognerà studià- disse er prefetto-

la vera provenienza de la madre…

Dico:- La madre è un’angora, ma er padre

era siamese e bazzicava er Ghetto,

er gatto mio, però, sarebbe nato

tre mesi doppo a casa del Curato.

-Se veramente ciai ’ste prove in mano,

me rispose l’amico- se fa presto.

La posizione è chiara. -E detto questo

firnò una carta e me lo fece ariano.

Però -me disse- pè tranquillità,

è forse mejo che lo chiami Ajà.

Annunci