Lorenzo Calogero nella solitudine dell’immenso

febbraio 10, 2010

di Gianni CARTERI

I poeti conclamano il vero / sono inermi. /Lasciamoli al loro linguaggio, l’esempio / del loro vivere nudo / ci sosterrà fino alla fine del mondo / quando prenderanno le trombe / e suoneranno per noi.
Sono versi di Alda Merini,  matta come lo fu  Calogero,e uno dei nostri poeti più veri, una voce  che – come dice Franco Loi, “si lascia parlare dall’ignoto, che procede dalle oscurità piuttosto che dalle troppe sapienze della mente, che sa trascorrere tra i dolori e i deliri senza cedere al compiacimento”.
Questo mio omaggio a Lorenzo Calogero era un atto dovuto, perché negli ultimi anni mi è stato accanto nella sofferenza quotidiana che a giorno a giorno mi scarnisce, mi sfibra, con il mio cuore sempre più stanco di sopportare il peso del tempo.
Ed allora cerco un appiglio alvarianamente nella notte della stanza, perché di notte il silenzio è come un’acqua ed io bevo, bevo, mentre l’orologio misura scalpitando il tempo. Nelle giornate talora interminabili attendo con calma il mio taciturno turno di partire, ben consapevole insieme al Nostro  che siamo legati alla vita da sottilissime vene.
Mentre nel luglio scorso, meditabondo, stavo seduto su una comoda panchina di legno in via Medina, accanto alla fontana del Tritone, mi è parso per un attimo di scorgere la figura stanca e barcollante di Lorenzo Calogero. Avevo portato con me le sue poesie che sul treno mi avevano fatto compagnia come tante “filigrane infilzate dentro un raggio di sole” e mi aiutavano a capire, intuire la vera essenza del poeta:
Sono il solitario origliere/ di ciò che dorme/. Perciò scrivo/ colla tacita mano,/ l’occhio rivolto ai sonni.

Oggi mezzo assopito/ nel frastuono grondante / nuvole bionde dal cielo infinito / guardo solitario i passanti dal volto duro / dai torbidi occhi incavati. Leggi il seguito di questo post »


Il filo di Arianna

febbraio 8, 2010

Report del Laboratorio di lettura di venerdì 05 febbraio 2010

a cura di Sara PUNTILLO

Ecco i testi scelti :

- P. Paolo Pasolini – Ragazzi di vita (M. Panzera)
- Vito Mancuso – Una vita autentica, R. Cortina Editore (M. Suraci)
- James Joice – Eveline da Gente di Dublino, (S. Griso)
- Francesca Tafani Riviggio – Capodanno senza papà (M. Parrino)
- P. Mercier – Un treno di notte per Lisbona, Oscar Mondadori (S. Puntillo)
- Gianrico Carofiglio - Le perfezioni provvisorie, Sellerio (M. Bambace)
- A. Spadaro – Alla ricerca del lupo, Pardes Edizioni (T. Ferro)
- M. Gangemi – Il giudice meschino, Einaudi (M. Giglio)

Come è libera la scelta delle pagine da proporre, così liberamente si svolge il nostro laboratorio assecondando la discussione nata spontanea dalla lettura dei testi. Oggi, per esempio, ci siamo soffermate su come, all’interno di un libro alcune pagine possano staccarsi ed avere vita autonoma (Ragazzi di vita), sull’evoluzione che il personaggio, donna, nel nostro caso, ha nel racconto, attraverso gli aspetti della sua interiorità e i conflitti con sé stessa (Eveline) e sull’importanza del ricordo (Capodanno senza papà). Poi, il desiderio di restituire autenticità alla parola, espresso in una pagina del libro Un treno di notte per Lisbona, ha dato l’input per approfondire riflessioni nate dalle altre letture: non vorremmo tutti noi autenticità di relazioni, verità nella vita, essenzialità, trasparenza, una comunicazione semplice ed efficace? (La vita autentica; Alla ricerca del lupo). E non è forse certo che solo l’esperienza del reale rende autentica la parola? E che il silenzio è uno degli strumenti che le permette di fluire libera? E per ciò che riguarda la forma letteraria il dialetto potrebbe offrire una soluzione in tal senso?
Le pagine di G. Carofiglio e di M. Gangemi hanno dato alla fine una simpatica svolta per concludere sorridendo il nostro incontro prima di una calda tazza di the e dei gustosi pasticcini che le solerti Maria e Serena ci hanno offerto.


I racconti delle Pietre … di scarto

febbraio 1, 2010

UNA PISTA NELLA SABBIA

di Mariolina PANZERA

Tina era nata durante la guerra, la nascita di Marina, poco meno di tre anni dopo, aveva coinciso invece con la fine del conflitto. Della loro infanzia, nel periodo difficile dell’immediato dopoguerra e poi negli anni ’50, le due sorelle avevano pochi e vaghi ricordi, ma ne conservavano una diffusa memoria intessuta di tenerezza, amore, serenità, sicurezza. Tutto questo lo ritrovavano raccontato a tratti nelle foto che esse gelosamente ed amorevolmente custodivano.
Nella loro casa c’era stata sempre una grande passione per le fotografie che venivano ordinatamente raccolte negli album di cartoncino nero. Ce ne erano tanti in casa: da quelli di papà con le foto dei suoi familiari e poi dei momenti più significativi della sua carriera, a quello, bellissimo, di papà e mamma con le immagini del fidanzamento, del matrimonio (splendida la foto di mamma in abito da sposa e di papà in alta uniforme sulla scalinata della chiesa di Santa Maria delle Grazie, circondati da parenti e amici), del viaggio di nozze a Firenze, a Padova, a Venezia, a Postumia (quando era ancora italiana, diceva papà). Poi c’erano gli album di Tina e di Marina, ma in quello di Tina c’erano le foto del battesimo, poi quelle dei primi mesi e via via le altre, mentre nella prima fotografia che la ritraeva Marina aveva più di un anno e camminava già.
-Perché non ci sono le foto del mio battesimo? – chiedeva Marina imbronciata.
-Te l’ho detto tante volte – rispondeva la mamma paziente – quando sei nata tu, dopo tanti anni di guerra, mancava tutto, figurati se si potevano trovare i rullini! Leggi il seguito di questo post »


In viaggio con… Azar Nafisi

febbraio 1, 2010

Riflessioni su “Leggere Lolita a Teheran”

di Catia MARINO

Quando si viaggia da soli si ha più tempo per molte cose. Per pensare, ad esempio, per scrivere, prendere appunti, telefonare, programmare e anche per leggere. E comunque non si è mai del tutto soli. Azar Nafisi, per esempio, è stata per me una compagna di viaggio impeccabile e prima di trascorrerci del tempo insieme non conoscevo ancora la sua storia, le sue origini, i suoi libri.
Quando un libro mi piace lo capisco sin dalle prime pagine. Talvolta sin dalle prime parole. E non sempre conta il momento o il luogo in cui inizio a leggerlo, nel senso che questi possono anche non rappresentare le mie condizioni ideali di lettura. Se un libro, da subito, sa come prendermi, anche tra il frastuono più assordante potrei continuare a leggerlo.
Generalmente non parto mai senza libro al seguito. Ma quella volta si.
Ho acquistato Leggere Lolita a Teheran alla stazione Tiburtina di Roma e ho cominciato a leggerlo in pullman, durante un viaggio di ritorno a Reggio. Dopo le prime righe “[…] Chiesi alle sette migliori studentesse che avevo di venire a casa mia il giovedì mattina per parlare di letteratura”, non ho potuto fare a meno di ascoltare la voce di Fausto Leali alla radio. D’istinto ricordo di aver distolto lo sguardo dal libro per guardare fuori dal finestrino, cercando di cogliere nei particolari di un paesaggio oramai autunnale un qualcosa che, insieme a quella musica e a quelle parole, mi avrebbe permesso di imprimere a lungo quel momento nella mia memoria. Leggi il seguito di questo post »


Da una novella a…

gennaio 29, 2010

Dal Laboratorio di scrittura creativa di Pietre di scarto del 15/01/2010

Il Laboratorio ha tratto l’input da un brano della novella di Pirandello, La tragedia del personaggio, dalle Novelle per un anno: dopo la lettura del brano ed un breve scambio di pareri, i dodici partecipanti hanno scritto per un quarto d’ora, come richiedeva l’esercizio: <Un/più personaggio/i  bussa/no alla tua porta: “Desidera/te?”  “Vorrei/mmo esistere. Per favore racconti la mia/nostra storia”>.

Di questo laboratorio vi avevamo già proposto nei giorni scorsi due degli esercizi prodotti e rispettivamente quello di Maria Bambace, Incontro con la signora Titina, e quello di Elettra Griso, Vicino allo stagno.

Adesso è la volta del testo di Giuseppina Catone. Buona lettura!

SUL PIANEROTTOLO

C’è la signora con la sporta della spesa, ingoffata nel cappottone largo e lungo, con uno sciarpone al collo, che aspetta nell’androne. Non la conosco la guardo un attimo e tiro dritta. Più avanti, seduto sulle scale, con una sigaretta a metà tra le labbra, un signore magro magro, di età indefinita, che legge distrattamente il giornale e quando entro mi fa un cenno con la testa. Non conosco neanche lui e tiro dritta verso la prima rampa: qualcuno è sul pianerottolo, sento le voci, sento discutere: “Ci sono prima io!” “Ma io ho fretta! Mi faccia la cortesia, voglia essere gentile…” “Non se ne parla nemmeno, è da tre ore che sono qui! Ma è arrivata?”
Salgo lentamente, ora, preoccupata. Su quel pianerottolo abito solo io e l’ufficio di fronte è chiuso: che vorranno queste persone e come sono entrate visto che nessuno ha potuto aprire loro il portone? Avanzo e mi si fa incontro un signore molto distinto con un che di militaresco nell’aspetto. Si mette quasi sull’attenti, fa un mezzo inchino “Le posso parlare?” Sta rivolgendosi a me. Ma la donna dietro di lui, certamente Leggi il seguito di questo post »


CADERE

gennaio 25, 2010

Il nuovo editoriale di Antonio SPADARO per l’incontro di Officina di Pietre di scarto del 27 Febbraio 2010

Il tratto comune a tutte le cadute è il passaggio da uno stato “alto” a uno stato “basso”, un movimento che, se anche è orizzontale (immaginiamo quando finiamo per terra “stesi”), è sempre e comunque verticale. Parlare di “cadere” implica in se stesso un rinvio a una altezza, a qualcosa di superiore. Ogni caduta è un richiamo verso una condizione diversa, alta, in genere intesa come quella più propria, più adeguata a noi che cadiamo. Ma anche una mela che cade lo è. Una mela va in basso dignitosamente se è “raccolta”, non se “cade”. Se cade vuol dire che è marcia. E così un libro che “cade” da uno scaffale. Il libro scende in basso dignitosamente se è “preso”, non se cade. Se poi parliamo di movimenti del tutto indifferenti rispetto a una connotazione negativa, allora diciamo che le cose si “spostano” dall’alto verso il basso, e non che “cadono”. Se cadono, come le stelle, questo implica il sentimento della loro caducità, della fine. Dunque: la caduta implica di per sé un rinvio che la trascende. Necessariamente.

Immaginiamo di riprendere una persona che cade con una cinepresa e poi di rivedere la sequenza al ralenti. Che cosa vedremmo? Possiamo immaginare così: una persona che si muove bene e che poi all’improvviso subisce un mutamento radicale di tutti i suoi muscoli, compresi quelli facciali. Leggi il seguito di questo post »


UCCIDERE

gennaio 25, 2010

Report di Officina del 28 Novembre 2009

a cura di Carmela FERRO e Giuseppina CATONE

Il verbo uccidere ha un valore assolutamente negativo quando indica la violenza e la sopraffazione che si conclude con una morte, ma può anche rappresentare un’uccisione metaforica, il troncamento brutale di un sogno o di una speranza, l’annientamento della libertà, la distruzione di un ideale. Esistono, però, uccisioni rituali che contengono una valenza positiva, in quanto da quella morte scaturirà una rinascita o un bene per la comunità. Infine questo verbo può leggersi con una sfumatura positiva se si considera che ad essere uccisi a volte sono i vizi, l’egoismo e il male, che albergano nell’uomo. 
I contributi offerti nel corso dell’ultimo incontro di Officina hanno racchiuso tutte queste possibili interpretazioni del termine.

 
Stefano Morabito ha letto una pagina di “Stelle di cannella” di Helga Schneider in cui l’uccisione di un gattino assume un valore simbolico: infatti il gattino appartiene ad un bambino ebreo e viene crudelmente assassinato da un bambino tedesco, compagno di giochi del primo. L’autrice vuole evidenziare come le leggi razziali  abbiano infranto il legame naturale di amicizia tra i due bambini ed abbiano fatto emergere una diversità che prima non c’era.
- Lo ucciderò – precisò Fritz Rauch con cinica freddezza. – Lo ucciderò perché non meriterebbe più di vivere. Se ha ingravidato la mia Muschi deve morire, perché l’ha fatto apposta, per contaminare il sangue della mia Muschi! Lei ha il pelo chiaro e gli occhi azzurri, è una gatta ariana, mentre il tuo gatto ha il pelo nero e gli occhi color zolfo. Sei avvertito, David Korsakov. E ora sparisci, la tua vista mi dà noia..

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I racconti delle Pietre … di scarto

gennaio 22, 2010

VICINO ALLO STAGNO

di Elettra GRISO

Sai?… tutto è iniziato così, almeno credo. In un certo senso potrei anche sbagliarmi: forse quella era la fine? Ma poco importa … alla luce dei fatti non è rilevante. È stato un caso? Non so. Queste sono questioni sulle quali mi soffermo poco e per troppo poco tempo, per avere una opinione in proposito. Proprio così … non rifletto mai a lungo sulle cose, forse è per questo che mi capita spesso di perdermi all’orizzonte. Trascorrono le ore e non me ne accorgo. È naturale, in questo modo perdo un sacco di tempo, ma è anche vero che se il tempo non mi attraversasse così mi passerebbe accanto senza nemmeno sfiorarmi.
Ora sto qui seduto per ore con gli occhi puntati su quei quattro quadrati di luce ed osservo l’orizzonte. Niente è più piatto di un orizzonte piatto … ti pare? … Riesco, sì, è vero, a spingere lo sguardo fino in fondo, fin dove il cielo si separa dalla terra … ma niente. Spesso stringo gli occhi, proprio come fanno i miopi. E allora la linea piatta diventa un po’ ondulata, quasi come se, in lontananza, si potessero intravedere delle montagne, ma tanto piccole da sembrare puntini. Ma non sono montagne, sono puntini … lo so. Forse, a volerli unire si potrebbe anche creare qualcosa, forse … ma l’orizzonte resta lì piatto come un liquido che scivola sotto la fessura di una porta. Leggi il seguito di questo post »


Dal laboratorio di scrittura dei ragazzi dell’Istituto S. Vincenzo de’ Paoli di Reggio Calabria

gennaio 22, 2010

Report dell’incontro di mercoledì 20 gennaio 2010

di Rosa SALICE

Un altro mercoledì trascorso al laboratorio per gli alunni del San Vincenzo. Un altro giorno speso per una piccola crescita personale per qualcuno, un giorno come tanti, solo più impegnato per altri. Per me un’esperienza che sto affrontando con immenso piacere, semplicemente. E “mettendo a frutto” ciò che ci circonda, anche questa volta abbiamo lavorato sulla nostra immaginazione e sulla nostra capacità di riportare su carta un’idea di racconto. Avevamo da lavorare a casa su un piccolo brano descrittivo che già avevamo iniziato la volta precedente, che consisteva nell’osservare una vignetta e tentare di descriverne soggettivamente i personaggi, gli ambienti, gli odori e anche i suoni e le eventuali situazioni.
L’immagine era molto semplice e dirò solo il quadro generale perché se andassi nel dettaglio darei un’interpretazione che sarebbe esclusivamente mia, dato che gli altri miei compagni hanno saputo vedere cose differenti rispetto a quelle che hanno colpito me. Un locale, uomini al bancone, qualche sigaretta. Un uomo seduto. Tutto mostrato in tre piccole vignette in bianco e nero. Ecco da qua partono le svariate interpretazioni che ognuno di noi ha fatto della scenetta. Iniziamo con Antonio A. Lui vede una storia di alcolismo e disperazione dietro un uomo seduto che sorseggia una birra, e questo l’aveva notato la volta precedente, perché oggi si concentra sulla storia degli altri personaggi e in questi vi trova qualcosa di losco. Uno dev’essere un gangster che sta per commettere qualche delitto, uno dei tanti. E questo alla fine sarà arrestato per il misfatto compiuto. Poi è stato il mio turno; la mia situazione era abbastanza diversa: il personaggio che descrive beve il suo caffè e intanto osserva i dettagli del luogo in cui si trova, delle persone sedute..ricorda.. Poi a sconvolgere la situazione un uomo dall’aspetto cupo entra nel bar e scuote l’ambiente, era un tizio malfamato. Alla fine addirittura parte un colpo di pistola. Leggi il seguito di questo post »


I racconti delle Pietre … di scarto

gennaio 20, 2010

INCONTRO CON LA SIG.RA TITINA

di Maria BAMBACE

Esco o non esco, si dice Vera guardando il cielo livido dalla finestra, mentre assapora il calduccio della stanza, ma non può rimandare più, deve uscire per sbrigare tante commissioni che il giorno prima ha proprio cancellato per godersi un po’ di relax, dopo giornate frenetiche in vista delle feste.
Superando le remore, indossa il cappotto ed esce, dandosi uno sguardo fugace allo specchio dell’ingresso: quasi non si riconosce, tanto è diversa da quando giovane cercava ogni pretesto per andare fuori.
Prima fermata, pesci, poi frutta, poi pane, poi regali: è tardi bisogna tornare, ma ecco una figura attira il suo sguardo per la lentezza con cui avanza. È lei o non è lei? Vera lascia da parte la solita fretta e si avvicina alla donna: ma è la signora Titina che aveva conosciuto in tutta la sua agilità e concretezza quaranta anni prima. Gli anni trascorsi si contano tutti sul corpo e sul viso della donna ormai appesantita, preda di dolori alle ginocchia, solo gli occhi sono rimasti uguali, neri, indagatori e carezzevoli.
Vera torna agli anni della sua inesperienza, quando con un bambino piccolo spesso chiedeva consigli alla donna e la guardava con tanta ammirazione per la destrezza con cui gestiva la famiglia, tirava su i suoi tre figli maschi, era puntuale al lavoro, confezionava con ineguagliabile bravura dolci per tutti. Quante volte Vera si era fermata a parlare con lei così saggia  e generosa di consigli. Ora che è lenta, impossibilitata quasi a camminare, Vera la incoraggia con le sue parole, ricordandole la sua antica fattività. Leggi il seguito di questo post »