Forse le domande di Officina mi hanno interpellata al di là di ogni mia consapevolezza: mi spiego così il senso di novità di un libro, Viaggio spirituale per l’uomo contemporaneo, tante volte letto, lo testimonia il numero inverosimile di sottolineature, eppure accolto come nuovo. Ad un certo punto l’autore, Henri Nouwen, racconta una storiella tratta da un libro, Zen carne, Zen ossa:

Daiju andò a trovare il maestro Baso in Cina. Baso chiese: "Che cosa cerchi?" "Illuminazione", rispose Daiju"Ma tu hai una tesoreria personale. Perché cerchi fuori?", replicò Baso. Daiju domandò: "Dov’è la mia tesoreria?" Baso rispose: "Ciò che chiedi è la tua tesoreria".Daiju fu illuminato e da allora raccomandò sempre ai suoi amici: "Aprite la vostra tesoreria personale e usate quei tesori".

Ecco: la risposta alla mia domanda è nella domanda stessa che accolta, custodita, abitata, scava dentro un pozzo di acqua fresca, diventa punto di riferimento, polo di attrazione intorno al quale tutto si costituisce, si ordina, come in un piccolo sistema solare. Perché irrigare la mia terra arida con un poco d’acqua raccolta qua e là, che sembra attenuare il senso di sete ma non soddisfa, e non scavare, invece, certo con un po’ di fatica, un pozzo per dissetarmi all’acqua fresca che scorre nelle profondità della mia terra?La risposta alla tua domanda è celata proprio nel tuo cuore. 

Mi sono venute in mente le parole di Rainer M. Rilke ad un giovane poeta:“Ti prego per quanto ti è possibile… sii paziente verso tutto ciò che è insoluto nel tuo cuore e prova ad amare le domande per se stesse … Non cercare ora risposte che non possono esserti date perché non saresti in grado di viverle. E il punto è che dobbiamo vivere ogni cosa. Vivi le domande adesso, può darsi che un giorno tu possa vivere le risposte…” Riflettendo su tutto questo, pensavo al metodo proposto da Antonio Spadaro per  Officina, fondato sulla domanda e sull’ascolto, sull’ascolto e sulla domanda, così differente da quello del mondo in cui vivo, che cerca continuamente risposte e le vuole subito, invece di prestare attenzione alle domande, perché non ha tempo per aspettare ed ascoltare.

Nei giorni scorsi ho ricordato una serie di esperienze fatte molti anni fa in alcuni seminari con Danilo Dolci, invitato a Reggio per incontri con gli alunni: quella maieutica che in alcuni momenti sembrava stancante oltre che spiazzante, alla mia urgenza e impazienza caratteriali di risolvere subito i problemi, mi è apparsa nel tempo frutto di saggezza, modo per camminare in profondità ed incontrare gli altri nella verità loro e mia, più che estendere le mie conoscenze in ampiezza ma superficialmente, scontrandomi o stabilendo accordi vantaggiosi tra la mia maschera e quelle degli altri in incontri salottieri e formalmente corretti.

E nell’ultimo incontro di Officina, di fronte alle proposte di tante di noi proiettate a trovare la risposta-domanda giusta, quali sono le cose che bisogna sapere?, mi sono trovata a riflettere sulle domande che mi si affollavano dentro, che cercavano di attirare la mia attenzione e di imporsi come la mia domanda: è più importante sapere chi sono, da quale storia vengo, quale storia sto vivendo oppure dov’è mio fratello, non uno solo, ma i tanti che mi sono perduta per strada perché –non sono io il custode di mio fratello-?  Si può essere uomini/donne di fede, di speranza? Come si può amare, cioè venir fuori realmente dalla gabbia del proprio io, dell’interesse personale che è sempre là a rovinare le scelte più belle?… 

Le guardavo queste domande-risposte e tante altre, tutte mi piacevano nell’attimo del loro presentarsi, tutte mi sembravano intelligenti, interessanti, e poi … e poi … si è fatta avanti una intuizione, bella, luminosa: non è importante scegliere la domanda migliore, la vincente sceglierebbe il mio io, basta decidere di sceglierne una, anche la prima che si affaccia alla coscienza e che il mio io boccerebbe subito perché scontata, risaputa, non interessante per gli altri, e cominciare a scavare lì il mio pozzo in cerca dell’acqua, basta accettare, cara Tita, che sei limitata, una parte, non il tutto, e cominciare semplicemente a mettere a fuoco quella domanda, raccogliere il fatto, la frase, l’emozione da tenere dentro, che funga come polo di attrazione, come sole del piccolo sistema che subito si forma intorno a quel nucleo, cosciente che i sistemi solari sono tanti e che anche il tuo che sembra ben costruito, potrà tra breve trovare sistemazione differente in un universo più grande che contiene il tuo sole e tanti altri…Bellissimo!

Se Officina mi avesse dato solo questa piccola illuminazione, per me sarebbe stata una grandissima conquista. Ma il ricordo di Danilo mi ha fatto ripensare al metodo antico, a Socrate, al mio professore di storia e filosofia, che non era eccezionale ma mi ha fatto amare la filosofia dandomi interesse, fiducia ….  Al di là di tutto, però, per me cristiana il metodo affonda le radici nella Bibbia, è il metodo di Dio con il suo popolo, a partire dal –Dov’è tuo fratello?-, ad –Agar, serva di Sarai, dove vai?-, ad –Elia che fai?-, fino al bellissimo –Donna perché piangi? Chi cerchi?-, e allo struggente –Pietro, mi ami tu più di tutti questi?-, domande poste non per indagare, per la curiosità di sapere qualcosa, per conquistarsi un cantuccio in quelle vite e la possibilità di guidarle-manipolarle sia pure per il loro bene, quanto piuttosto per aiutare l’altro a trovare autonomamente dentro di sé le risposte che il suo cuore già possiede, anche se forse lui non ne è consapevole, perché il cuore vede bene ciò che sfugge agli occhi. Questo è vero, mi diceva un’amica con la quale cercavo di chiarire a me stessa quanto mi sorgeva dentro, ma non ti rendi conto che il popolo ebraico è stato guidato da Dio: ci vuole chi sappia porre le domande giuste, chi ti aiuti con le domande giuste.

E qui il mio discorso si fa parziale, perché si deve parlare di guide, di coordinatori, che sono necessari, forse, ma dei quali non ho un buon ricordo, per lo meno non come quello di Danilo, una persona che mi ha aiutato quasi senza esserne consapevole, conoscendomi in un gruppo, anche se proprio io avevo tenuto i contatti con lui, lo avevo invitato a Reggio. E questo limita il valore di quanto ho detto all’amica perché la mia risposta potrebbe essere semplicemente la proiezione di una esperienza negativa mia, quindi parziale.Sono convinta che è la vita stessa che ti pone le domande ad ogni momento, è la vita che ti interpella, e spesso, se giriamo da un maestro all’altro, è perché non ci piacciono le domande che la vita ci pone, che da una situazione difficile ed anche dolorosa scaturiscono, rifiutiamo le stesse risposte che troviamo già dentro di noi se appena abbiamo la pazienza di fermarci e l’apertura, la libertà e la disponibilità ad accoglierle.

L’esperienza che stiamo vivendo con Officina mi porta a vedere meglio il senso del nostro stare insieme in Pietre di scarto in cui manca un coordinatore super partes, anche laddove, come nel laboratorio di scrittura, qualcuno ne propone l’assoluta necessità, giustificandola anche con il riconoscimento di carismi che non dovrebbero essere soffocati e che sarebbero a servizio di tutti (Ma se guardo alla mia esperienza mi chiedo quanto non c’è di ricerca personale magari inconscia perfino nello stesso mio sforzo faticoso e senza riserve di servizio agli altri).

Personalmente penso che il tempo dei leaders sia tramontato almeno in un gruppo in cui si voglia imparare insieme attraverso l’esperienza: il coordinatore-responsabile è soltanto quello che prepara le condizioni di lavoro del gruppo, telefona a tutti per ricordare l’incontro, pensa alle sedie, alle fotocopie, alle penne ed ai fogli di carta che magari qualcuno sempre dimentica, redige i report che aiutano il gruppo a ricordare quanto ha vissuto, insomma serve , è presenza utile e, soprattutto, scompare tra gli altri, uno dei tanti, nei momenti in cui il gruppo vive bene l’intesa e la comunicazione si fa agevole, spontanea, gratificante. Questa funzione di coordinatore può passare agevolmente dall’uno all’altro, anzi è bene che sia così, che tutti possano sperimentare questa funzione e darne anche una interpretazione personale, perché al di là dei compiti che ho detto, forse qualche altro in più, non ci sono metodi segreti, abilità da custodire e tramandare (lo fa già abbastanza il new age, con profitti personali non indifferenti giustificati con la constatazione che ciò che è gratuito non è apprezzato): il coordinatore non è un guru che tramanda conoscenze e competenze acquisite solo al prescelto, il suo rappresentante, non è una guida che ha conoscenze particolari degli altri e della loro vita e può in qualunque modo influire su di loro, ma uno che impara insieme agli altri, camminando come e con gli altri, un passo dietro l’altro, da una domanda all’altra. E la verifica a conclusione di ogni incontro, permette a tutti di valutare l’esperienza fatta, di imparare e, se è possibile, di non ripetere gli errori già fatti.

In un gruppo così, penso, il bene del singolo è affidato alla cura di tutti: tutti sono responsabili di ciò che ciascuno fa vedere di sé e di ciò che non vuole o non può far vedere perché lui stesso non ne è consapevole, e tutti devono cercare il bene degli altri, una loro migliore collocazione, una facilitazione dei rapporti, tutto quanto può servire a valorizzare ogni membro del gruppo, ogni competenza, ogni risorsa. E responsabile vuol dire che ne rispondi davanti a Dio, anzitutto, ed anche  davanti agli altri. E’ un’utopia che nessuno crede possibile? Forse.

E’ piuttosto un sogno-attesa piena di amore, nel senso di una poesia di Danilo Dolci, Poesia diversa, tra gli scritti pubblicati postumi mi pare: penso ad un gruppo di giovani/uomini/donne che abbia la capacità di sognare e di sognarsi reciprocamente per esistere e crescere come persone. 

C'è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c'è chi si sente soddisfatto
così guidato

 

C'è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c'è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

 

C’è pure chi educa, senza nascondere
l'assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d'essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

Tita Ferro

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